Cultura Madrid 30/04/2014 18:34 Notizia letta: 1 volte

Il prezzo del tradimento del conte di Mazzarino

L’Ordine della Chiave
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Madrid -  Il Re di Spagna Filippo IV il 18 ottobre del 1653 gira al Consiglio di Stato d’Italia un memoriale a lui inviato dal Conte di Mazzarino con il quale l’aristocratico siciliano chiede di essere insignito dell’onorificenza dell’Ordine della Chiave  o di quella del Toison, entrambe di grande  prestigio concesse dalla Corona spagnola.

Il Consiglio di Stato lo esamina e lo rimanda al re il 28 ottobre riassumendo nel suo documento i motivi addotti dal Conte di Mazzarino ed esprimendo perplessità soprattutto per il primo titolo preteso dal siciliano, ordine riservato alle persone della cerchia più intima del sovrano.

Per quale motivo il Conte di Mazzarino aveva fatto quella richiesta tanto pretenziosa e che cosa esponeva nel suo memoriale a sostegno della sua ambizione?

Giuseppe Branciforte, conte di Mazzarino, nasce a Palermo nel 1619 in una delle famiglie siciliane più importanti e imparentate con la Corona spagnola. Il nonno materno Don Juan de Austria fu lo stesso che combatté nella battaglia di Lepanto (1571), fratellastro di Filippo II.

Il 25 ottobre del 1653 il Conte di Mazzarino fa recapitare al Consiglio di Stato un nuovo memoriale in sostituzione del primo nel quale si dà fede di una confusione di date avvenuta sicuramente durante la stesura in bella copia del primo documento.

In quest’ultimo memoriale il Conte fa esplicita menzione delle sommosse antispagnole che agitarono la Sicilia nella prima metà del Seicento.

E precisa che, anche se durante la rivolta dell’Alessi, chiamata dagli storici “la rivolta del pane”, avvenuta nell’agosto del 1647 subito dopo quella napoletana capeggiata da Masaniello, lui si prodigò parecchio a favore della causa spagnola e in difesa del Viceré; è, invece, per la seconda, quella del 1649, che chiede un vero e proprio riconoscimento dei suoi servigi al re.

È interessante leggere direttamente dal suo racconto, fedelmente riportato dal documento del Consiglio di Stato, come siano andati davvero i fatti, quelli del 1647 e poi i successivi del 1649, fatti, gli ultimi, che lo videro coinvolto in prima persona e, suo malgrado, involontario protagonista secondo quanto lui stesso confessa.

Il documento da me ritrovato tra i fondi dell’Archivio Storico Nazionale di Madrid è di un interesse incalcolabile.

Fa luce su due importanti tentativi dell’aristocrazia siciliana di riprendere in mano il controllo dell’isola.

Il primo tentativo, quello di Giuseppe Alessi è solo appena accennato dal Conte di Mazzarino ma il secondo no, il secondo è descritto, invece, nei minimi particolari.

Perché il suo tradimento fosse palese e inequivocabile agli occhi del re, perché nessun’ombra di dubbio potesse mai sfiorare la mente del monarca nel considerare la sua lealtà.

In realtà il suo comportamento non solo fu ambiguo ma anche ingiustificatamente colpevole.

Se già il giudizio della Storia lo aveva condannato, con questo documento il Branciforte si scredita definitivamente.

Analizziamo il contesto storico nel quale il tradimento del Conte di Mazzarino maturò e si consumò.

Felipe IV era rimasto senza eredi in un’età nella quale nessuno avrebbe più pensato a risposarsi.

L’erede al trono, il figlio Baltasar Carlo, era improvvisamente morto (+1646), lasciando un padre affranto dal dolore, vecchio e privo, dunque, della necessaria discendenza.

L’indipendenza, un morboso e inconfessabile desiderio segretamente vagheggiato dalle élite siciliane, trovava finalmente nella morte dell’erede al trono l’occasione propizia che da tanto tempo andava inseguendo.

Quest’occasione ghiotta, infatti, non poteva passare inosservata agli occhi della ricca aristocrazia napoletana e, soprattutto, dell’altra siciliana molto più rampante e insofferente del dominio spagnolo.

Carlo V aveva lasciato al figlio Felipe II un’ingente eredità di debiti. Debiti che il figlio non riuscì a onorare e che, anzi, proliferarono in maniera esponenziale per le opere faraoniche da lui intraprese (L’Escorial) e le continue guerre nelle quali s’invischiò allo scopo di conservare il controllo del Mediterraneo.

A nulla servirono i diversi fallimenti annunciati, l’ultimo nel 1596 ad appena due anni dalla sua morte (1598).

Sotto Filippo III le cose peggiorarono e, ora, con Filippo IV la situazione si era fatta davvero insostenibile.

Il popolo, vessato da innumerevoli balzelli, non riusciva nemmeno più ad avere il necessario per vivere.

Fu questa fortissima pressione tributaria che alimentava una vasta e diffusa corruttela a creare uno stato di malcontento in tutta l’isola anche e soprattutto tra le classi agiate e il clero.

Quando nel 1647 Giuseppe Alessi ritornò da Napoli animato dalle stesse idee rivoluzionarie che avevano motivato Masaniello, all’aristocrazia palermitana e al clero non parve loro manco vero.

Purtroppo fu, come quella di Masaniello, anche questa dell’Alessi un’epopea effimera, prodotta da un populismo decerebrato e ignorante, facilmente infiltrato dagli astuti viceré spagnoli.

La rivolta durò appena qualche settimana, infatti. Come l’altra napoletana, fu domata nel sangue. Il popolo stesso depose le armi perché capì che la sommossa non avrebbe prodotto il cambiamento sperato.

Ma l’aristocrazia siciliana non aveva perso ogni speranza. Aveva intuito da subito il vero potenziale su cui aveva fatto affidamento l’Alessi: la forza indiscutibile delle masse organizzate. Anche se il tentativo alla fine era miseramente naufragato per il limite culturale dell’Alessi stesso.

Ne fece motivo di bisbiglio nei salotti, dunque. Cospirò a lungo vagheggiando finalmente un’isola indipendente sotto l’unico diretto controllo della classe baronale.

Sarà lo stesso desiderio che animerà i nobili siciliani più tardi, nel 1860, ad appoggiare più o meno apertamente l’avventura garibaldina, ultimo e definitivo fallimento di una casta ambigua che non seppe mai anteporre l’amore per la Terra all’interesse personale.

Il Conte di Mazzarino fu il simbolo di questa casta inetta, il patetico testimone del primo suicidio dei gattopardi che, purtroppo, sarà ancora ripetuto esattamente due secoli più tardi per lo stesso errore di calcolo, per la stessa consumata ipocrisia.

Nella supplica al re Filippo IV, Giuseppe Branciforte dà una versione accomodata dei fatti del 1649, fondamentalmente vera.

Vorrebbe discolparsi ma il suo doppiogiochismo trapela da ogni riga e lui stesso ne avverte il peso e l’onta.

Un comitato di uomini d’onore gli aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità di poter diventare il capo di un popolo stanco e deciso.

Lui nicchia per giorni e giorni. Lo fa perché vuole mettere a dura prova la pazienza dei congiurati, sostiene. In effetti, la decisione è così importante che non avrà gli attributi e il coraggio necessari per prenderla.

Alla fine, quando capisce che il tempo gioca a sfavore dei cospiratori, li denuncia vigliaccamente affidando le sue delazioni a un gesuita che informerà con tempestività Don José Juan d’Austria, il figlio illegittimo che Felipe IV aveva avuto dalla frequentazione di un’attricetta di Madrid.

Il figliastro del re piomba con la rapidità del fulmine in Sicilia prima da Barcellona e poi da Messina a Palermo. Passerà i congiurati che non avevano tentato la fuga a fil di spada.

Giuseppe Branciforte è fra quelli che, nel timore della rappresaglia, si erano intanto dati alla latitanza.

In considerazione della sua delazione, sarà, in seguito, richiamato con un bando nell’isola e risparmiato.

Il documento narra poi che il Conte, nell’attesa della tanto sospirata udienza del re, si era domiciliato ad Alcalá de Henares, alle porte di Madrid,  e in un secondo momento addirittura nella stessa Corte.

Dà notizia di un matrimonio importante combinato tra il proprio figlio e la figlia di una delle più blasonate famiglie della Capitale per chiedere al monarca la sua speciale e personale benedizione, come ancora usa nelle importanti Case aristocratiche spagnole.

Quell’onorificenza tanto bramata dovrebbe essere, a suo dire, il suggello della riacquistata benevolenza del re, il passaporto da esibire a una scettica aristocrazia palermitana, ben consapevole della cattiva coscienza del Conte e della sua imperdonabile miopia politica.

“Se non riuscisse a ottenere nessuna delle onorificenze da lui richieste –scrive testualmente il Consiglio di Stato- diventerebbe con certezza lo zimbello dei nobili, amici e nemici. Soprattutto della Principessa di Butera (Doña Margarita de Austria, discendente diretta da don Juan de Austria, sua cugina, ndr), la cui diffidenza verso l’uomo e la sfiducia nelle sue parole hanno molto scandalizzato non solo l’ambiente siciliano ma anche l’altro spagnolo, -con que pueda passar à Italia mas ayroso, y honrado de la grandeza Real de V.M.- (perché possa tornare così in Italia rispettato e onorato della grandezza di Vostra Maestà).”

Tramontava, malinconicamente, il grande sogno di una Repubblica Siciliana, così come lo avevano concepito i nobili che pagarono con la vita il desiderio di una patria libera.

Millecinquecento scudi, un’onorificenza non importa quale e la promessa di un incarico che non fu mai mantenuta, questo il prezzo del suo tradimento, la squallida ricompensa della sua viscida e volgare doppiezza.

In altre due lettere inoltrate al Sovrano il Conte sollecita ancora in una prima del 14 dicembre del 1655 un’anticipazione una tantum di otto mila ducati sulle rendite delle sue terre già ammesse peraltro al controllo e alla vigilanza delle “deputazioni” (1) come altri territori siciliani. Per onorare i numerosi debiti fatti per mantenersi nella Corte madrilena secondo il suo rango, si giustifica timidamente. E ricorda al re che da sei anni si trova ormai a Madrid senza neppure il becco di un quattrino, fuori della sua Sicilia “per ordini di Sua Maestà”. Lo informa anche di essere diventato vedovo nel frattempo.

In un’altra dello steso periodo il Conte chiede una pensione di mille ducati mensili per poter continuare a vivere nella Corte.

Il re aveva capito perfettamente il doppiogioco del Conte di Mazzarino e lo aveva stancamente assecondato, premiandolo solo in apparenza per compiacere il figliastro, ricordandosi però che di un traditore non poteva e non doveva più fidarsi. Per questo lo aveva “richiamato” a Madrid, per tenerlo meglio d’occhio.

Giuseppe Branciforte, al suo ritorno in Sicilia, si ritirerà a vita privata, isolato dalla stessa famiglia che mai lo perdonò.

Il suo tradimento è emblematico, dura nel tempo, continua ancora oggi nonostante tutto a produrre gli effetti nefandi per una strana e ineluttabile memoria storica che puntualmente s’incarna in uomini servili, doppiogiochisti e mediocri.

(1) Istituzione giuridica politico-amministrativa che aveva il compito di riequilibrare la pressione fiscale nei territori sottoposti alla sua giurisdizione ma anche una funzione di vigilanza e di garanzia per i creditori dei feudatari, signori delle terre amministrate.

CREDITI

 

Archivo Histórico Nacional de Madrid (AHNM)

Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 72, Nicoletta Bazzano

Trascrizione del documento del Consiglio di Stato

                     TRADIMENTO  CONTE  DI  MAZZARINO

AHNM – Estado, 2191

Sicilia                                                            a 28 de octubre 1653

El Consejo de Italia obedeciendo al Real orden de V.M. de 18 d’este, con que se sirvio remitir un memorial del Conte del Mazarino en que por consideracion de sus servicios pide merced de llave, tuson, u otra para bolver a Italia; representa à V.M. lo que se le offreze, y pareze sobre todo.

Hago merced al Conde de Mazarino de una encomenda de los tres ordenes militares de mill y quinientos escudos: y he mandado que si de presente ay alguna vaca se le siñale y que si no fuere d’esta cantidad la que hubiere vacase le situe el cumplimiento d’ellos en otra parte adonde con effecto los cobre.

Publicose a 27 de noviembre de (1)653

Registrada Consultas dependientes 13 a folio 72


Marques de Leganes

Don Gaspar de Sobremonte

Don Thomas Brandolino

Don Francisco de Zeloaga

Juan Vauttista Canton

Don Ascanio Ansalon

                                                 SEÑOR

Con decreto de 18 d’este vino al Consejo un memorial del Conde del mazarino y se sirve V.M. ordenar que sobre lo que representa y supplica consulte lo que se le offreziere, y pareziere//

En el memorial refiere haver supplicado à V.M. le honrasse con merced de la llave en consideracion de los particulares servicios que hizo el año de (1)647 con tanto acierto d’el de V.M. en la occasion de la conjura de Palermo, como mas largamente lo representò con otro memorial en los principios de su llegada à esta Corte pidiendo la misma merced, sin haverse servido de tomar resolucion hasta aora. Y porque V.M. le ha dado licencia de yr a Roma à algunos negocios precisos de intereses de su Casa para bolver despues con su hijo à assistir à los Reales pies de V.M. y de no llevar de su poderosa mano alguna remuneracion se le seguira gran descredito quando todos saben los muchos peligros a que se expuso, y el acierto con que procedio en aquellas ocasiones, buelve a instar en la merced que ha supplicado de la llave ò el Tuson, ò otra la que V.M. fuere servido, con que pueda passar à Italia mas ayroso, y honrado de la grandeza Real de V.M.//

Visto este decreto y memorial en 25 del corriente, se leyo otro memorial en que dize el Conde que haviendo reconocido el borrador del primero ha hallado que por yerro(error) de pluma se refirieron en el sus servicios en la conjura del año (1)647, siendo su animo representar en particular los del año de (1)649. Y supplica à V.M. se sirva de tenerlo assi entendido.//

Conferido sobre todo, y las noticias que ay de lo que refiere en ambos memoriales se offreze dezir à V.M. en las conjuras de (1)647 (que fueron muchas) procedio el conde con summa atencion, zelo, y vigilancia del mayor servicio de V.M. assistiendo a los Virreyes en todo lo que se offrezio, y que le encargaron con gran satisfacion de sus operaciones hasta contribuir con muy considerables cantidades para el sustento de la Infanteria Española que estaba en defensa de los puestos y todo el tiempo que el Marques de los Velez estuvo retirado en el Castillo asigurado de las furias, y tumultos populares, le acudio el Conde de dia, y de noche executando sus ordenes con suma puntualidad, y rendimiento aventajandose en todo à otros muchos vassallos de V.M.//

En lo que toca à los servicios del año de (1)649 segun las noticias que V.M. ha tenido por la via de Estado que se sirvio mandar participar à este Consejo, y otras que han referido los Regentes Provinciales de Sicilia consta que dicho año el Doctor Don Antonio del Judice avogado primario de aquel Reyno mal satisfecho del govierno, y dominio Español, y poco asegurado de su consciencia por sus malas operaciones en tiempo del Rebelde Jusepe de Alessi a quien asistiò sirviendole de Consultor, y Assessor para formar los Capitulos que salieron à luz contra el servicio de V.M. y deseando mudar de diseño, y de fortuna comunicando sus designios con el Doctor Don Joseph Pizi, Lorenço Potomia procurador de causas Don Mercurio Malbaña, y otros mal afectos, tratò de que por su medio se lebantasse aquel Reyno reduciendole a nuevas inquietudes, por medio de las quales se consiguiesse el intento de darles nuevo dueño, o reducirle à Republica, para lo qual resolvieron todos los conjurados de empeñar en la accion al Conde del Mazarino, y que açceptasse el ser su Cabeza sin proponerle el punto de Republica, pareziendoles que por este camino no consentiria en la conjura, y haviendosela comunicado algunos d’ellos es cierto que el Conde les oyo, que mostrò aquietarse a sus tratados (sigun lo que resulta por algunas declaraciones d’estos conjurados), pero d’ellas mismas pareze que el onde nunca respondio fixamente, ni concluyò cosa efectiva, tomando siempre largas, y proponiendo cada dia muchos medios, y muchos imposibles contrarios los unos à los otros, tanto que deseperados de sus dilaciones los Conjurados quisieron executar su mal intento sin esperar al Conde, ni hablarle mas en la materia. y por la serie de las mismas sulavaciones se puede percebir que el Conde sentia el empeño en que estava, y que deseando librarse d’el, no hallava el modo sin riesgo evidente de la vida en el mismo instante que se declarasse ò descubrirla. Mayormente estando el señor Don Juan, y los Tribunales en Mecina docientas millas distante de Palermo. Y que si quisiera yr en persona à dar quenta del caso, ò fuera descubierto, ò con su falta, se executara la resolucion como estava ajustada entre los conjurados è la menor sospecha que huviesse de ser descubiertos; con lo qual se determinò el Conde à descubrirse à Don Simon Rao, y por su medio al padre Joseph Spuches de la Compañia de Jesus (religioso de las partes que V.M. tiene particular noticia) y haviendo entre todos resuelto de que se diesse quenta al señor Don Juan, se hizo con todo secreto, embiando con el mismo un correo con cartas al señor Don Juan dandole quenta de lo que passava, y solicitando la brevedad de su venida à Palermo para remediarlo, y haviendolo entendido el señor Don Juan sin dilacion alguna se embarcò, llegò à Palermo, fueron presos, y ajusticiados algunos de la conjura, los demas hizieron fuga, quedando aquella ciudad y Reyno desde entonces en la quietud y tranquilidad de que ha gozado. Y aunque el descubrimiento de la conjura y las noticias que d’ella tuvo el señor Don Juan se subministraron por medio del Padre Espuches con la comunicacion de Don Simon Rao, el movil principal y primero d’este descubrimiento fue el Conde que no solamente dio las noticias à don Simon Rao, sino tambien solicito que se buscasse el modo de darlas y el remedio. Y esto ultimo es en lo que obraron Don Simon y el padre Espuches como ellos mismos reconozen, y lo han declarado muchas vezes à los Regentes Provinciales. Y lo reconocio llanamente el señor Don Juan, porque haviendo salido del Reyno el Conde del Mazarino temeroso de los primeros rigores de la justicia y llamadole el señor Don Juan por edictos se presentò personalmente, tuvo audiencia, y fue admitido del señor Don Juan con declaracion de haver sido el primero que descubrio la conjura dexando su persona y sus bienes en plena libertad y con cartas del señor Don Juan vino à España, y haviendose detenido pocos dias en Alcala, tuvo despues licencia de entrar en la Corte, y la dicha de besar la mano de V.M., haviendo V.M. sabido (como se cree) por las cartas del señor Don Juan la venida del Conde, la causa, y los motivos d’ella y despues acà ha merezido muchas audiencias de V.M. y llegar a su Real presencia, y ultimamente con occasion del matrimonio tratado entre el principe de Buscemi hijo unico del Conde, y Doña Maria Enriquez de Guzman hija del de Alva de Aliste con licencia y consentimiento de V.M. la ha obtenido tambien de yr à Roma por conveniencias de su casa. Y à traer à su hijo à esta Corte, haviendo concurrido en las capitulaciones d’este casamiento toda la nobleza de la Corte, los Grandes, y Titulos, la Princesa de Butera prima del Conde por medio de sus cartos (cuartos), y otras circumstancias, que obligan al Consejo a hazer particular ponderacion en que siendo el Conde un Cavallero de tan gran sangre immediato successor por Baronia de los Estados y Principado de Butera, y Marqueciado de Petraprecia primo de la Princesa de Butera Doña Margarita de Austria, que demas de la sangre con que nacio, conserva con particular afecto a la Real casa de V.M., y à la nacion Española las obligaciones, y la inclinacion de fiel vassalla de V.M. Y que siendo publico en todo el mundo que el Conde del Mazarino honrado, y asigurado con las cartas del señor Don Juan llegò a los Reales pies de V.M. y beso su mano y que ha emparentado con la principal nobleza d’estos Reynos, precediendo la permission de V.M. si haviendo oy insistido en las mercedes que pretende passasse à Italia sin conseguir alguna d’ellas, iria expuesto à la censura de sus emulos, y aun à la de los que no lo fueren. Y a que entiendan que el Conde con nota de alguna infidelidad llegò à los Reales pies de V.M. quedando la Princesa de Butera, y todos los parientes de España (entre quienes ha de vivir) con el mismo rezelo, siendo sobre todas estas consideraciones la mayor de todas el dar à entender (como pretende el Conde) que en su persona, y en su fidelidad jamas huvo accion, ni pensamiento que le desviasse de su obediencia, y su fidelidad.

Y porque qualquier merced que V.M. fuere servido de hazer le sera muy digna de su grandeza, y Real munificencia, y de la calidad, meritos, y servicios, del Conde, y de su casa. Por lo que toca à la de la llave, siendo assi que esta merced, y su exercicio toca à la mayor cercania de V.M., que las d’esta calidad quedan siempre reservadas a su Real persona. El Consejo la remite a V.M. para que considerados los meritos, y servicios del Conde, y de su Casa, y las demas razones que van referidas resuelvalo que mas fuere servido.

Y en quanto à la del Tuson, y las demas que ha propuesto el Conde, es de parezer el Consejo que unas, y otras seran muy bien  empleadas en su persona; Y que en todo caso es conveniente à su reputacion, y al mayor servicio de V.M. que se le haga alguna, y que passe à Italia con el consuelo de haverla alcanzado de su Real grandeza.

V.M. ordenara lo que fuere de su Real servicio. En Madrid à 28 de octubre 1653.     

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