Lettere in redazione Modica 15/05/2014 19:40 Notizia letta: 81 volte

Quei giorni in cui il figlio di Bottura non diventò tifoso del Bologna

E altri seguirono il suo esempio
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Modica - L'altro giorno​ Luca Bottura​ ha pubblicato sul  ​suo blog questo bellissimo post spiegando la sua ritrosia a recarsi allo stadio per sostenere il suo Bologna, anche solo per portarci il figlioletto, che pure glielo aveva chiesto espressamente, riempendolo di quella soddisfazione che solo un papà-tifoso può capire.

Ha raccontato come  da un diverbio avuto mesi prima con alcuni tifosi ultrà del Bologna fosse nato dapprima un suo articolo sul blog del corriere di Bologna, poi un profluvio di critiche e perfino qualche minaccia, da chi in sostanza lo accusava di non voler "capire le logiche della curva"

​Nel leggere il pezzo ho riconosciuto il disagio, l' amarezza e i miei stessi  dubbi di papà- tifoso, che non sa se sperare o temere che il proprio figlio possa ereditare la sua passione, oggi che la passione e il fanatismo vanno spesso a braccetto un po' dappertutto e in maniera così sciaguratamente tollerata.
 

P​rovando ad analizzare quell' amarezza mi è tornato in mente anche quando, più recentemete, Bottura aveva elogiato e ringraziato Mariella Scirea per aver minacciato di far togliere il nome di suo marito dalla curva della Juve​,​ se si fossero ripetuti certi cori scellerati.

 ​ E tornando, con la memoria, ​ ​proprio ai tempi di Scirea​ ​, ​ho finito per riflettere sul fatto che ​, a parte  ​ ​l’educazione ed i valori ricevuti ​ in famiglia​,  ​forse proprio ​l'essere cresciuto in  ​quel paese, nel quale la ribalta, i riflettori ed i microfoni,    (nello sport come nello spettacolo) erano ancora concessi quasi esclusivamente a uomini e donne di un certo rilievo, potrebbe  spiegare come mai oggi io mi senta così alieno da un “sentire comune” nel quale, come Luca Bottura,  proprio non mi riconosco. Non mi riconosco negli alibi, nei distinguo, nella necessità di umanizzare con cui la stampa, i sociologi, le società sportive, i politici (loro non mancano mai), perfino i tifosi perbene, talvolta, finiscono per fornire, in un modo o nell'altro, una ragione d'essere al tifo violento, alle sue minacce ed ai suoi ricatti.

 

Perchè in quel paese​, quello ​di Scirea, c’erano lestofanti,  faccendieri, assassini e ​poi ​anche  tifosi violenti (quelli della mia squadra del cuore si facevano chiamare “arancia meccanica”) altroché se c’erano! e c’erano le dinamiche sociali, la miseria, la crisi e tutto quanto.

 

Ma a quei tempi la teppaglia era​, appunto,​ solo teppaglia e nessuno si sarebbe mai sognato di offrirle spunti, voce, o l’occasione per discettare pubblicamente sulle "ragioni profonde" dei suoi conati di vomito. 

​Nessun giornale avrebbe concesso acriticamente spazio a quelle ragioni, a quella violenza.

Oggi, invece, che anche la teppaglia è diventata massa critica, polo dialettico, (casta perfino, a suo modo), i microfoni di certe trasmissioni, i forum sulla rete, i commenti pubblicati agli articoli dei principali giornali online diventano latrine a cielo aperto, dove essere, parlare, ragionare da ultrà è la condizione necessaria  per esserci, per fare numero, per lasciare il segno.
E così capita che Luca Bottura debba sentirsi dire, fra un insulto e l'altro, che "non ha capito nulla..." perchè incitare da un settore dello stadio un vulcano o magari il terremoto a fare il "proprio dovere" oppure schernire i morti degli avversari, o festeggiarne le disgrazie sono solo espedienti per richiedere attenzione e manifestare disagio contro i poteri forti, contro il famigerato palazzo. dice.

In questo gioco al massacro (del buon senso), perfino celebrare gli assassini di un poliziotto o prendere a sassate il pullman dei giocatori dell’odiatissima squadra avversaria possono ambire al loro "perchè": una motivazione socio-culturale non si nega a nessuno, no? Col tempo, anzi, perchè non considerarle performance artistiche o installazioni di arte contemporanea... ​Su tutto, la necessità, l'unica, di non rompere il giocattolo di non forzare la mano, perchè, si sa, il calcio è una delle industrie più ricche del paese. perchè il calcio crea lavoro. Perchè anzi, in fondo, bisogna riportare le famiglie allo stadio, i bambini.
  I bambini?​

 

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​Ma uno che, da bambino,  si è innamorato dell’odore dell’erbetta e  ​dello sfavillio delle casacche coi numeri grandi sotto il sole, dell’eco de ​ll'altoparlante  ​ durante il riscaldamento,  ​così ​come di  ​ogni piccolo insignificante dettaglio che componeva quel circo, ai tempi di Gaetano Scirea , uno che intorno a quel circo sentiva parlare Beppe Viola o Sandro Ciotti, e che certe bestemmie o enormità le sentiva urlare solo allo stadio, scambiando sguardi divertiti con il proprio papà, chè tanto proprio non si poteva prenderle sul serio, e nessuno le avrebbe mai scritte da nessuna parte, con quale coraggio, oggi,  offrirebbe ai propri figli un piatto così indigesto?

 

Il mio Mattia, otto anni a luglio, “finge” di essere juventino per ​amore di papà (tenerissimo). La verità è che del calcio non gli importa assolutamente nulla, e che al suo babbo va benissimo così: lui voleva tanto essere un Padre come il suo, juventino certo, ma anche di quelli che ti danno sempre la risposta giusta e subito. E invece gli tocca esitare come un coglione, nel sentirsi rivolgere una semplice domanda: “Papà, ma perché sullo scudetto c’è scritto 32 ?

Valeriano Cappello