Cultura Scicli 19/03/2014 20:43 Notizia letta: 3196 volte

La porta aurea di Giovanna Gennaro

La mostra al Caffè Brancati
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Scicli - Impattano la visione prima della stagione più nuova di Giovanna Gennaro due suoi estremi compositivi e tematici. Da un lato s’accampa nella sua importante immanenza iconografica La nuda pietra, carica della sua plastica verità, antica d’una grecità scultorea, che innerva la linfa più icastica della cultura mediterranea, dell’occidente tout court. Una sensualità piena e multiversa, che origina dal motivo primo del nudo, passa per la sontuosa eleganza delle cromie connesse alla pietra, alla terra, al calore dei bruciati, e corre per la densità espressiva degli aspetti materici, alchemici di pastello e olio, questi solcati dalla linea narrativa della matita.

Sulla parete ideale opposta, quasi in sonoro ossimoro, Alberi d’inverno, ove una raffinata tavolozza l’artista scommette sul freddo, nell’invenzione d’un intrico di rami, di alberi che sono spogli di vita, ma che non dicono dolore, non sanno cosa sia la morte, sono affrancati dalla malinconia: sono danza, puro movimento di linee che si fanno varco gentile nel colore, soffuso della gamma rosata dei cipria e delle variazioni di bagliore nei bianchi, in una melodia figurativa che rivela chiara l’eleganza formale di Giovanna Gennaro.

Chiamare queste due opere per dire della cifra della pittrice nasce dall’averne colto lo specifico nello stile, che, lo sosteneva un grande inventore visionario nell’arte, Füssli, sa penetrare nell’oggetto, diversamente dalla maniera, che rimane in superficie. Qualunque sia il pretesto tematico di Giovanna Gennaro, la sua opera è sempre una enfatizzazione forte dell’espressività individuale. Così denota la sua nonchalance nell’innesto misto delle tecniche, trattate con padronanza e libertà, assegnando un’eloquenza fondamentale ai materiali. E questo è acquisizione squisitamente propria del contemporaneo. E questo salda in un legato dei modi il groviglio sentimentale della foglia morta, noto leitmotiv dell’artista, i frutti turgidi delle nature morte, la struggente poesia del fiore, la crescente volontà di paesaggio.

Non c’è discontinuità estetica tra le incursioni di memoria – nei dialoghi frequenti con gli universi alti dell’antichità – e la melagrana, l’albero, gli indicatori di vita presente, poiché la medesima fisicità vissuta del corpo dell’opera la ritroviamo nell’assolo della foglia, nelle nebbie graffiate che poetizzano una veduta, che la sublimano in visione.

Una sottile venatura di simbolismo s’insinua nel gioco tra natura e artificio, tra una riconoscibilità figurativa mediterranea e il suo dissolvimento, la tentazione dell’informale, che non vuol dire assenza di forme, ma ‘non formale’, superamento, pure, della dicotomia tra astrazione e figurazione. Ci interessa piuttosto la bella e costante tensione segnica, nel corpus di Giovanna Gennaro, il suo sfumato sapiente. Si perde il bisogno di categoria, come succede con l’arte vera, e anzi ci conquista il fascino del non circoscrivibile, in una luce che non deve decidersi se appartenere alla radiazione solare o alla gamma coloristica accesa, ai limiti del naturalistico, in cui è maestra Giovanna Gennaro.

L’artista racconta ‘semplicemente’ un mondo, il suo, che sa spalancarsi senza paura alla vertigine della totalità d’uno scenario ibleo e anche guardare i luminismi del fuori dal davanzale protetto dell’intimismo di un interno, complice il morbido raccoglimento d’un fiore Alla finestra – delicato correlativo oggettivo dell’io, un io che si dichiara candidamente nella sua essenza di donna. Un mondo, il mondo di Giovanna Gennaro, che, sopra tutto, è caparbia e gentilissima difesa dei valori dell’immaginazione, porta aurea alla libertà dello spirito.

Elisa Mandarà