Cultura Scicli 17/02/2014 15:53 Notizia letta: 4422 volte

C’era una volta Sampieri

I personaggi che hanno fatto la borgata
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Madrid -  C’era una volta...così cominciano quasi tutte le fiabe e così sempre cominciavano le fiabe che mi raccontava mia madre.

Il tempo della memoria è un tempo infinito, è un tempo senza tempo, è lo spazio impalpabile del sogno.

Spesso, da grande, mi capita di sognare ad occhi aperti, di rivedere cioè luoghi, visi e colori che appartengono alla mia lontana storia di bambino per il miracolo ordinario di un presente che stranamente rimanda al suo passato.

La commozione è grande. È come se, per una quarta dimensione, si spostassero all’indietro e a mia insaputa le lancette dell’orologio della storia.

E mi vedo piccolo e strano in una strada mediterranea acciottolata e stretta, riparata da case antiche, bianche di calce, coperte di tegole stracotte dal sole, con pareti interne screpolate, consumate dalla salsedine marina.

Sento l’odore aspro del polpo bollito, ingrediente indispensabile per l’insalata di mare con la quale mia zia dava il benvenuto ai miei genitori e a me a ogni estate a Sampieri. Aglio, prezzemolo, peperoncino, limone e una porta vecchia, devastata dai tarli, spalancata insieme col suo cuore al nostro arrivo.

Guardo con occhi stanchi il vecchio limone nell’orto nascosto della chiesa, dove io solo potevo giocare, i gerani, il basilico, la menta e la salvia che si contendevano rabbiosi pochi metri di terra.

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Ricordo un uomo paralitico, il marito di mia zia, su una rudimentale poltrona di legno alla quale erano state applicate delle piccole ruote: paziente, buono, incline e pronto a un benevolo sorriso.

Luglio era sempre ventoso a Sampieri. I venti del Canale bruciavano l’incauta buganvillea che, scavalcando l’alto muro dell’orto, curiosa si affacciava sulla strada, macchiandola con grandi chiazze viola.

Nell’afa appiccicosa dell’agosto lo scricchiolio di un vecchio dondolo segnava il tempo come un enorme metronomo in quella strada deserta, dove persino il silenzio era musica.

Il Capo Blundetto si agitava appena in quello strano movimento oscillante della sedia.

Aveva una barba folta e bianca, scarpe di pezza ai piedi, l’aspetto di un biblico patriarca. Una pipa penzolava dalle sue labbra stanche quando non raccontava storie, storie maledette di mare. Da piccolo lo immaginavo alla Giamaica ma come un pirata buono, comandante di un vascello fantasma che esisteva esclusivamente nei miei casti pensieri.

Più tardi, ero già vecchio, seppi che non aveva navigato mai e che, per anni, aveva fatto solo partire e arrivare treni.

Inì dell’ufficio postale mi metteva a disagio con le sue lenti spesse.

Gna’ Michela Traversa era molta amica di mia zia e, spesso, ci veniva a trovare.

I Pilurussu erano buoni vicini ma parlavano poco quando d’estate mio padre, mia zia e mia madre godevano del fresco fuori, seduti in quella strada dove non passava nessuno, neppure i cani. E s’intrecciavano chiacchierate lunghe nella sera con i dirimpettai mentre dalla piazzetta antistante al mare giungevano a raffiche odori di fritture.

Don Santino aveva un piccolissimo negozio proprio sulla piazzetta. Vendeva gelati, di tutto e di più.

Il sabato si faceva baldoria fino ad ora tarda davanti alla sua bottega. Una chitarra e una fisarmonica bastavano per accompagnare il monotono sciabordio del mare: erano balli ordinati sotto un cielo di bandierine di carta colorata, sospeso sulle nostre teste quasi a coprirci dal “sereno”, la brezza. L’Africa era lontana con il suo bailamme, il brulichio della vita.

Guglielmo, con il suo inconfondibile accento napoletano, e le sue rumorose macchine sportive sembravano quasi fuori posto in una natura arcaica e immobile, dove il presente si confondeva con il passato e del futuro non c’era percezione come quando aprì il ristorante Rosati, presenza inutile della modernità.

Solo la morte sembrava accorgersi degli uomini in quel microcosmo indefinito e sospeso tra realtà e finzione. Ma anche il dolore, là, era una breve e necessaria parentesi.

Lo scoprii quando nel bel mezzo di un’estate lo zio morì.

Durante i giorni del lutto, l’unica preoccupazione era il cibo, esorcismo naturale contro la morte.

I vari “cùnsula”, i pranzi che gli amici intimi approntavano in questo tempo mesto, erano veri trionfi per la gola.

Si faceva a gara nel largheggiare in bevande e cibarie varie. Non riesco a dimenticare un brodo squisito di gallina con taglierini all’uovo, un pollo farcito.

Si pensava a campare, tutto qua!, secondo l’antico adagio siciliano: “I muorti testa cu testa e i vivi fannu festa”. (1)

Era una festa necessaria, però, e consentiva alla famiglia riunita una veloce elaborazione del lutto.

Come in trance, il mio sguardo è stregato ancora da una lunga cordata di persone impegnate a tirare la sciabica (2) sotto la luna mentre Pietro con altri pescatori, nell’ultimo sole, ripara le reti rotte, sdraiato a terra, nella piazzetta del lungomare che si apre al Canale.

Nella sera la fornace di Pisciotto, severo testimone di una tragedia antica, allunga sulla baia l’ombra sinistra del suo scheletro di pietra.

C’era una volta Sampieri…

Sì, un Sampieri magico e decadente, che riesce solo a vivere ormai come una splendida fiaba nel mio cuore.

(1) I morti al cimitero e i vivi a goder la vita.

(2) Raccolta delle reti sistemate in prossimità della spiaggia. Si faceva al tramonto.

Dedicato a Sarino Fabrizi, ritratto nella foto. 

Un Uomo Libero.