Cultura Scicli 31/05/2014 18:06 Notizia letta: 4390 volte

Il Barone Penna e il pifferaio

La festa della Madonna a cavallo
http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/31-05-2014/1401552377-il-barone-penna-e-il-pifferaio.jpg&size=625x500c0

Madrid -  Mia madre mi raccontava sempre un curioso aneddoto che aveva come sfondo la festa delle Milizie a Scicli e come protagonisti un Barone Penna e un pifferaio.

La festa della Madonna delle Milizie è stata nei secoli e ancora è una delle feste tradizionali più importanti della Sicilia.

Caratterizzata da una sacra rappresentazione, costituisce ancora oggi un “unicum” nella religiosità popolare siciliana.

Come in tutte le feste del folclore, il sacro convive allegramente col profano per un bisogno intimo dell’uomo di legare cielo e terra, fede e affari.

Una fiera, infatti, si svolge in quest’occasione e, in passato, era fra le più note e frequentate di tutta l’Isola.

Qualche settimana prima della ricorrenza -narrava mia madre, dunque-  arrivavano in città “firuòti” (fieraioli) da tutti i posti del circondario per vendere in un immenso suq le mercanzie più strane.

Nella fiera un particolare settore era davvero importante: la vendita di animali vivi.

I dintorni più immediati della città si frazionavano, allora, in tanti piccoli recinti per ospitarvi capre, asini, buoi.

I proprietari, invece, prenotavano con un certo anticipo un letto nei diversi “fόndachi”, caratteristiche locande di cui la città era molto provvista.

“Cumpàri Calíddu, paràti, paràti ‘su crastu!” (Compare Calogero -ma Caliddu stava anche per indicare l’area geografica del calatino dalla quale spesso arrivavano numerosi i fieraioli- dateci una mano nel non far scappare quel becco.)

La città si trasformava in una babele di dialetti, spesso incomprensibili, di belati, di muggiti e nitriti di armenti,

Altro settore importante della fiera erano le terraglie di Caltagirone.

La ceramica calatina, di chiara influenza araba, si adattava perfettamente al tema della sacra rappresentazione che traeva la sua origine dalla devota e popolare memoria di un miracolo: l’apparizione della Vergine a cavallo sulla spiaggia di Donnalucata. Piombata in aiuto delle stremate ed esigue forze di Ruggero d’Altavilla nell’anno 1091, la Vergine aveva così deciso, secondo una pia e radicata leggenda, col suo celeste aiuto l’esito di una battaglia contro i pirati barbareschi per la liberazione definitiva della Sicilia.

Già dai primi del Novecento il luogo nel quale a Scicli si svolgeva questa para liturgia non era più il Piano dell’Oliveto ma la scenografica Piazza Fontana. Si montava, infatti, un palco quasi sotto i balconi di un Palazzo Penna.

Ai lati del palco decine di tende e banchetti esponevano con qualche giorno d’anticipo la migliore produzione calatina di stoviglie più o meno decorate con i tipici motivi a foglia di palma stilizzata in uno scintillio di colori e di toni.

Non solo si vendevano piatti, caraffe di terracotta per attingere l’olio o il vino, brocche ma, per la felicità dei bambini, centinaia di piccole ocarine anch’esse di terracotta raffiguranti la Madonna a cavallo. Veri e propri capolavori dell’artigianato siciliano più ingegnoso e bizzarro.

Non bastavano dunque i rumori di una festa paesana. A questi si sarebbero aggiunti centinaia di fischietti, dunque.

Dall’alba della vigilia, infatti, fino a molti giorni dopo la festa, con la caparbia ossessione dei bimbi per i suoni ripetuti e molesti, le ocarine a forma di Madonna a cavallo avrebbero turbato la quiete solare di un universo mediterraneo dove niente accadeva e doveva accadere.

Un Barone Penna, non saprei indicare qui correttamente il nome, era disposto a subire il bailamme dei giorni della fiera, le grida e la spocchia della rappresentazione che spesso mischiava a ricordi storici avvenimenti della politica contemporanea. Sentire, però, nelle orecchie per giorni e giorni ancora quel frinito di cicale o di grilli per lui era davvero troppo!

Memore degli anni precedenti, appena il barone seppe che il pifferaio era arrivato da Caltagirone e stava esponendo sopra un banco la sua merce, mandò subito il suo amministratore con l’ordine tassativo di comprare tutti i pifferi e le ocarine in blocco.

E così fu.

L’uomo scese le scale della ricca dimora, contattò il pifferaio, neppure tirò sul prezzo dei fastidiosi strumenti e, prima ancora che tra i monelli del paese si spargesse la voce, incaricò due servi di prelevare gli odiati manufatti, chiusi in alcune casse, e di nasconderli nei magazzini del palazzo.

Il barone tirò finalmente un sospiro di sollievo, gongolando per quell’intelligente trovata.

Passò qualche giorno e di ocarine in giro neppure l’ombra.

Il giorno della festa il barone, come da antica consuetudine, si affacciò con tutta la famiglia al completo dal suo balcone sulla piazza, aspettando che gli attori inscenassero la finta battaglia tra mori e cristiani.

Improvvisamente, nel frastuono delle voci, un rumore insistente e molesto cominciò a ferire le sue orecchie per poi farsi sempre più forte fino a renderlo isterico e inquieto.

“Cri, cri, cri, cri…” Decine di ragazzi con le loro ocarine di terracotta a forma di Madonna a cavallo precedevano, infatti, l’esercito cristiano che avanzava fra ali di folla.

Le vide in lontananza, il barone; sperava di essersi ingannato.

E invece no!

Erano proprio ocarine di terracotta, uguali a quelle che lui aveva comprato qualche giorno prima. Altre ocarine fatte arrivare dal pifferaio nella notte in tutta fretta da Caltagirone, fresche ancora di vernice e di forno.

Il barone capì e incassò il colpo.

Non sempre il denaro e l’egoismo hanno la meglio sull’intelligenza e sull’astuzia delle persone.

La famiglia Penna ormai non è più proprietaria di quel palazzo.

La “battaglia” fra mori e cristiani si svolge sempre là, nella stessa centralissima piazza che ha solo cambiato il nome da “Fontana” in “Italia”.

I monelli sono cresciuti, non usano più pifferi o ocarine di terracotta ma tablet e computer.

Forse con queste strane armi, chissà?, magari grazie ad un nuovo aiuto della Vergine o di uno sconosciuto nume amico, hanno spazzato via per sempre quella vecchia, miope e superba classe baronale che seminò a lungo, più che i pirati barbareschi di un tempo, terrore e miseria in mezzo alla nostra gente.        

Un Uomo Libero.