Cultura Ragusa

I IX Mediterranei di Pedro Cano: custodi d’identità in mostra

La mostra di Ragusa

Ragusa -  Pedro Cano è un viaggiatore, non un turista. Un pittore che ha girato in lungo e in largo il Mediterraneo, cercando di gustare e assaporare la cultura delle città visitate con lo sguardo attento dello studioso. Sceglie un particolare, un emblema, in grado di esprimerne tutte le varie sfaccettature di un paese e, complici i suoi acquerelli, ne riproduce le sfumature nelle opere.

Venezia, Alessandria, Napoli, Patmos, la Sicilia, Istanbul, Maiorca, Spalato e Cartagena: schizzi realizzati in loco (affascinanti i quaderni esposti), poi ricomposti in studio, su fogli rigorosamente 75x75 cm, rigorosamente ad acquerello. La tecnica sfumata e delicata per eccellenza, forte nelle sue consistenze tenui, pittura luminosa anche nelle sue tinte più fosche. Ogni città ha il suo protagonista, il suo testimone a custodirne l’identità. E così, se Venezia (che, come dice l’autore, “dopo Turner, è impossibile dipingere”) ha i pali in acqua, silenziosi ad aspettare che una gondola li sfiori e si fidi di loro, Napoli ha la smorfia, simbolo della sua cultura, fatta di colore e superstizione. Emblemi di città o isole possono essere i soggetti più diversi: la biblioteca di Alessandria d’Egitto o la statuaria classica della Sicilia greca o, ancora, l’imponente chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli. Ognuno frutto di attenta scelta e riflessione, trattato dall’autore nel rispetto delle sue peculiarità: l’acquerello si esalta nel riprodurre la foschia della laguna veneta, facendoci fluttuare come i caratteristici pali in uno spazio indefinito, ma il tratto diventa deciso (qui, unico caso, aiutato da altre tecniche) per la smorfia napoletana, tagliente come l’ironia che ne guida l’interpretazione. Le ghirlande di Patmos, tutte sacre e tutte diverse, delicate nelle rose, aride nelle spighe, fragili nella lavanda.

Diverso l’approccio alle città: grandi vedute per Istanbul e Spalato, due architetture che racchiudono al loro interno secoli di storia, di religioni, di cultura. La maestosa cupola di Santa Sofia, una delle opere di ingegneria più audaci di tutti i tempi, necessita di ben sei dei grandi fogli di Cano: qui evita i brillanti colori speziati della città turca e sceglie un monocromo piuttosto scuro, probabilmente per non distrarre e anzi esaltare le forme perfette della chiesa. Il colore talvolta cola ma non disturba affatto, anzi: ricorda quasi i segni del tempo, le rughe che un’architettura e un paese del genere vantano. Il palazzo di Diocleziano al contrario, è amplificato nella luce: l’autore contrappone l’azzurro del cielo al bianco delle rovine, senza tuttavia nessuna sfumatura romantica. La luce, sulla carta, allarga lo spazio di quest’opera realizzata per un solo uomo ma così maestosa da comprendere, per un periodo della sua storia, la città intera. Centrali sono le porte del palazzo, antiche custodi della vita brulicante che lì si svolgeva e in parte ancora si svolge, come testimoniano le lenzuola stese al sole, lisce superfici di bianco a contrasto con quelle quadrettate dei muri sullo sfondo. Tuttavia, l’opera in cui la luce fa davvero da padrona è quella di Maiorca, il cui ‘custode d’identità’ è il Monastero di Valldemossa, o meglio il chiostro, o meglio l’incannucciato lì posto per impedire l’accesso agli uccelli del giardino. Un particolare del particolare, un filtro, che, come le porte di Spalato, separa dal silenzio il brulichio di vita, qui dato dalla fitta vegetazione e dai cinguettii dei suoi abitanti. Stesso particolare colto in diversi momenti del giorno e di luce, serie di gusto impressionista, ma immobile nella sua silenziosa essenza. La luce prevale sulla grata, al punto da bruciarne i contorni e annullarne a tratti le forme. Il bianco del nulla, quindi non l’acquerello ma la carta stessa, nel suo originale candore.

Infine Cartagena, un ritorno in patria per l’autore, che dà della città vicina a quella di provenienza, un’immagine frammentata, quasi un collage, dove convivono gli aspetti più significativi della sua storia, dalle radici romane e dalle tracce evidenti come l’anfiteatro.

I viaggi di Pedro Cano ricordano quelli dei giovani che intraprendevano il Gran Tour, spinti da enorme curiosità, attento studio, e così grande ammirazione per le vestigia del passato e per le tracce del presente, da sentire il bisogno di fissarne i contorni, a parole o con schizzi, sui famosi taccuini. Opere materiali che sono state plasmate e allo stesso tempo celano al loro interno la vera identità di un popolo: in comune la Mediterraneità e quel mare che, come dice il pittore, fa da “sipario invisibile” alla mostra.

Le opere saranno in mostra a Palazzo Garofalo fino al 28 marzo.

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