Cultura Scicli 29/04/2014 23:59 Notizia letta: 2900 volte

Per Nisveta, con Nisveta

La mostra è visitabile al Caffè Brancati
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 Scicli - Piccolo studio per Nisveta

Movimento uno. La promessa

S’era chiuso con una promessa, il pomeriggio del mio incontro con Nisveta, coi cieli verdi del domani. Il suo universo subito ricco, la pagina complessa di un’arte evidentemente carica di emprunts culturali, sincretici di mondi reciprocamente distanti, rinviava la visione del corpus dell’artista a un momento disteso di studio, di ricerca attenta delle chiavi d’accesso possibili al suo mondo.

Non c’è più tempo per un’intervista canonica, per un tè di arte e parole. La forma della vita non ha dato spazio a un viaggio certo avvincente nello studio di Nisveta – Nisveta presente con la luce degli occhi – un incontro nuovo, che avrebbe coadiuvato il piacere dell’analisi col racconto diretto di chi l’arte l’ha creata e vissuta.

Le chiavi d’accesso dobbiamo dunque inventarle senza la voce di Nisveta, provando ad assecondarne la musica, in luogo delle parole, la sua scrittura magica, lieve dell’eleganza che la connota e forte dei significati profondi, che ciascun segno arreca. Questa malia di tracce seguiamo, indovinandole infinite, sostanziate di mente e spirito, di sapienza colta e di vis naturale creativa.

L’arte non è certo la somma dei suoi addendi e la via per la decrittazione dell’opera di Nisveta Kurtagic Granulo non può certo consistere nella illustrazione delle sue matrici. Peraltro queste mirabilmente rifuse in una cifra propria, originale, che stabilisce un dialogo serrato tra componenti variegate, come le esperienze della Secessione Viennese, Klimt, Schiele, anche per quell’ideale di Gesamtkunstwerk, di un’opera totale, che coinvolga l’artista nel progetto, nella pittura, nella decorazione, in una fusione piena tra le arti. Come l’arte musiva, pittura attraverso la quale gli artisti, specie quelli bizantini, portarono l’immagine in una dimensione astratta, trascendente. Come, ancora, le acquisizioni estetiche del Simbolismo, radice essenziale per Nisveta. Come l’apporto della psicoanalisi, che vuole il segno pittorico quale espressione traslata dell’inconscio.

Non è somma l’arte, si diceva, ma sublime prodotto, risultante – quante volte incalcolabile – dei principi costituenti. E questi ci portano a dire che non è mero decorativismo il sapiente ricamo di Nisveta, che origina da una spiritualità capace di farsi materia. Così rivela un cosmo composito, in cui l’artista lascia prevalere il simbolo sulla rappresentazione della realtà, la sua evocazione, per via tante volte aniconica, lungo il solco elegante d’una linea sinuosa.

Torna alla memoria Città, una china del ’95, dove la veduta urbana d’un oriente prossimo – ma pur sempre oriente, altro dal più familiare occidente – si specchia col suo contrario. Questa immagine, qui che è più facile leggerne il racconto, cogliamo come emblematica dell’approccio di Nisveta alle cose: in una visione interiore del mondo può accadere che gli opposti si parlino, che si concilino. La composizione dice inoltre della cifra di un’arte giocata sulla bidimensionalità delle forme, sull’assenza di volumetria, su un preziosismo scaturito dalla felice alchimia delle cromie, dalla distribuzione, ora ritmica ora pulviscolare, del segno.

Una contiguità all’arte bizantina (e alle esperienze europee che questa hanno introiettato) ci dice la quasi monocromia degli sfondi, il divisionismo cromatico, l’antiplasticità delle rappresentazioni, che possiamo intendere come stilizzazione della realtà, come suo superamento. Antinaturalismo come astrazione, come sguardo, forse, all’insondabile soprannaturale, come strumento per esprimere le aspirazioni dell’uomo verso il divino, alluso – occorre un altro forse – dal fulgore del colore che incede a interrompere la medietà tonale.

E a una tensione all’astrazione rimanda pure la fondamentale presenza della geometria, che è strumento di dominio dell’anima, che corrisponde a un ordine interiore.

Punto, triangolo, cerchio, quadrato, le stesse figure ricorrenti nel mandala, processo lungo il quale Nisveta ha ampiamente viaggiato, in un cammino che è esperienza estetica ma pure movimento rituale, pure crescita spirituale. Il suo Mandala Nisveta non ha tracciato con la sabbia, lo ha inciso rosso perché fosse visione stabile lo spettacolo della cosmogonia, perché prevalesse il senso di rinascita su quello della caducità, della fine delle cose. Perché fosse danza e idea di natura. Perché passasse ai non iniziati la visualizzazione del recinto protettivo dell’io, del cerchio sacro che contiene la sfera più intima dell’uomo.

Indoviniamo stelle e mondi, nell’incisione di Nisveta, pianeti che pulsano come anime, che si perdono e si ritrovano. Cosmi in tangente traiettoria o distanti in millimetrico equilibrio. Vi è il senso dell’oro, tra le pagine dell’opera di Nisveta, oro non solo come metafora del divino, ma come quid d’alterità splendente che rifulge nell’essere. E quell’oro Nisveta prende per mano e conduce fino alla luce massima, a una tensione di luce vermeeriana.

«Se Ingres ha posto ordine alla quiete, io vorrei, al di là del pathos, porre ordine al movimento». Lo diceva Paul Klee e non a caso corre la sua citazione, poiché, come il pittore tedesco, Nisveta percepisce e assume l’arte come un discorso sopra la realtà, non come una sua mimetica riproduzione. Come in Klee, in Nisveta il visibile costituisce un puro fenomeno isolato: ci sono, a nostra insaputa, numerose altre realtà. Dentro il mosaico di luce e colore, pare Nisveta cercare il segreto ultimo, i meccanismi più profondi e nascosti della natura. Così, un Passo a due, in cui la presenza iconografica e stilistica di Klee pare avvertirsi più intensa, diventa danza di geometrie dentro la geometria, contrappuntata ancora dall’oro, dal fiore, dalla gemma, dal cuore.

Il dove a cui portano le urgenze conoscitive dell’artista è di ordine spirituale, mistico, come trasparenti dicono i nomi assegnati alle opere. Supportata da un artigianato affilatissimo, che segue l’opera dal suo concepimento alla incisione, alla saturazione di materia e colore e segno, la meditazione diventa una metodologia di osservazione del mondo, del fenomeno e del noumeno. Una visione che rifà, in chiave estetica, l’ultima magica poesia dell’origine, della vita, del grande mistero del metafisico oltre.

 

Movimento due. Artisti per Nisveta

«Conta che Nisveta continui a esporre, continui a dialogare con gli altri artisti come se fosse presente. Conta che Nisveta continui a vivere». È Eso Granulo a introdurci al senso e alle finalità d’una collettiva di artisti, che, abbracciando quale nucleo caldo l’opera di Nisveta, le si confrontino, culturalmente, esteticamente, sentimentalmente.

E allora non è solo omaggio, l’opera che ciascuno dei diciannove autori in mostra ha tributato a una figura alta di artista. Nisveta è chiamata allo scambio, al colloquio, medium eccezionale l’arte, che non di rado riesce a stabilire ponti di cristallo tra dimensioni distanti.

Il punto di partenza del Viaggio verso Nisveta sono state due opere, complementari e complesse. Due incisioni quasi monocrome, sulla cui superficie l’artista aveva nel 2006 disteso una fascia lineare rossa, Bogumili 1 e Bogumili 2. Sono davvero non circoscrivibili i significati allegorici legati a quanto ha sollecitato in Nisveta la riflessione sul bogomilismo. Immaginiamo che, per quanto concerne la trasmigrazione della dottrina religiosa nella visibilità dell’arte, uno dei cardini possa essere stato il dualismo, quello della matrice orientale del bogomili, che oppone i principi del bene e del male, e quello cristiano diffuso nella penisola balcanica, che stabilisce un’antitesi tra spirituale e corporale, tra eterno e contingente.

Su una tessitura ideale ricca e stratificata hanno pertanto viaggiato gli Artisti per Nisveta. Dialogando ciascuno col linguaggio proprio, ciascuno lasciando interagire il proprio corredo estetico con l’universo di Nisveta. Provando a stabilire una continuità tematica ed empatica con lei, come Bracchitta, che condensa i poli dell’essere e della ricerca nella Materia e nello spirito, rieditando l’opera, saturandola di corpo, o come Candiano, che in una cifra vitalistica, enfatizzata dalla festa del colore, legge originalmente il motivo caro del Mandala. C’è chi il mondo di Nisveta accarezza con lievi avvicinamenti alla sua arte, come Ilde Barone, che esalta matericamente il ‘ricamo’ di Nisveta, e chi tratta le forme della incisione come supporto per simboli alati, la candida colomba di Sarnari, leitmotiv dell’artista, accompagnata dalla sua ombra a matita, un’essenza d’essere, o i puttini graziosi di Lissandrello, emergenti da una intrigante amalgama materica.

Vi sono artisti che lasciano intatta la rappresentazione di Nisveta, viaggiandole attorno, come Colombo, che innesta un ramo fiorito a radice ideale dell’opera di Nisveta, scegliendo i silenzi raffinati della matita, per non alterare l’impatto dell’incisione, e come Gennaro, che una veduta paesaggistica inventa edenica ai piedi dell’opera, accendendo poi i cieli di colore. Una levità discreta d’intervento scelgono pure Pinelli, che firma l’opera coi colori che gli sono propri, che lo rappresentano, Rinzivillo, che racchiude l’incisione inalterata in un packaging trasparente, sul quale traccia un cerchio di metafora rosso, infinito e circolare come i valori eterni, e Polizzi, che posa nell’opera la poesia simbolista dell’occhio, che è sapienza, visione e vista spirituale, un occhio che ci guarda, che proietta l’opera allo sguardo verso di noi, che non frena la lacrima effusiva.

Colma di materiali, per versi differenti, la realizzazione di Monteleone, che abbraccia stralci di vita negli appunti di Nisveta e ne confeziona un narrativo collage, di Salvo Barone, che dai mondi dell’artista deduce una notte di stelle, il cobalto illuminando dell’oro, ancora contiguo a Nisveta, di Allegra, che, impiegando un primitivismo linguistico, intreccia una danza circolare delle età della vita, memore di Matisse. A lei dedicano il tributo gentile d’un fiore Cartia, che asseconda delicatamente le direttrici lineari dell’opera, e Guastella, che l’omaggio floreale lascia fluttuare nell’acqua dell’arte, facendo della struttura di Nisveta un vaso contenitore di bellezza.

Un linguaggio di plastica materialità scelgono Sciutto e Maltese, che ‘traducono’ nel proprio codice la bidimensionalità di Nisveta, con una tessitura d’arabeschi su supporto scultoreo Sciutto, e contrappuntando di correlativi oggettivi della femminilità Maltese. E un inserto scultoreo di Messina stabilisce parola di dialogo tra valori pittorici e valori plastici, in una misura ulteriore di confronto, tecnica, con Nisveta.

Vola lirico il mare di Guccione, che il pittore ‘appoggia’ sull’opera di Nisveta, facendone struttura portante per acque e cieli, immaginifico cavalletto, metaforico altare d’una religiosità della natura. Vola lirico il mare di Guccione, con le sue linee celesti, velature che dialogano esteticamente tra astrazione e rappresentazione, in una dilatazione dei tempi fino alla vertigine dell’assoluto, dell’indefinito, dell’illimitato e, chissà, dell’eterno.

Mare che ci porta, per misteriose correspondances, ad Aldilà, un’incisione esitata da Nisveta nel 2000. Qui sono altro le onde, spiriti alati mossi all’unisono col diagramma della vita e della morte, dell’eterno enigma. Sono fili e intrecci, le onde, viaggiatrici tra le miniature di ambra, d’incenso, una rete luminosa di raggi, che posa un fiore di velluto sulla matematica fine di Nisveta, sulla sua poesia oro.

Elisa Mandarà