Cultura Ragusa 11/03/2014 22:11 Notizia letta: 55 volte

Ragusa in un’antica tangente d’inizi Seicento

La storia di Giovanni La Rocca
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Madrid - Il 24 gennaio del 1611 Joanne La Rocca aveva circa trentasei anni quando ricevette a Ragusa la visita del segretario dell’Inquisizione di Palermo Dottor Francesco De Arguello.

Il dottore Lorenzo Flores, Inquisitore applicato dell’Inquisizione di Valladolid e Visitatore dell’Inquisizione di Palermo, cappellano di S. M. Filippo III di Spagna, canonico della Santa Chiesa di Burgos, con una lettera datata 31  dicembre 1610, lo aveva incaricato di raccogliere la testimonianza del La Rocca nell’ambito di una Visita generale “girada” all’Inquisizione siciliana nel processo a carico di uno dei suoi più temuti e odiati Inquisitori, Don Pedro del Hoyo.

Già dai tempi di Carlo V la situazione nell’isola era esplosiva, con il figlio Filippo II e, ora, col nipote, Filippo III, era diventata pressoché insostenibile.

Antonio Montalto, Avvocato Fiscal del Regno di Sicilia, nel 1535 scriveva all’imperatore Carlo V:

“Come Vostra Maestà non ignora in questo Regno nasce molta confusione e perturbazione della giustizia perché molte persone facinorose si fanno clerici di prima tonsura e vanno alle processioni le feste principali e portano una beretta tonda all’usanza de’ Clerici ed essendo rimessi al foro ecclesiastico per havere osservato queste solennità secondo una prammatica di Re Alfonso, lo passano impuniti de’ loro malefici e ne commettono altri di peggior qualità. E molto più, quelli che sono Sacerdoti e Constituti in sacris li quali delinquono con più securità specialmente alcuni Apostati, che hanno g’habiti de loro religioni, et alcune volte con quelli adesso commettino delitti atrocissimi per castigo delli quali il signor Vice Re (che habbi gloria) procurò d’havere un Breve della Sede Apostolica che in casi de morte de deportazioni e mutilationi di membro l’Episcopo o il Vicario del luogo onde il Vice Re con la Corte facesse residenza, assumendo per Consultore la Gran Corte di questo Regno con li ministri et instromenti della tortura, e la dispensazione del Vice Re alle leggi civili, capitoli e costituzioni del Regno, procedesse alla tortura, alle condegne pene contro qualsivoglia delli predetti Preti e Clerici facinorosi ex abrupto, secondo l’arduità de’ loro delitti, o saltim, che li detti Jaconi salvaggi costituti in minoribus, tanto coniugati come non coniugati, servando o non servando le dette sollenità à relegazione supra non siano rimessi al foro eccclesiastico ma siano trattati come meri laici e persone che hanno assonto l’ordine per la securità di delinquere e deludere le pene condegne. E perché questo non è stato doppo effettuato la Maestà Vostra potrà con Sua Santità di questo e altro megliore temperamento havere alcuna buona provisione, che in verità è molto necessaria al quieto vivere di questo regno.”

Con Filippo II le Visite al Regno di Sicilia si fecero più pressanti e continue.  Nonostante questa lodevole vigilanza, i problemi incancrenivano perché non erano mai risolti.

Gli Inquisitori che si avvicendavano erano spesso venali, molti conducevano vita dissoluta, forti dell’Autorità che derivava loro dal mandato ricevuto.

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Il malcontento serpeggiava non solo fra la plebe, ma e soprattutto, fra le classi più abbienti, fino ad arrivare alle orecchie del sovrano.

È in questo contesto che Filippo III decide, per svelenire il clima pesante di terrore e di diffidenza che si era creato intorno all’istituto della Monarchia, di disporre una visita “girada”, cioè una “contro ispezione” dell’operato dell’Inquisizione nel Regno di Sicilia.

A tal fine il re nomina un super Inquisitore, il Flores per l’appunto, una persona di sua assoluta fiducia, che avrà il compito di passare al setaccio non solo la formalità degli atti prodotti dai singoli Inquisitori, ma anche la loro opportunità, quindi entra nel merito dei singoli processi. Il Flores indaga pure le loro vite e i conti dell’Amministrazione. Lo fa retrodatando la sua ispezione anche di decine e decine di anni, motivo, questo, di grande preoccupazione per chi si sentiva ormai al di sopra della legge. Purtroppo spesso i condannati, i cui processi il Flores sottopose a revisione, non erano più in vita.

Il super Inquisitore muoverà delle contestazioni ben precise e minuziose a ogni Inquisitore.

Mi ha sorpreso apprendere come uno dei rilievi più gravi fatti dal Flores all’Inquisitore Llanes verta proprio sul processo intentato alla strega sciclitana Pina la Xifa che fu processata nel 1594 e condannata nel 1596 e di cui ho dato fedele trascrizione della sentenza in un mio precedente saggio intitolato “Le streghe di Scicli”, pubblicato su Ragusanews.

Al punto 17 dei suoi “cargos” (=contestazioni, rilievi) Il Flores scrive, infatti, al Llanes:

“Yten contra Pina la Xifa por supersticiones. En las Audiencias no guardo la instrucion porque la primera fue al veintenueve de Julio del año de (mil)quinientosynoventayquatro, la segunda al veinte de Agosto, la tercera a treinta.”(1)

Ritorniamo a Giovanni La Rocca.

Il Dott. Arguello si presenta a casa del Nostro accompagnato da fra’ Giulio Rizare, priore del convento di Sant’Agostino di Ragusa.

Il La Rocca presta giuramento e l’interrogatorio ha inizio secondo lo schema tipico degli interrogatori del Sant’Uffizio.

Arguello gli chiede se e come abbia conosciuto l’Inquisitore Mons. del Hoyo.

Il La Rocca dichiara di aver conosciuto monsignor del Hoyo in occasione di una lite giudiziaria insorta tra sua moglie Margherita, sua cognata Beatrice La Rocca Montagna e un tale Vincenzo Carrozza, loro parente.

In buona sostanza, del Hoyo aveva emesso sentenza in suo favore, confermando un precedente pronunciamento dell’inquisitore Llanes.

La Rocca sottolinea questa precedente sentenza per escludere a priori qualsiasi sospetto di concussione.

Alle pressanti domande dell’Arguello e cioè se il giudice avesse richiesto o fatto richiedere denaro o beni per tale suo servizio, La Rocca candidamente confessa di essersi consigliato con il cocchiere dell’Inquisitore (del quale ora non ricorda ad arte il cognome) su quale tipo di regalo avrebbe potuto fare al giudice per sdebitarsi con lui, nonostante la ragione fosse tutta dalla sua parte. Il servo gli fa sapere che l’Inquisitore è a corto di orzo e che quattro salme sarebbero sufficienti per fargli un regalo molto gradito.

Il La Rocca invierà invece sei salme. Del Hoyo, nel congedarsi da lui prima della partenza, lo ringrazia di vero cuore.

Racconta ancora che su questa dazione già cinque anni prima un altro signore era venuto a chiedere informazioni, un tale Cosimo Romeo, un commissario del Sant’uffizio.

A questo punto Arguello tira fuori un documento e glielo mostra.

Giovanni La Rocca, che è un furbacchione, lo legge, si rende subito conto che non contiene la stessa verità appena testimoniata, nota immediatamente che manca nel documento esibito la sua firma, per cui lo ricusa: “La sopraddetta deposizione era firmata a nome mio – dice all’Inquisitore, senza perdere la calma, anche se l’altro legge nei suoi occhi la paura - perché so scrivere. Mi ricordo di averla firmata, mentre in questa che ora mi si mostra, non c’è alcuna firma, per quanto detto, dunque, mi appello alla dichiarazione precedente”. Così fa verbalizzare all’Inquisitore.

Arguello torna di nuovo alla carica. Vuole sapere chi era presente quando rilasciò la prima testimonianza, al che l’interrogato risponde che quella dichiarazione era stata data sotto segreto come questa e solo in presenza dell’unico testimone che era il commissario, il quale, in quell’occasione, si era presentato come inviato dal Tribunale su segnalazione di Paolo Curulli, il cocchiere del monsignore.

Giovanni la Rocca, purtroppo, all’ultimo si tradisce ricordando improvvisamente il nome del servo. Arguello, allora, lo incalza chiedendogli se ricorda ancora il prezzo di mercato che l’orzo aveva nel tempo della dazione.

Ma La Rocca a questo punto perde di nuovo la memoria e risponde con un laconico “non ricordo”.

Più che per salvare del Hoyo, egli vuole salvare a tutti i costi la sua sentenza.

Flores nel febbraio del 1612 manda una lettera a del Hoyo a conclusione dell’ispezione compiuta: sono accuse distribuite in 22 punti riguardanti venalità, favoritismi, nepotismo.

Lo incolpa d’inviare, dietro compenso, commissari per il regno con il preciso scopo d’istruire cause civili e di applicare le sentenze già date. “Ufficiali che si sono rivelati peggiori dei banditi e chiedono di nuovo il pagamento dei debiti, - scrive- angariando la gente come despoti.”

Il Flores gli contesta con prove di essersi fatto pagare dalla città di Messina e dai familiari del Sant’Uffizio messinesi le spese per il suo soggiorno. Così avrebbe fatto per tutti i luoghi dov’era passato. Gli rimprovera di ricevere regali, importanti quantità di frumento, vino, orzo, olio, galline; di chiedere anche contributi in natura alle terre vicine a dove operava, suscitando fra la gente rabbia e malcontento. Lo taccia di corruzione per compravendita di sentenze e familiature come in un caso denunciato nella città di Lentini. Lo biasima per la sua vita privata, turpe e licenziosa, non perfettamente consona al suo stato di uomo di chiesa. E, infine, al punto 20 gli rinfaccia la tangente pagata dal La Rocca di Ragusa in riferimento alla sentenza a suo favore da lui emessa.

Gli stessi rilievi (sic!) da lui mossi nel 1595, come Visitatore Generale del Tribunale del Sant’Uffizio di Sardegna, agli Inquisitori Diego Osorio de Seyas e Alonso Muñoz.

Mons. del Hoyo, ricevuti i capi d’imputazione del Flores, non si scompose.

Il 9 novembre 1612, l’Inquisitore Torrecilla, cui era stato affidato il compito di sentire il suo collega, scriveva una lettera al Re informandolo che mons. Del Hoyo non aveva fatto mai interrogatori né nominato interroganti; sulle altre accuse l’Inquisitore citava a sua discolpa tre testimoni di cui uno era, in illo tempore, proprio il Giudice della Monarchia Don Juan Torres, ora Vescovo eletto di Siracusa. Nella stessa lettera il Torrecilla esprime al re tutto il suo timore, i dubbi e le convenienze nel coinvolgere nel giudizio il potentissimo prelato.

Come sempre il potere copre e assolve il potere.

Le ingiustizie continuarono perché l’ispezione, dopo aver acclarato i fatti, rimase, in effetti, lettera morta. I Visitatori successivi, sia quelli mandati da Filippo IV sia quelli mandati da Carlo II, nelle loro relazioni ripeterono, infatti, le stesse cose lamentate dal Flores.

Segue trascrizione della testimonianza di Giovanni la Rocca resa al segretario dell’Inquisizione di Palermo Dottor Arguello il 24 gennaio del 1611:

“En la ciudad o tierra de Ragusa, à 24 dias del mes de enero de 1611 años fui recivido por:

Joane la Rocca natural de Ragusa de edad de 36 años mas o menos, vive con su hazienda y rentas del qual se recivio juramento en forma de derecho, prometio dezir berdad y guardar secreto en preferencia y con assistencia del fray Julio Rizare Priore del Convento di San Agustin al qual tuvo asi mismo de guardarle todo que dice manu sacerdotali.

- Preguntando si conoce al Doctor Pedro de Hoyo y si tuvo ocasion de tratar con el algun negocio en el tiempo que fue inquisidor en este Reyno.

Dixo que conocio al dicho Monseñor Hoyo con ocasion de un pleito que tratava este señor en el Tribunal del Santo Offizio contra Vincenzo Carroza familiar en nombre de Margarita y Beatriz La Roca Montaña su mujer y cuñada, y tuvo dicha sentenzia en favor de su mano, conforme a otra que havia dado monseñor Llanes en la dicha causa.

- Preguntando si por la dicha sentencia o por otra qualquiera causa este señor dio o prometio al dicho monseñor Hoyo alguna cosa en dinero o en otra especie o si se lo pedia el, o alguna persona de su parte, dixo que nunca este señor dio ni prometio dinero ni otra cosa alguna al dicho monseñor Hoyo ni a otra persona por el, ni le fue pedida por causa de la dicha sentencia. Es verdad que este señor hallandose obligado al dicho monseñor Hoyo por haverle hecho justicia y por haverle este inclinado en ayudarle con la razon que tenia, deseava hazerle algun servicio/o regalo despues de dada la sentenzia y asi pregunto a su cochero Paulo que no lo sabe el sobre nombre que cosa podria embiar al dicho monseñor que le diese gusto y el dicho Paulo le dixo que monseñor no tenia cebada, y que le podia embiar quatro salmas y asi este señor le embio seis salmas, en cavallos de carga los quales le llevaron a casa del dicho monseñor y se le entregaron al dicho Paulo. Despues el dicho monseñor Hoyo agradezio a este señor el regalo que le havia hecho yendo a despedirse d’el para bolverse a su casa y que sobre este negocio ha sido preguntado dicha bez, havra cinco años poco mas o menos, por un comissario de banca llamado Cosme Romeo y dio su deposicion a la qual se refiere en todo y por todo.

- Y siendole mostrada y leyda una deposicion que comiença: In terra Ragusie die 28 eiusdem y acava seis noviembre loco ex tempore inst(ancia)s dixit ut supra escrita en una plana de papel con dos emmiendas y por el entendida- dixo que aquella no es su deposicion y nunca dixo lo que en ella se contiene de la manera que en ella se declara ni la quedo dezir porque es contrario de lo que ha declarado aora. Lo qual es la verdad. Demas que la dicha su disposicion estaba firmada a su nombre porque sabe scrivir. Y se acuerda haverla firmado y en esta aqui al presente se le ha mostrado no ay firma suya. Y portanto se remite a aquella deposicion que estaba firmada de su mano y no de otra manera.

-Y preguntando a instancia de quien dio la dicha deposicion y si para darla fue rogado ò hablado de alguna persona.

Dixo que no fue hablado ni rogado de ninguna persona para dar la dicha su deposicion si no del comissario solamente el qual dezia que era embiato del Tribunal y que este señor era llamado de Paulo currulli el cochero, como el dezia y que era necessario que lo depusiasse asi. Este señor dixo que no lo podia deponer asi porque no era verdad y haviendo depuesto lo que pasava con verdad scrivio su deposicion como ha dicho y aora se ha espantado de ber esta que se le ha mostrado sin su firma y contraria de la dicha y esta es la verdad para el juramento que ha hecho. Siendole leyda la dicha deposicion dixo esta bien escrita. Declarando que no se acuerda apunto del precio de la dicha cebada pero se remite a la deposicion firmada de su mano en la qual lo havra declarado y lo firmo.

- Preguntando si se hallo presente alguna persona quando el dicho Cosme Romeo tomo la deposicion que dize haver firmado de su mano dixo que no se hallo presente ninguna dicha persona sino el dicho comissario que la tomo en secreto. - Joane la Roca – Yo fra Julio Rizari Prior de San Agustino fui presente. Ante mi Arguello secretario.” 

(1) Riporto le trascrizioni delle contestazioni di due processi a carico rispettivamente di un “natural” di Modica e di una donna di Siracusa. La prima il Flores la mosse contro Llanes al punto 162 delle sue conclusioni; la seconda contro Matienco al punto 53:

Punto 162 – Yten procedieron contra Don Geronimo Lascala natural de Modica, por testigo falso el qual havia dicho su dicho al veinteiquatro de diciembre de seiscientosicinco en favor de Vicencio/orlando para quartar la negativa y ansi dixo que a los veinteiquatro/ o veinteiseis de junio del año de seisciento y tres el Vicencio /orlando se avia partido de Modica para Palermo donde avian estado por todo el mes de agosto entero con otras particularidades, fue votado a veinteiocho de noviembre de seiciento i ocho por los Inquisiddores Llanes y Matienco a que fuese preso y esseguiesse su causa, este Reo es sacerdote y el dicho que dixo en favor de Vicencio Lomonaco esta sacado a este processo sin autoriçarle y los dichos de otros muchos testigos tienen la misma falta. En el discurso de su acusa  confeso aver dicho sudicho en favor del dicho Vicencio Lomonaco. remitiose a el dieronsele en publicacion los testigos sin estar tampoco ratificado contra el, ni en las primeras Audiencias ni en la publicacion primera de testigos nunca se le mostro el primero dicho para que le reconociera i biera lo que contenia en su firma, hiço defensas pretendiendo provar entre otras cosas que el dicho Vicencio era gran caminador i podia ir en tres o quatro dias desde Palermo a Modica, sobrevinele mas provança que se le dio en segunda publicacion con el mismo defecto que la primera y tambien unas escripturas sin autoriçarlas ni tampoco se le avia mostrado su dicho hasta que leyendole  y comunicandole la segunda publicacion con su letrado pidio que le leyesen su dicho y aviendole visto dixo que no estava del modo que el avia depuesto ante el comissario i notario, hiço defensas incluyo la causa difinitivamente a doce de mayo de seiscientoydiez y sin darle noticia d’ellas ni a su abogado ni concluir denuevo, lo votaron a veintincinco del dicho mes de mayo, los Inquisidores Llanes, Matienco y Torrecilla, i ordinario a Autodestierro cinco años, aunque el Inquisidor Matienco fue de parecer que la sentencia se leyesse en el secreto, esecutose conforme a la mayor  parte. A trece de junio del dicho año de seiscientodiez===== Don Flores i contra a la margen, en favor.

Punto 53 – x- yten Contra Felipa La parrina de la Caragoça porque con colera i enojo i provocada por un vezino suyo, que hacia una obra junto a su casa que hacia perjuicio a la suya avia dicho que no tenia Alma i diciendole que se iva al infierno avia respondido que no avia infierno ni paraiso que quien avia venido de alla que no avia Alma, que si la hubiera ella la hubiera visto colgada de que fue testificada por tres testigos, calificose la propusicion por heretica, mandaronla parecer los Inquisidores Llanes, Matienco i ordinario, y en las Audiencias primeras el Inquisidor Matienco ante quien pasaron no guardo la instruccion a la accussacion, y publicaron confeso que con el enojo que tenia con la persona que edificava junto a su casa avia dicho que no tenia Alma y que quien avia venido de aquel pais que le diese nuevas diciendolo por el paraiso e infierno i que no se acordava a que proposito lo avia dicho i que tambien avia dicho que no avia visto Animas colgadas en la carniceria, lo qual  avia dicho con enojo i colera, i con aver hecho defensas i tachado al testigo principal i que la avia provocado i a otro testigo deudo suyo que avia depuesto de oidos, la condenaron a diezinueve de enero de sescientosydiez. Los Inquisidores Llanes, Matienco y Torrecilla a que saliese a Auto concoroça y ab jure se Delevi fuese desterrada de Çaragoça por dos años i cumpliese otras penitencias espirituales i lo executaron a trece de junio de Seiscientosidiez, sin tener consideracion a que la susodicha era de sesenta años y a que lo que dixo fue con colera i con enojo i provocada, que todas estas cosas suelen excusar de penitencia tan publica.

CREDITI

 

Archivo Histórico Nacional de Madrid (AHN)

Vías de revisión de las sentencias en el proceso inquisitorial, María Luz Alonzo, Investigadora del C.S.I., Universidad Complutense, Madrid

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