Cultura Modica 26/01/2014 16:30 Notizia letta: 3144 volte

Giuseppe Colombo, lezioni d’arte, al Garibaldi

Ai bambini della Don Milani di Scicli
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Modica - “Nel settembre del ’99 il comune di Modica decise di ristrutturare il teatro Garibaldi e chiamò il maestro Guccione, che è il nostro artista più importante, per eseguire il Tondo”. Prende avvio da questo ‘c’era una volta’ il racconto avvincente del maestro Colombo. Seduto sui gradini che scendono dal palco del teatro Garibaldi, storico centro della vita culturale modicana, l’artista ha oggi un uditorio d’eccezione, fresco e coinvolto, gli studenti delle terze medie della scuola Don Milani di Scicli.

Non sale in cattedra Giuseppe Colombo, virtuoso membro del Gruppo di Scicli, nessuna distanza frappone tra l’artista e i fanciulli, preferendo attuare un canale di comunicazione diretto. Tema della lezione odierna, una narrazione che intreccia arte, attualità e storia, nella genesi di un’opera pregevole quale il famoso Tondo, olio su tela del diametro di oltre quattro metri, che, collocata sul soffitto, è parte integrante del teatro.

L’amministrazione comunale ne aveva affidato la realizzazione a Guccione, voce assoluta dell’arte italiana, innestando il Tondo in seno ai lavori di restauro durati sei anni. “Il maestro Guccione accettò – continua Colombo –, dicendo che avrebbe dovuto farsi aiutare da altri artisti, il maestro Franco Sarnari, collega e suo coetaneo, e quelli che lui giudicava due promettenti giovani modicani, io e Piero Roccasalva. L’idea e il tema del tondo è di Guccione, che aveva già cominciato da solo la chiesa e le scale, ma non i personaggi. Ci invitò a sceglierli nell’ambito della storia dell’arte e della musica. E così fu”. Da qui in poi, il racconto entra nel vivo dei particolari dell’esecuzione dell’opera, che traspone in grande una delle suggestive immagini che Guccione aveva realizzato in dieci bozzetti. “Abbiamo lavorato il tondo al foyer del teatro, in verticale, non come lo vedete oggi, orizzontale sul soffitto. Potevamo lavorare due per volta, perché, date le dimensioni della tela, dovevamo operare su una impalcatura. Al mattino dipingevamo io e Guccione, il pomeriggio Sarnari e Roccasalva”. A questo punto la fiaba vera diventa altro, si arricchisce dei valori che, fin dall’antichità, legano il maestro al discente, lungo il filo della generosità, tratto primo che contrassegna i grandi: “Ho avuto quindi la fortuna di lavorare per un mese e mezzo fianco a fianco del maestro Guccione. Tutti i suoi piccoli segreti e le sue maestrie li ho potuti carpire. Li ho rubati in silenzio, senza farmi vedere. A volte le tavolozze di carta, sulle quali Guccione preparava il colore per fare il cielo, io le portavo al mio studio. Questo per capire come il maestro producesse il cielo, che non si realizza solo con l’azzurro, ma che ha dentro tantissimi colori, sfumature minime di bianco, giallo, rosso. Mischiando in varie proporzioni questi colori, ottieni il colore del cielo in un determinato momento del giorno, cosa in cui Guccione è un maestro, in quanto riesce a individuare un’ora del giorno col colore del cielo”. Sollecitato dalle mille domande, Colombo spiega ogni elemento iconografico, a partire dal Don Giovanni di Mozart, in primo piano, nel cui volto Guccione ritrae lo stesso Colombo, fino alla colomba, nata da un’idea di Sarnari e realizzata da Colombo, artefice pure del versante destro della chiesa, dell’imponente scalinata, dei due gatti – “ho voluto immortalare i miei gatti, ai quali ero molto affezionato; e, ogni volta che vengo qui, ripenso a loro” – e gli ibiscus, fiori cari a Guccione, che ne concederà fiducioso la pittura al giovane Colombo.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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