Cultura Madrid 01/03/2014 09:19 Notizia letta: 2 volte

Donne contro il potere

Nella Palermo del Seicento
http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/01-03-2014/1396117823-donne-contro-il-potere.jpg&size=396x500c0

Madrid - Nella Palermo di fine Seicento due donne coraggiose sfidarono a viso aperto le Istituzioni e i potentati della città.

Due donne sole, prive di mezzi, assetate di giustizia e forti di un’ostinazione che alla fine avrebbe ottenuto l’effetto sperato.

Mi ricordano tanto il brano del Vangelo di Luca in cui si racconta di una vedova importuna che, per il suo insistere, sarà finalmente ascoltata da un giudice ingiusto.

Al secolo si chiamarono rispettivamente Doña Agata Massa y Grimaldi, duchessa del Castello di Aci (Acicastello, ndr.) e doña Rosalea Galeti y Massa, principessa di Fiume Salato. Rispettivamente vedova e sorella di don Francesco Paolo Massa, duca del Castello di Aci, residenti entrambe nella città di Palermo.

In breve i fatti.

Il 14 maggio 1690 Carlos II, re di Spagna, sposò a Valladolid Maria Anna del Palatinato-Neuburg.

Il Viceré di Sicilia del tempo, Giovan Francesco Pacecho, duca di Uzeda, per solennizzare l’evento, aveva indetto il 30 aprile di quell’anno due giostre reali alle quali avevano partecipato diversi cavalieri della città di Palermo tra i quali Don Orazio Banni, cugino del duca don Francesco Paolo Massa (al quale per l’evento il duca aveva fatto anche da padrino) e un altro cavaliere, don Giovanni Settimo.

La prima giostra l’aveva vinta il Banni.

Il Settimo non digerisce la cosa, corrono parole grosse tra i due giostranti, difesi ciascuno dai rispettivi padrini. Il giorno successivo Settimo tende un’imboscata al duca Don Francesco Paolo Massa.

Le donne nella lettera ricostruiscono con una minuzia tutta femminile gli ultimi momenti del loro congiunto.

L’aggressore vestiva un abito leggero e ricercato, i capelli legati (racchiusi probabilmente in una reticella), scarpette da ballo ai piedi (quindi leggere, ndr), giubbotto di cuoio ben imbottito, lo stesso che usava nelle giostre, una spada di cinque palmi e un pugnale alla cintura.

Il Settimo aspetta, per ciò, Don Francesco Paolo Massa all’uscita di casa che si trovava nel piano della Marina e lo fa scendere dalla carrozza senza che l’uomo si capaciti bene delle sue vere intenzioni.

Il duca aveva, invece, i capelli lunghi e sciolti, indossava una cappa con maniche bordate d’oro e alla cintura portava solo una spada di quattro palmi, non aveva pugnale.

Settimo gli assesta due stoccate. Il duca, nel tentativo di difendersi, aveva intanto incespicato nel mantello ed era caduto. Un lacchè, che lo accompagnava, temendo che l’aggressore lo volesse finire, si era precipitato a difenderlo col suo corpo. L’aggressore si ferma, ordina al servo di togliersi di mezzo e, appena questi si mette da parte, mentre faticosamente il duca tenta di rialzarsi, gli assesta un ulteriore definitivo fendente sulla gota destra che sfregia l’occhio e la fronte. Il duca morirà dissanguato. Perdette, infatti, i sensi e per un’ora e mezza rimase a terra senza che nessuno potesse soccorrerlo.

Le donne, nella lettera, riportano i dati di una relazione compilata da cinque medici periti a sostegno della loro difesa e denunciano il tentativo dei giudici della Corte Pretoria di Palermo d’insabbiare - sulla scorta di testimonianze false e dichiarazioni di amici compiacenti l’aggressore - il processo. Ma per quanto sforzi siano stati fatti, anche se la parte offesa quasi neppure era stata sentita, le due donne non demordono e decidono, in ultima istanza, di appellarsi al re. Fanno leva astutamente sul fatto che il Settimo aveva tentato con quest’omicidio di rovinare i festeggiamenti in onore del suo matrimonio, offendendo quindi la Reale Maestà; insistono sulla disparità di armamento dei due duellanti e, in ultimo, ricordano al sovrano che il padre del duca, durante la rivolta di Messina, era stato fedele alla Corona al punto da inviare soccorsi all’esercito e da ripetere il gesto durante la presa di Porto Longon e Barcellona. Considerata la futilità di quel reato, invocano, pertanto, un castigo esemplare tanto per Don Giovanni Settimo quanto per il fratello maggiore don Giuseppe, a quanto pare suo cattivo consigliere e istigatore.

I fratelli Settimo si trovavano entrambi in quel momento in prigione.

Le donne non solo chiedono la condanna del reo ma anche il divieto al Viceré di un eventuale e temporaneo rilascio del fratello, citando un altro caso analogo per il quale la giustizia aveva seguito il suo regolare corso, non foss’altro, aggiungono, perché una delle due scriventi, e cioè la moglie della vittima, è in stato interessante e un eventuale incontro con l’omicida del marito potrebbe turbarla.

Il re si rende conto della gravità del fatto. Con una lettera datata 30 giugno 1690 dà ordine al Viceré di rimettere a Madrid tutto il malloppo della causa e di non concedere domiciliari per nessun motivo fino a quando i giudici non avranno accertato tutta la verità e fatto pienamente giustizia.

In effetti, vinsero le due donne.

Segue la trascrizione della lettera

                                                   SEÑOR

 

Doña Agata Massa y Grimaldi duquesa del Castillo de Yache, y Doña Rosalea Galeti y Massa princesa de Fiume Salato, ambas viudas mujer y hermana de don Francisco Pablo Massa duque del Castillo de Yache difunto, todos vecinos de la ciudad de Palermo

Dizen a V.M. que haviendo el duque de Uzeda Virrey de Sicilia dispuesto dos fiestas de justras reales para celebrar el feliz matrimonio de V.M. en que intervinieron diferentes caballeros justrantes y entre ellos don Oracio Banni primo del dicho duque don Francisco Paulo Massa que fue apadrinado  del mismo duque y haviendose acabado la primera fiesta de dicha justra el día 30 de abril y destribuidose los premios de ella por aquel senado y juezes segun la costumbre, se dio el premio principal de dicha justra al dicho don Orazio Banni ayjado del dicho duque de que haviendo quedado picado don Juan Septimo otro cavallero justrante y competidor del dicho Banni sin otro motivo que el de haver havido algunas palabras entre ellos y los padrinos que defienden sus ayjados sin la menor ofensa de una parte ni otra, como siempre se ha estilado, el día siguiente por la mañana primo de maio  el dicho don Juan Septimo  estubo azechando al duque al salir de su casa con personas a vista vestido de color a la ligera con pelo atado y en traje de vailor con espada larga de cinco palmos y daga  y al salir que hizo el duque de su casa en su coche descuidado stando en el llano de la marina le asalto en el traje referido haciendole bajar del coche así como estaba vestido de gala con melena, capa mangas muy grandes bordadas de oro y espada de quatro palmos sin daga; sin quererle dar tiempo de desembararzarse de vestidos ni ygualarse de armas, le embistio con la desigualdad referida y haviendose tirado algunas estocadas el duque embarazado de vestido de gala y espada de quatro palmos y don Juan septimo a la ligera zapatos de bailar y jubon de cuero encolchado que es que solia vestirse con las armas de justras subcedió que el duque embarazandose con un pie en la capa cayo en el suelo y haviendo pretendido el don Juan Septimo tirarle se atravesó un lacaio del duque y gritandole no le tirase porque es su amo estava en tierra a cuio reparo se detubo el Septimo y dijole se lebantase y al mismo tiempo que el duque se estaba alçando sin estar plantado ni en defensa como lo dize la misma herida, fixole don Juan Septimo una estocada franca en el carrillo derecho y fue subiendo azta el ojo hasta tocar los sesos como consta por Relacion de cinco cirujanos de la qual herida dentro de ora y media perdidos los sentidos murio como todo es publico en la Ciudad de Palermo, muerte tan alebosa y sin ningun motibo como se dexa considerar y aunque en las informaziones que se tomaron por los juezes de la Corte de Pretor por las deligencias hechas con los testigos de la parte de don Juan Septimo y poca justicia que oy se administra de los juezes en aquel reyno; quando por la parte de las suplicantes no se hizo instancia ni delixencia alguna por no estarles bien a su credito ni de sus parientes, no consta todo lo referido aunque sea verdad  infalible sin embargo con toda la pasion de los  juezes y delixencias de los parientes y amigos de don Juan Septimo con los testigos no sea podido alterar tanto la verdad que no conste por las mismas informaziones ser caso apostado con bentaja de armas y traje aunque se han callado otras muchas circumstancias de cuio acidente las suplicantes quedan con el sentimento que se deja considerar asi por no haver havido motivo como por haver sido una muerte alebosa que llaman asesino de un titulo señor de su casa que obliga a resentimiento y berguenza a sus parientes no dejando de tener en la consideración de V.M. que el dicho don Juan Septimo ha ofendido la regalia de V.M. pues haviendo emanado esta pendencia por ser las fiestas de justras reales y tentado el dicho don Juan de embarazar la segunda fiesta como en parte lo consiguio quando aunque hubiera tentado qual quien motibo que no lo tubo no devia pasar a ninguna resolucion hasta quedar acavadas las dichas fiestas de justras reales y porque señor no es justo que de una muerte tan injusta y alebosa de un mayorazgo de una casa que su padre el duque don Juan Andres Massa hizo tantos servicios y prestamos a V.M. en las ocurrenzias de la guerra de Mezina socorriendo a la armada y en tiempo del señor don Juan para la presa de Puerto Longon y toma de Barcelona pudiendo resultar otros muchos incombenientes sino se haze un exemplar castigo y demostracion con el dicho de Septimo y se dé toda la satisfazion devida a las suplicantes que son partes ofendidas y mas que la duquesa se halla de pocos meses preñada y sobre todo que no se pueda proveer ni agraciar el dicho don Juan Septimo delinquente ni soltarse a don Joseph Septimo, hermano mayor de don Juan, del Castillo donde hoy está preso, pues como hermano y consejero de semejante maldad no es razon que aya de comparezer delante de las parte ofendidas.

Supplican a V.M. como Monarca tan justo mandar al Virrey de dicho reyno que sin orden expresa de V.M. no permita se suelte a don Joseph Septimo ni se agracie al don Juan hermanos por no berlos jamas delante de sus ojos como se ha hecho en otras ocasiones de menos consequencia y de muertes no tan alevosas como la del duque y especialmente por la del conde de San Carlos como mandara V.M. reconocer de la inclusa copia que ademas de ser conforme a la recta administracion de justicia a la satisfacion que en este caso deven reunir las suplicantes y al evitar incombenientes lo reuniran a la merced particular de la Real Grandeza de V.M.

Refieren la muerte lastimosa y alevosa que executaron en el duque Massa su marido y hermano. Y suplican se ordene al Virrey proceda contra los delinquentes y no suelte los que se hallan presos sin especiaal orden de V.M. como se ha hecho  en casos semejantes.

SEÑORA

Doña Agata Masa y Grimaldi duquesa del Castillo de Yache y Doña Rosolea Galete y Masa princesa de Fiume Salato de la ciudad de Palermo.

En 30 de junio  1690

Carta de justicia para que attendiendo a la gravedad de esta causa y en reflexion a todas las circustamcias que se expresan y ser este delito de la calidad que queda referida encargue el Virrey, con particularidad se tomen las informaciones de lo que ha pasado muy exactamente y que los ministros a quien toca administren justicia a las partes y que sin detener el curso de ella haga sacar una copia de las informaciones que se tomaran tanto por lo que merece al principal reo como al hermano que está preso en el castillo y la emvie sin hazer novedad hasta que en esta de ellas y de la que el virrey infirmaré se le de orden de la que puede de executar en  quenta al hermano.

CREDITI

Archivio Histórico Nacional Madrid

 

© Tutti i diritti riservati da Ragusanews. Vietata la riproduzione

Un Uomo Libero.