Cultura Palermo 24/04/2014 23:24 Notizia letta: 4072 volte

Valeria Contadino porta in teatro un figlio tetraplegico

Un’intervista di Michele Fronterrè
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Palermo -  Valeria Contadino, assieme con Filippo Luna, hanno debuttato al Biondo di Palermo con “Se nùmmari”. Un dramma messo in scena da Vincenzo Pirrotta e ispirato dal testo di Salvatore Rizzo. L’abbiamo incontrata a Palermo all’indomani del grande successo della prima. 

 

MF: Valeria ci introduca in questa storia così dura.

VC: E’ la storia di Orazio e Anna. Marito e moglie che per diciotto anni hanno cresciuto il loro unico figlio. Tetraplegico. La loro vita, una vita di rinunce e di frustrazioni, una vita di dolore viene sconvolta d’un tratto da un vincita milionaria al Superenalotto. Nei due inizia a farsi largo un senso di rivalsa nei confronti della vita, un desiderio carsico che li corrode individualmente fino a portarli a volersi riappropriare di una felicità che il destino gli ha negato. Quella vincita, come una voce diabolica, gli sussurra un futuro diverso, li strega con le malie del caso. Un demone, quello della follia, li spingerà a riunirsi, loro che avevano smarrito perfino l’intimità più intima, e decidere del più efferato dei delitti. 

 

MF: come si è avvicinata a questo testo?

VC: avevo appena partorito i miei due gemelli. Ero serena e appagata. Completa. Quando ebbi tra le mani questo testo. Che ho letto tutto d’un fiato. E che proprio nella freddezza, nella distanza enorme di quel racconto rispetto a quello che era il mio vissuto, allora, mi ha preso. Catturato. Perché come madre, come donna, ho sentito fortissimo dentro di me l’umanità di questi personaggi così veri. La vita di tutti i giorni racconta tantissime storie così. 

Perché, questo senso di frustrazione, questo dolore, dentro il quale piombano Orazio e Anna, appartiene all’uomo e a tante, tantissime coppie. E, infatti, Pirrotta ha saputo rendere magnificamente in questo allestimento, che non ha tempo e non ha luogo, l’idea della ragnatela in cui molte coppie finiscono. Nel tentativo spesso di migliorare la propria esistenza, finiscono invece con il subordinarla a una rete di rapporti, di egoismi, di rinunce, d’incomprensioni, che diventano una gabbia insopportabile. Quel nido in cui può, di colpo, accendersi l’occhio beffardo e sinistro del demone. Quello della follia. 

 

MF: La pièce è in dialetto. Che ruolo ha la lingua dialettale in questo dramma?

VC: E’ fondamentale. Già il testo di Salvatore Rizzo nasceva in dialetto. E Pirrotta, che è regista di scuola classica, che fa della drammaturgia impasto di carne, perché se a mettersi nei guai è sempre lo spirito, lo spirito è nulla senza la carne che con il suo metabolismo lo corrode e lo eccita, si è avvalso del dialetto non solo per rispetto all’autenticità del racconto di Rizzo cui si è ispirato ma perché è nel dialetto che sentimenti ed emozioni sgorgano puri, senza filtri e l’intermediazione, falsa, della ragione. E poi il dialetto ha tutta una sua musicalità, ha una capacità espressiva che non ha gli impicci della sintassi, arriva diretto al cuore, all’anima di chi ascolta. A maggior ragione se si accompagna alle note della colonna sonora, bellissima, firmata da Giacomo Cuticchio. Figlio d’arte al quadrato.

 

MF: E’ la coppia a decidere il terribile delitto ma al tempo stesso i due protagonisti sembrano vivere un dramma individuale, che ne pensa?

VC: E’ vero. E penso che sia così nella realtà. Pirrotta ha costruito, infatti, fedelmente al testo originale di Rizzo, l’impianto drammaturgico come un sovrapporsi di monologhi. L’interiore deriva dei due coniugi. Paternità e maternità sono due cose ben diverse. A maggior ragione di fronte a un figlio ridotto dal destino a un pezzo di carne.

 

MF: Si aspettava questo successo per un dramma su di un tema così forte che racconta una vicenda così terribile?

VC: Penso che il teatro sia un luogo dove possano trovare casa anche le anime più nomadi. E nell’umanità, efferata, che non ha assoluzione quella di Orazio e Anna, tutti possano trovare la serenità della catarsi. 

 

 

Se nùmmari – produzione Teatro Stabile di Catania

Dal 23 al 30 Aprile al Biondo Palermo.

Il 2 Maggio al Teatro Vittorio Emanuele di Noto.

Dal 3 all’8 Maggio al Musco di Catania.

 

Michele Fronterrè
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