Cultura Altra metà del cielo 17/03/2014 09:59 Notizia letta: 2715 volte

Le quote rosa, raccontate da Silvana Grasso

Le 90 baccanti
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 I latini lo chiamavano sanctum foedus, patto sacro, inviolabile patto, sacro perché suoi garanti erano gli Dei medesimi. Possibile mai che le 90 baccanti, più che "vestali" a nostro giudizio, bipartisan della parità di genere abbiano anche solo per un attimo, anche solo in delirio, potuto vedere dei nella ciurmaglia votante a Montecitorio, dei calati tra gli umani, camuffati in vestiti doppiopetto, o spezzato, o tailleur per le anagraficamente "rosa"?
Eppure ci credevano, o solo facevano finta. La seconda ipotesi ci pare la più convincente. Quando si invoca fiducia è condicio sine qua non che il destinatario dell'invocazione abbia un patrimonio preesistente di valori, frutto di "genetica" e paideia, di cui la fides sia indispensabile basamento. Non ci pare affatto questo caso.
Proviamo per un attimo a immaginare, considerato l'uso distorto, abusivo, delirante che si fa della Democrazia, dentro e fuori il Parlamento, che le sorti delle "quote rose", macellate nella vicenda reale della votazione, potessero essere decise da un votante supremo, super partes, un deus/dea ex machina che, solo per autorevolezza e autorità di ruolo, imponesse su qualsiasi decisione già presa la sua, alla quale ipso facto tutti obbedire ossequiosi.
Per quanto sforzo abbiamo prodigato nella ricerca e nell'individuazione del nostro deus/dea ex in Parlamento, escutendo caso per caso, deputato per deputato, faccia per faccia, carne per carne, osso per osso, indagato per indagato, genere per genere, non ci siamo riusciti.
Nemmeno, mettendo insieme, in una composizione avveniristica assemblata, da dopolavoristica biennale, "pezzi" di più individui parlamentanti, siamo riusciti nel nostro progetto.
Non uno o una che possiamo adottare come deus/dea ex.
Ce lo cerchiamo, quindi, nel più autorevole mondo classico del Mito il nostro deus/dea ex.
Non fatichiamo un solo istante a individuarne tanti, prodi, valorosi, saggi, fatichiamo invece a selezionare, tra cotanta eccellenza, e scegliere chi proporvi.
Non siamo in suggestione di "quote rosa" e, liberi da quotismo, indichiamo in Eracle, sia pur con sofferta titubanza, il nostro "deus ex machina" di oggi. Anche se molto, moltissimo ci tenta, in par condicio ma solo di poesia e bellezza, l' Atena "dea ex" delle Eumenidi eschilee.
Straordinario eroe greco Filottete, che i suoi vigliacchi ingrati compagni d'arme, in viaggio verso Troia seguendo il duce Agamennone, hanno abbandonato nell' isola deserta Lemno, ove non voce umana ma canto d'uccello e onda di mare lenisce il suo tormento per dieci lunghi anni.
Una ferita infetta incancrenisce la sua gamba, non il suo coraggio, ma in una società, quella omerica, che confina i sentimenti, ed esalta solo come "valori" di rappresentanza ed irrinunciabili, l' areté guerriera e il thumòs della pugna, di Filottete ci si deve liberare.
Lo storpio, ex eroe, va abbandonato, oltre ogni considerazione sul suo valore del tempo di prima.
Il "prima" è radiato sconfessato dall' avverbio "ora", ottuso carnefice di Filottete e della sua virtù. Nessuna pietas, quindi, nel momento del tradimento, dell'abbandono, è solo inutile ingombro in una guerra.
Nessuno scrupolo, nessun'etica quando, per dolo, si studierà di privarlo dell'arco e delle frecce che furono d'Eracle, unico sostentamento e difesa nei lunghi anni della solitudine.
E' cibo l'arco, è difesa l'arco, è amico l'arco, è compagno l'arco, è conforto l'arco, come non furono i greci ingrati e irriverenti. Senz'arco è solo morte «caverna ti ritorno nudo inerme senza cibo.. languirò da solo, e non uccello alato ucciderò con le mie frecce, o fiera vagante tra le rocce: anzi morendo offrirò io misero pasto a quelli stessi di cui mi nutrivo. Delle prede d'un tempo sarò preda: e riscatto di sangue col mio sangue affranto pagherò» (Sofocle, Filottete).
Senza il suo arco non cadrà Troia gloriosa, un oracolo lo ha vaticinato. E l'infetto diventa ricercato più d'ogni strategia di guerra.
Con nuovo dolo gli si rubano arco e dardi«La vita tu m'hai tolto coi miei dardi, rendili ti supplico nel nome dei paterni iddii.. non togliermi la vita! » (Sofocle, Filottete).
Lo ha deciso Odisseo, il furbo, ma vince la giovinezza, vince il "cuore" del ragazzone Neottolemo che, ancora immune dall'astuzia dei vecchi furbi, confessa l'inganno all'ingannato.
Non vuole andare Filottete «odiosa vita a che mi tieni ancora quassù con gli occhi aperti, a che nell' Ade non mi lasci scendere?.... e voi, pupille mie, che troppo vedeste questo ancora sopporterete voi? Ch'io muova al fianco di quei figli d' Atreo che mi distrussero? Con quel corrotto, il figlio di Laerte?.... se di mali la loro mente è madre, d' altri mali sarà loro maestra in avvenire».

La Sicilia

Silvana Grasso