Cultura Scicli 26/05/2014 20:57 Notizia letta: 2220 volte

Tre domande sull’architettura da salvaguardare

Seconda puntata
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Scicli - Prosegue dalla prima puntata. 

Seconda domanda:

Sull’abbandono funzionale, sul restauro e sul recupero delle architetture della storia?

Le architetture Antiche, emettono segnali che mi coinvolgono costantemente. Essi sono insieme segnali di una scomparsa in atto nei casi di abbandono e nel contempo di grande contenuto. Bisogna con ogni mezzo preservare l’Antico “sacralizzando” la topografia dei segni persistenti che hanno opposto resistenza alla scomparsa, alla cancellazione. Ciò che viene dichiarato monumento spesso è un luogo oggi trasformato al punto da essere irriconoscibile, ma che in qualche modo “conserva” le tracce degli eventi che lì si svolsero. Le tracce della memoria, oltre le tracce fisiche. Allora l’Antico non è più o solo qualcosa di tangibile e “visivo” ma un’entità che si manifesta e forse si risolve, nello studio del sito e nell’interpretazione del tracciato (es. Pisciotto, S. Vito e Spirito Santo). Nell’epoca di un consumo mediatico costruito sul primato dell’occhio su ogni altro senso, affermare la supremazia di ciò che non ha più corpo è a dir poco rivoluzionario.

Per quanto riguarda il restauro esistono – semplificando - due categorie principali di approccio allo studio diagnostico di un organismo edilizio quali elementi ordinatori del metodo di studio. Tali categorie possono costituire, in prima approssimazione almeno, il punto di partenza per un corretto programma di studio diagnostico.

1) La prevenzione: nasce dalla riconosciuta deperibilità dei materiali edilizi, di ciascuno dei quali viene studiata la caratteristica propensione al degrado in funzione delle condizioni di impiego. Sulla scorta di tale conoscenza quindi può essere adeguato lo stato attuale di conservazione e si possono attuare consolidamenti e/o sostituzioni programmate, in periodi prestabiliti, con un sistema tipo a “tagliandi” come per le autovetture. I materiali dei quali studiare da un punto di vista qualitativo-quantitativo le rispettive caratteristiche intrinseche in relazione alle condizioni di tipo di impiego sono: pietra, legno, ferro, malte, laterizi. (es. ex Convento del Carmine, palazzo Fava e i tanti edifici di Scicli in buono stato, ma bisognosi di restauri).

2) Alterazioni manifeste: le riparazioni. L’esigenza è quella di riportare alle condizioni originarie l’edificio degradato attraverso interventi di riparazione. Gli elementi di individuazione delle categorie sono quelle tipiche del degrado tecnologico: crolli, lesioni, deformazioni, distacco e sconnessione dei rivestimenti, alterazioni delle sezioni resistenti originarie. Tale conoscenza consente di provvedere agli interventi di riparazione opportuna, senza mettere a rischio l’identità del manufatto. Procedere necessario all’esigenza di ripristinare l’efficienza originaria ed all’eliminazione o riduzione delle cause del degrado stesso. In questa categoria di edifici con grosse alterazioni strutturali comprenderei gli edifici della Croce, S. Spirito, S. Vito, dei Cappuccini.

L’uso comune del termine recupero è stato fortemente indebolito e sfumato nel significato fino al punto che esso comprende ormai ogni atto legislativo, normativo, amministrativo, programmatorio, pianificatorio, progettuale e tecnico esecutivo che abbia per oggetto un bene edilizio e definisca piuttosto un orientamento politico-culturale che non i confini e la struttura di un campo operativo. Questo processo di definizione e quindi di ricerca della propria identità e collocazione, è in atto da parte di tutti i soggetti che intervengono nell’attività di conservazione del patrimonio edilizio. La finalità principale assegnata a questa fase di un possibile documento metodologico è quella di consegnare alla piccola, frazionata e non strutturata, imprenditoria edile della zona, un resoconto sistematizzato delle operazioni pratiche più ricorrenti nella loro stessa attività quando è esercitata all’interno del manufatto.

Comunque spesso il riutilizzo è il procedimento migliore per garantire la conservazione di un organismo edilizio, anche se non assolutamente indispensabile per mantenere la sua presenza. Restauro e nuova destinazione non dipendono da due sfere di attività distinte, ma costituiscono i processi complementari di una stessa pratica.

Ph. Pasquale Bellia

Giuseppe Savà
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