Cultura Perugia 05/05/2014 15:30 Notizia letta: 3120 volte

La Terramadre di Giuseppe Tumino premiata a Gualdo Tadino

Protagonista non un solo uomo ma un paese, quello barocco di Palazzolo Acreide
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Perugia - Cicale, feste di paese, filastrocche di bambini. Le malinconiche note di un pianoforte e le immagini sbiadite di una Sicilia che esiste ormai solo nei ricordi, contrastano con quelle vivide, troppo forti, dell'Isola come è adesso, inondata di una luce riflessa sulla pietra dei suoi monumenti e delle sue case. Scorre così, con il ritmo lento e inesorabile della vita, il cortometraggio del ragusano Giuseppe Tumino "Terramadre", premiato lo scorso 16 aprile al Concorso "Memorie Migranti" di Gualdo Tadino, nella categoria Master "Andati in onda".

Protagonista non un solo uomo ma un paese, quello barocco di Palazzolo Acreide, vissuto e raccontato nel silenzio del ritorno da un suo figlio da tempo lontano, senza voce nè nome, ma con uno sguardo colmo di amara dolcezza e rimpianto come quello che intristiva il vecchio Salvo di "Nuovo Cinema Paradiso" nelle ultime scene del capolavoro di Tornatore. Ritorna ormai vecchio a quel paese che lo vide bambino, con quel dramma interiore che aggrotta la fronte di chi sa di aver perso un pezzo di sè insieme a tutti quegli anni vissuti da forestiero, e camminando tra i vicoli si riappropria di ciò che ha perduto.

Parlano i tamburi e parla la memoria, mai apre bocca il protagonista, nei quindici minuti di poetica armonia girati da Tumino. Un racconto per immagini e musiche, testimonianza tangibile dell'universalità del sentimento del migrante.

«In passato- racconta Tumino - ho lavorato con gli immigrati nei laboratori di intercultura. Ma in questo cortometraggio c'è poco dell'aspetto sociale del mio lavoro con gli stranieri e del fenomeno migratorio in generale: in questo caso ho voluto realizzare un video promozionale che raccontasse il paese in chiave diversa, originale.Palazzolo, come tutta la Sicilia, ha dato molti figli ad altre nazioni, ho scelto dunque un personaggio principale emigrato, il parrucchiere del paese di ritorno dopo lungo tempo, che potesse rendere omaggio a tutta la comunità palazzolese. Non c'è un racconto, solo lo sguardo silenzioso sul paese di Palazzolo, in un continuo gioco di rimandi tra presente e passato, tra l'idillio e il risveglio. Per interpretare il protagonista non abbiamo scelto un attore professionista, ma una persona qualunque: il suo sguardo è un mezzo per raccontare la "sua" storia attraverso il territorio, e insieme la parte "nostra" dell'emigrazione, ovvero quando "gli albanesi eravamo noi", come dice il titolo di un libro del giornalista Gian Antonio Stella. Io stesso oggi sono impegnato nel montaggio di un altro progetto, stavolta incentrato sul centro storico della mia Ragusa, la città delle mie radici che anch'io ho abbandonato per trasferirmi altrove, a Matera. Anche io, come il mio protagonista, vivo il nomadismo di un migrante perpetuo».

Per trovare l'America, dice il protagonista, abbiamo lasciato il Paradiso. Come ogni migrante in ogni epoca. «Non so se domani voglio rinascere migrante. -recita per iscritto la chiusa del film - Forse mi basta solo abitare la terra giusta».

Amelia Cartia