Cultura Madrid 19/04/2014 19:06 Notizia letta: 4626 volte

In morte di Marquez. Addio Gabo

L’inganno finale
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Madrid -  La notizia della morte di Gabriel García Márquez (Gabo) era nell’aria.

L’altro ieri la prima rete della televisione spagnola aveva timidamente avanzato il sospetto di un peggioramento delle sue condizioni di salute.

Un mese fa, in occasione del suo ultimo compleanno, Gabo salutò ammiratori e giornalisti che si erano recati alla porta della sua casa, nella periferia meridionale della capitale messicana, per cantargli “las mañanitas”, il tradizionale canto messicano di compleanno.

Ho visto, in quel giorno, un Gabo assente, disorientato, invecchiato e commosso.

Era il suo ultimo addio.

“La morte è un inganno, un tradimento…” ebbe a dichiarare in una vecchia intervista.

La morte l’ha colto proprio il Giovedì Santo nello stesso giorno nel quale muore Úrsula Iguarán nel romanzo “Cent’anni di solitudine”.

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In un’altra celebre intervista Gabo ebbe a dire che da sempre si era considerato uno scrittore: era nato per scrivere e la sua intensa attività di giornalista altro non era stato che un surrogato della scrittura, “un modo personale di raccontare la vita”.

“Lo scrittore –rivelava al giornalista che lo interrogava sui suoi romanzi- è un abile carpentiere, deve saper costruire con chiodi, vite e vari accorgimenti incastri perfetti, impalcature stabili, per ipnotizzare definitivamente il lettore e impedirgli di risvegliarsi dall’incantesimo creato dalla storia.”

Gabo quell’incantesimo seppe davvero crearlo.

Un mondo fantastico dove tutto era possibile e le cose più belle erano proprio le quotidiane.

È il mondo di Macondo in “Cent’anni di solitudine”, un mondo che nella prima idea doveva essere solo l’ambito di un interno: il titolo provvisorio del romanzo era stato “La casa”, infatti. Una casa nella quale sarebbe successo di tutto.

Ma è, in effetti, “L’amore ai tempi del colera” la sua opera preferita, quella che più lo racconta nel suo intimo.

La storia della vita dei genitori, trasfigurata dal suo realismo magico nel quale la finzione si confonde con la realtà, il sogno col mito, la passione con l’amore.

Gabo ha sdoganato un’America Latina povera di fantasia, di contenuti, di tradizioni arcaiche nelle quali la memoria dei Conquistatori era la sola, la vera, la unica.

Ci ha invece restituito un universo denso di forti emozioni, di grandi sentimenti, di struggimenti e di dissolvenze che, assieme a una nuova musica, i poeti latinoamericani del primo Novecento avevano saputo con maestria interpretare e cantare.

In una lingua antica, fortemente intrisa di sole, di religiosità, di colori mediterranei sfumati dalla calura fumosa della meseta ma con il senso delle cose nelle atmosfere che solo quella terra lontana sapeva loro offrire.

Il patrimonio popolare, unica vera musa di Gabo e grande retaggio di tutto il sud dell’America, per la prima volta acquistava la celebrità di un protagonismo troppo a lungo negato.

Addio Gabo!

Siamo cresciuti con le tue storie, non saranno solo le puttane di uno dei tuoi famosi romanzi a essere tristi oggi, ma anche molti di noi che ti hanno conosciuto, leggendoti, e ti hanno apprezzato.

“Ci vedremo ad agosto” come hai promesso nell’ultima fatica letteraria che qualcun altro finirà per te.

Così, forse, grazie a quest’ultima incompiuta, il tuo mondo ipnotico e immortale non morirà ma ti sopravvivrà nel tempo.

Un Uomo Libero.
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