Cultura Libri 23/02/2014 21:51 Notizia letta: 3366 volte

Il corvo di pietra su Il Venerdì di Repubblica

La recensione apparsa sul settimanale
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Scicli - Il suo nome è Steiner, Marco Steiner. Per chiunque ami Corto Maltese, è un nome da ricordare. È stato il braccio destro di Hugo Pratt. «Ero il suo Google» si schermisce. Per ventidue anni ha svolto ricerche per conto del maestro. Internet non esisteva ancora. Ma dietro le storie a fumetti del marinaio c'erano sempre viaggi veri e ricerche rigorose. Oggi di Corto si sa più o meno tutto. Persino la giovinezza, narrata da Pratt in tarda età. Ma nulla dell'infanzia. E Steiner apre il vaso di Pandora e la racconta. L'infanzia di Corto Maltese. Tra la Sicilia, Malta e Venezia. Una storia del 1902, anno del crollo del campanile di San Marco. Una caccia al tesoro nel grande mare Mediterraneo.

Steiner, un giorno di 22 anni fa, ha iniziato ad essere «lo scrittore di Pratt». Dapprima ha collaborato a completare Corte sconta detta arcana (il secondo romanzo tratto dal ciclo di Corto, dopo Una ballata del mare salato). Poi, nel '94, un anno prima di morire, il grande disegnatore pubblicò Avevo un appuntamento, 400 pagine per le edizioni Socrates. Un volume mitico (reperibile ormai a prezzi da collezione, con un inedito di Antonio Tabucchi), ricco di foto e riproduzioni di acquerelli originali, nel quale Pratt narrò i suoi esotici viaggi. Solo che non fu Pratt a scriverlo. «Lui raccontava, io registravo e prendevo appunti» ricorda Steiner. «Femo, inventemo, insisteva. E passeggiavamo per ore e ore».

Steiner accende un piccolo registratore. Il nastro rimanda la voce calda di Pratt, infarcita di inflessioni dialettali, come un buon piatto della cucina veneziana. «Volle che fossi io a raccontare sogni, viaggi, scoperte. Non ho voglia di scrivere, mi diceva, ma se facciamo una bella passeggiata, ci raccontiamo tutto. Ricordiamo e poi inventiamo in modo avventuroso».

«Ci sono a Venezia tre luoghi magici nascosti. Uno in Calle dell'amor degli amici, un secondo vicino al ponte delle Maravegie, il terzo in Calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in ghetto vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie...». È l'incipit di Corte sconta detta arcana. Steiner ha fatto esattamente così. «Per me quest'esperienza ha significato l'apertura di una porta. E del resto, quanta gente ha cominciato una nuova vita partendo da Corto? Corto è un sogno, una possibilità, una voglia di tentare. Corto è più di un semplice personaggio. Grazie a lui, tanta gente è diventata viaggiatore, fotografo, artista, sognatore. Io, per anni, mi sono divertito seriamente. Non volevo continuare Corto, ma viaggiargli accanto. Non ho mai avuto la presunzione di continuare la sua storia. Ma quanto a starci dentro, ci sono stato dentro».

Una leggenda del mare dice che porta sfortuna cambiare il nome alle navi. Il Bounty si chiamava Bethia, quando la Marina inglese l'acquistò. Con il nuovo nome, divenne nella storia sinonimo di ammutinamento. La nave che ne trovò i resti (era intanto affondata nel 1791, nello stretto di Torres), lo Yankee, si era chiamata in precedenza Duhnen, prima di naufragare anch'essa, a Rarotonga, nelle isole Cook. Hugo Pratt andò a toccarne lo scheletro, arenato in una spiaggia, in uno dei suoi ultimi viaggi nel Pacifico, insieme a Patrizia Zanotti, per anni sua colorista e compagna di avventura, che Steiner ha poi sposato. Pratt profittò della visita ai resti dello Yankee per precisare che Corto Maltese se ne sarebbe fregato della superstizione. Piuttosto, avrebbe volentieri navigato su quel veliero, e l'avrebbe ribattezzato Vanità dorata, come la nave su cui s'imbarco nel 1904, da ragazzo. Lui, Corto, era così. Sin da piccolo.

La circostanza, in fondo, non sorprende. Corto, gentiluomo di fortuna, si era tracciato da solo con un rasoio la linea del destino sulla mano. Non solo. Il responso del suo I Ching era «la ragazza che va in sposa», considerato il più sfortunato dell'intero volume di oracoli cinesi. Eppure, sin dall'infanzia, non ha avuto mai paura delle avventure. Vero che Bocca Dorata, uno dei personaggi femminili più famosi della saga prattiana, consultava spesso le carte dei Tarocchi. Vero che sciamani, danzatori dervisci e simboli massonici abbondano, nei racconti maltesiani. Ma risulta ugualmente dura credere che Corto si bevesse del tutto le pratiche della divinazione. Affascinato e scettico, distaccato e sognatore: si può essere due cose insieme? Corto le era. Sin da quando portava i pantaloni corti. Credeva alle coincidenze, come per incanto. E insieme le subiva con scetticismo. Senza perderne l'incanto. Steiner non ha fatto altro che seguire le sue tracce. Lo psicoanalista C.J.Jung (che scrisse una prefazione proprio agli I Ching) le chiamava sincronicità.

«Hugo Pratt» spiega Steiner «era un tusitala, un narratore, come gli indigeni definirono Robert Louis Stevenson». Così, sul filo delle narrazioni del maestro, la storia della gestazione del libro sull'infanzia di Corto è diventata simile alla storia contenuta nel libro. Steiner aveva viaggiato sette anni, con il fotografo Marco D'Anna, sulle piste dei luoghi di Corto. «Per andare a trovare che cosa? Le atmosfere di Corto? Era lui che mi guidava?» si interroga l'autore. Alla fine, ne era uscito un bellissimo libro, poi una grande mostra in Svizzera. Infine, l'esposizione era sbarcata in Sicilia, a Scicli, nel 2011. Qui gli chiesero una nuova prefazione al catalogo. E lui scrisse il primo racconto. Il corvo di pietra. L'infanzia di Corto. Non l'avesse mai fatto.

Il racconto cammina da solo. «Lo riassumevano durante le presentazioni, e io stesso ne restavo incantato. La gente apriva la porta che io avevo solo socchiuso, e ci vedeva dentro altre storie». Pratt, del resto, lo aveva profetizzato. «Mi aveva detto: non impattare mai direttamente Corto, altrimenti i patiti ti massacrano. O fai storie collaterali o parli di lui da vecchio o da giovane». E Steiner dapprima aveva battuto una strada collaterale, con il precedente L'ultima pista (Cadmo, 2006). Un mese in un casolare di montagna e un altro in Argentina, sulle tracce di Tango, una storia di Corto. Alla fine del viaggio, era tornato con il libro e la foto della capanna in cui si nascosero i fuorilegge americani Butch Cassudy e Sundance Kid. Coincidenze? Steiner stringe le spalle. «Se dopo te lo dovrò spiegare, non te lo inizio neppure a raccontare» dice.

Corto, per lui, è il personaggio delle scommesse vinte e mai riscosse. Di quel termine ebraico, timshel, che Steimbeck usa nella Valle dell'Eden, dividendo i suoi traduttori. «Tu ti redimerai dal peccato? Tu ti devi redimere dal peccato? No. Vuol dire tu ti potrai redimere. È il concetto di possibilità. La possibilità è un dono enorme». Sorride: «Se dovessi paragonare Corto a qualcuno, direi che oggi sarebbe stato il navigatore Bernard Moitessier. Nella traversata del '68, dopo Capo Horn e il Capo di Buona Speranza, era avanti a tutti. Ma non rientrò mai a ritirare il premio. Restò in mare altri cinque anni».

Piero Melati