Cultura Scicli 06/02/2014 15:50 Notizia letta: 7159 volte

Il glorioso circolo di conversazione di Scicli e i suoi fantasmi

Poi diventato Camera del lavoro
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Scicli - Da tempo avrei voluto scrivere sul glorioso “Circolo di conversazione” di Scicli o, come anticamente si chiamavano questi circoli, “casino di compagnia” o, più popolarmente, “cafè”, alla francese.

Gli impegni personali e, non nascondo, pesanti condizionamenti storici me lo hanno impedito.

Essere figlio di uno sciclitano che nacque nel 1898 mi ha però spronato a vincere le mie ultime resistenze e a raccontare, forte delle sue testimonianze dirette, un pezzo della storia della città.

In questa necessaria riesumazione di una memoria troppo a lungo taciuta mi è stato di grandissimo aiuto il contributo di un altro sciclitano, più vecchio di mio padre di quasi dieci anni ma senza dubbio più autorevole: il prof. Bartolo Cataudella.

Entrambi testimoni onesti e sinceri di una Scicli travolta dal vento della Storia. Due voci speculari di una società complessa: la voce del popolo (quella di mio padre) e l’altra (del Cataudella) una delle voci più illustri della cultura cittadina e isolana.

Con l’abolizione ufficiale della feudalità sancita dal Parlamento Siciliano (1816), la contea di Modica si frazionò, in effetti, in tanti piccoli feudi, la proprietà dei quali fu rivendicata dai legittimi possessori: i baroni e la nuova borghesia rampante, cresciuti entrambi come una mala pianta all’ombra dell’assente e lontano conte-padrone spagnolo.

La feudalità non solo non scomparve dal territorio, ma diventò più ossessiva e avida, tradendo i principi della Rivoluzione Francese che avevano dato vita a quel profondo rinnovamento. Angherie e soprusi, epidemie e colera seminarono miseria e morte in un popolo abbandonato a se stesso, privo di mezzi e di risorse, privo, a volte, della volontà di vivere.

Dal 1820 in poi, i tumulti per una ripartizione più equa della terra si fecero frequenti in tutta l’isola e resterà una ferita non ancora rimarginata l’eccidio di Bronte, vergogna garibaldina e primo crimine impunito in Sicilia del nuovo Regno d’Italia.

Scicli registrava forti attriti sociali, tensioni che esploderanno veementi nella seconda metà dell’Ottocento con la costituzione dei Fasci siciliani.

Ispiratore del nuovo pensiero, anche se figura intenzionalmente defilata ma fondamentale e profetica, è Francesco Mormina Penna, un eretico rampollo dell’aristocrazia locale amico di Mazzini.

Mio nonno, che conobbe e apprezzò il Mormina Penna, fu uno dei primi sciclitani aderenti al movimento operaio che si sviluppò in città subito dopo il 1870 in adesione alle idee riformiste che agitavano il bracciantato siciliano. La società operaia “I figli del lavoro”, appunto. 

Il Cataudella racconta nel suo libro di memorie “Scicli” di aver sentito il Noè, noto rivoluzionario anarchico e poi parlamentare, arringare il popolo dalle “gradinate del Cafè Vecchio” (l’ex-circolo di conversazione Beneventano, ospitato allora nei bassi dell’omonimo Palazzo sulla Via della Maestranza Vecchia, ndr.).

A Scicli più che altrove era attecchita l’idea socialista, incarnata e testimoniata qualche decennio più tardi dall’eroico pastore metodista Lucio Schirò, felicissimo ed esemplare connubio di fede con politica.

Il colera del 1887 pose gravi interrogativi all’Amministrazione Comunale del tempo. Una nuova progettazione dello spazio urbano si fece urgente e inderogabile per assicurare l’igiene necessaria a scongiurare altre ricorrenti epidemie.

Il vento di rinnovamento architettonico, che investiva le più importanti capitali europee, soffiò anche dalle nostre parti, dunque. Si decisero, infatti, degli sventramenti del centro storico, per fare posto ad un’idea sempre più allettante di città dinamica e moderna.

Scicli si trasforma in grandi cantieri di opere pubbliche, il cui unico scopo è, in verità, quello di creare lavoro per tenere a bada una società inquieta pervasa da spinte eversive, progressiste e anarchiche.

Nel 1882 è aperta la nuova Via Maestranza (oggi via Nazionale, ndr.) il cui tracciato rettilineo esigé la demolizione di Santa Maria La Piazza (1883-84). Abbattimento inutile, preteso a forza dall’agguerrita e potente loggia massonica cittadina che, forte della laicità dello stato unitario, si opponeva con tutte le sue risorse ad una Chiesa locale, immiserita nelle rendite, debole e sfrangiata delle antiche prerogative e dei secolari privilegi.

La sconsacrazione del venerabile Duomo di San Matteo (7.10.1874) era stata la prima di una lunga teoria di “cancellazioni” messe a segno dalla borghesia emergente avida e corrotta (che non fu mai vera aristocrazia) al solo fine di impadronirsi di una “res publica” col raggiro e l’inganno, con la forza e la prevaricazione mafiosa tipiche della rapina.

Basti pensare alla vergognosa trattativa portata avanti nel 1898 da un intermediario del Barone Guglielmo Penna per rilevare una parte del complesso monumentale del convento della Concezione con chiesa annessa già destinata, quest’ultima, per richiesta unanime del Consiglio Comunale pro tempore al Fondo per il Culto (L.1866 abolizione dell’Asse Ecclesiastico), a teatro comunale.

L’asta pubblica, più volte andata deserta, alla fine aggiudicò ad un solo concorrente nel nome, ma, in effetti, a persona che si riservava di nominare, e per pochi spiccioli parte dell’importante edificio sulle rovine del quale sorse poi l’altra ala del Palazzo Penna.

Nulla poté la feroce opposizione del Consigliere Filippo Scrofani, animatore del movimento rivoluzionario di Scicli e Modica.

Oggi la famiglia Penna, per un’ironia della sorte, non è più proprietaria di quel palazzo e Scicli perdette l’occasione unica di avere, come tutte le più rinomate città dell’isola, il suo teatro.

Fra tradimenti e alleanze la città cercava “un’identità” che aveva smarrito dai tempi in cui era stata privata della sua importante “sergenzia”.

L’esiguo ricavato dell’asta pubblica del Monastero della Concezione (sommato ad un cospicuo contributo dello Stato Unitario) andrà, per scrupolo di coscienza, a finanziare la realizzazione del Municipio cittadino, una delle opere civili più belle ed eleganti eseguite nell’Italia d’inizi Novecento.

Tralascio il tormentato racconto della progettazione ed esecuzione della Casa Comunale. Il nostro Municipio fu consegnato alla città nel 1908, capolavoro indiscusso del genio sciclitano che vide all’opera uno degli scalpellini più abili del tempo: Carmelo Mormina.

La data del 1908 è molto importante per Scicli, segna il definitivo trasferimento del palazzo del potere dal decentrato ex-convento dei Gesuiti in Piazza Fontana (oggi Piazza Italia, ndr.) al Corso San Michele, universalmente riconosciuto come “centro della vita cittadina”.

Il “circolo di conversazione” prima del 1908 era, invece, ospitato nei bassi di Palazzo Beneventano da cui prendeva il nome.

Alla fine dell’Ottocento i circoli in città erano diversi. Uno, repubblicano, era stato fondato da Francesco Mormina Penna; altri, c’informa il Cataudella, rispondevano ai due “partiti” nei quali era diviso il popolo: il partito dei “Bianchi” e il partito dei “Neri. Dalla fusione dei soci di questi due circoli, infatti, nascerà il circolo “Garibaldi” che troverà degna sede non più nel vecchio e decrepito Palazzo Beneventano, bensì nei bassi della monumentale Casa municipale con ingresso dalla recentissima Via Maestranza: mai, sotto l’aspetto mondano, decisione fu tanto strategica e azzeccata!

Dal Cafè Vecchio (ex-circolo di conversazione Beneventano) i soci portarono nella prestigiosa sede l’orologio rococò sotto una campana di cristallo, un autentico e prezioso cimelio appartenuto all’illustre concittadino, il baritono Giuseppe Federico Beneventano (13.4.1824-4.11.1880); un busto di gesso di Garibaldi che Scicli il 7 luglio del 1860 aveva proclamato, primo fra tutti i comuni di Sicilia, dittatore supremo dell’isola.

Gli anni che precedettero la Grande Guerra furono densi di lotte civili e politiche.

La riapertura nel 1904 delle “Scuole tecniche” (volute dal Miccichè, “benemerito fondatore del lascito omonimo a beneficio dell’istruzione secondaria della città”), salutata come una conquista della classe operaia, e la presenza del pastore metodista Lucio Schirò marcarono a fuoco quel tempo di riflessione e d’impegno sociale. Due giornali locali “ Il Martello” di matrice socialista e “Il Semplicista” d’ispirazione evangelica danno un’idea molto precisa del livello del dibattito culturale cittadino.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale le élite borghesi si ricompattarono intorno alla lotta contro il popolo sposando lo squadrismo come metamorfosi necessaria per continuare a detenere il potere.

Il circolo di conversazione “Garibaldi” fu letteralmente assaltato da un manipolo di facinorosi fascisti l’indomani della marcia su Roma. La tabella che lo intitolava all’Eroe dei due mondi fu rimossa e sostituita da un’altra più anonima e convenzionale che lo qualificava come “Dopolavoro Comunale”.

La vecchia borghesia, spregiudicata e camaleontica, vestiva i panni del nuovo regime e sostituiva il cilindro col fez.

Il busto del Miccichè, collocato anni prima nella nuova piazzetta antistante al municipio, nel 1928 fu rimosso per fare posto ad un artistico palco della musica la cui funzione era ora quella di anestetizzare e distrarre il popolo, eseguendo non più e solo la musica operistica come usava in passato ma, anche e soprattutto, le marcette della propaganda del regime.

I concerti domenicali ritrovavano finalmente, con la centralità del palco, la loro degna e fastosa cornice.

I piani bassi del Palazzo Comunale, in effetti, erano stati pensati come veri e propri palchetti di un teatro all’aperto che utilizzava le eleganti architetture tardo-barocche e neoclassiche di Corso San Michele come quinte naturali e perfette.

Il circolo offriva una vita patinata a chi lo frequentava. Giochi di società, un posto di ristoro permanente, stampa fascista, chiacchiere, balli. Una soluzione brillante ad una monotona esistenza di provincia. Chi cercava lavoro sapeva dove trovare il barone o il cavaliere, il possidente e il guappo di cartone e non furono rare le intemperanze, se qualche disoccupato si faceva più insistente del solito per fame.

Me ne parlò a lungo mio padre, che lo frequentava prima che mio nonno, su consiglio del Pastore Schirò, lo imbarcasse su un piroscafo transoceanico con un biglietto in tasca di sola andata per una meta lontanissima e ignota. Voleva sottrarlo e, in parte, ci riuscì alla rappresaglia fascista che aveva già preso di mira la mia famiglia e la comunità evangelica cittadina.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo degli Alleati, il Circolo di Conversazione fu di nuovo al centro di una sommossa popolare.

Una marea vociante di comunisti e socialisti, arringati da un noto tribuno dalla gradinata della Chiesa di San Giovanni Evangelista, si diresse verso l’antico oggetto del desiderio, ne scardinò la tabella che lo indicava come “Dopolavoro Comunale” e se ne impadronì con violenza ad imitazione degli espropri proletari compiuti in Russia durante la Rivoluzione d’Ottobre (1917).

Gli antichi frequentatori, fascisti perdenti e borghesi, penalizzati dall’epilogo disastroso del conflitto, erano troppo occupati a cambiare casacca. A loro si sostituirono anonimi contadini e braccianti, decisi finalmente a godere dei lussi e delle mollezze di una classe politica in fuga che troppo a lungo aveva speculato sulle loro miserie.

I nuovi occupanti smerdarono così le preziose tappezzerie per disprezzo verso gli antichi usuari senza curarsi neppure di cambiarsi d’abito, quando la sera vi si davano convegno o al ritorno dai campi o arrivando dall’unica casa-grotta che nella loro vita avevano posseduto.

Tutti i fine settimana, il circolo diventava piazza di paese, grazie ad un potente grammofono che gracchiava ballabili per i figli del popolo.

Più tardi questa casta ignorante e avida di bolscevichi “illuminati” fu logorata, come l’altra che aveva spazzato, dallo stesso potere mal gestito e corrotto.

In nome di un’uguaglianza sociale, rivendicava ora dalla Repubblica privilegi e benessere per se stessa, unica sua preoccupazione: cancellare con furore i simboli del discutibile passato. Il palco della musica, fiore all’occhiello della propaganda fascista, fu il primo, ovviamente, a farne le spese. Fu subito smontato, infatti, per fare posto ad una piscina volgare e antiestetica.

Il “Dopolavoro Comunale” fu invece ribattezzato immediatamente “Camera del Lavoro”.

Il Comune diventò un “postificio” della Sinistra come l’Ospedale Busacca e il Consorzio di Bonifica delle Paludi di Scicli si trasformarono presto in ricoveri clientelari della Destra. Tre vere grandi paludi d’uomini nelle quali la città del Dopoguerra lentamente sprofondò inghiottita dalle sabbie mobili del malaffare.

Il glorioso Convento dei Gesuiti in Piazza Italia fu abbattuto per fare posto ad un antiestetico e modernissimo palazzo in cemento armato che dà la cifra del senso del bello e dell’arte posseduto dall’ineffabile emergente casta “Rossa”.

Via Colombo, la nuova circonvallazione elegante della città, terminò strozzata nella via Mazzini senza che nessuno si sapesse chiedere, in quegli anni, il vero perché.

Playa Grande sorse alle pendici di una collina ricca di importanti testimonianze archeologiche e nessuno, all’epoca, volle impedirlo. E Cava d’Aliga somigliò più ad un accampamento romano che ad una ridente borgata rivierasca.

Nacque il Villaggio Jungi da un’interrogazione parlamentare che pose all’attenzione dell’intera nazione e dell’intellighenzia più sensibile del tempo il problema degli aggrottati a Chiafura. Il primo villaggio Jungi, a rischio crollo, fu demolito dalle ruspe senza che nessuno pagasse per le ruberie sui materiali impiegati nella sua costruzione.

Quella nuova generazione orgogliosa di figli del popolo accese un contenzioso infinito e inutile col Barone Penna dell’epoca per vantare l’esproprio dell’antica villa di famiglia (ex-orto botanico dei Cappuccini) che il proprietario avrebbe voluto cedere spontaneamente e a titolo gratuito al Comune con la sola raccomandazione di essere ricordato per questo suo gesto. La villa alla fine fu espropriata, il barone la distrusse prima di abbandonarla alle grinfie dell’Amministrazione Comunale rossa. Il nome, “Villa Penna”, a dispetto di quegli amministratori poco lungimiranti e maldestri, è rimasto.

Oggi il “Circolo di Conversazione” è un insieme di saloni devastati e vuoti, nei quali si aggirano dolorosi fantasmi. Qualche anno fa, dopo il trasloco della “Camera del lavoro” nei moderni e vicini locali del Palazzo Montalbano, un furto fece sparire le povere suppellettili superstiti. Tra le cose rubate, l’orologio appartenuto al baritono Beneventano che da circa un secolo e mezzo aveva battuto le ore dell’ozio.

Anche i divani e le poltrone furono inspiegabilmente portati via durante il trasloco, distrattamente parcheggiati in una stanza della nuova sede.

Quando io lamentai questo ulteriore ed inutile scippo, la signora Carmelina Trovato, una delle storiche “pasionarias” del Partito Comunista sciclitano, ebbe a rimproverarmi aspramente. Giustificava tale prelievo, adducendo che le sedie e i divani erano stati tappezzati di nuovo con soldi del Partito perché troppo sudici e vecchi.

Ma tacque, quando osservai che a smerdarli e a sgualcirli erano stati proprio loro, gli aderenti a quel Partito “perché la puzza – diceva mio padre – era tanta che bisognava aerare le stanze molte ore anche nei giorni più freddi d’inverno.”

Voglio sperare che la nuova CGIL restituisca queste ultime reliquie e che qualcuno, un Sindaco o un Amministratore o chi ne abbia la titolarità e il dovere, intraprenda un pietoso e necessario restauro del nostro antico e glorioso Circolo di Conversazione per consegnarlo definitivamente alla città nel segno di una memoria pacificata.

Perché è vero che la Storia ha le sue puzze ma, spesso, queste puzze fa bene all’anima sentirle.

CREDITI:

Scicli, storie e tradizioni, Bartolo Cataudella, Editore il Comune di Scicli, La Grafica, Modica, luglio 1988

Scicli la città delle due fiumare, Attilio Trovato, Tip. Grafica Saturnia, 2001

Il maestro Borrometi compositore e direttore della banda musicale di Scicli, Scapellato-Militello-Cartia, La Grafica, Modica, dicembre 1995

L’oro di Busacca, Giuseppe Barone, Sellerio editore, Palermo, 1998

Notiziario Storico di Scicli Vol. 2 a cura del Comune di Scicli, La Grafica, Modica, aprile 1997

Tutti i diritti riservati. Foto di Luigi Nifosì

Un Uomo Libero.
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