Cultura Scicli 17/06/2014 18:46 Notizia letta: 12353 volte

Mostri, sultani e dei nella Scicli del primo Novecento

Un racconto di Un Uomo Libero
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Madrid -  Mio padre, uomo nato alla fine dell’Ottocento, amava ripetere che l’incesto era una pratica ricorrente a Scicli, spesso accettata e metabolizzata dalla società sciclitana anche fino a quasi la metà del Novecento.

Nel Dopoguerra, con la chiusura del quartiere trogloditico di Chiafura, con l’emigrazione e l’ondata lunga del boom economico degli anni Sessanta, tale piaga per fortuna cominciò a scomparire.

E con essa, dunque, si cancellò anche il ricordo di uno dei crimini più sacrileghi che la Nostra società abbia sperimentato mai.

Non si può, però, parlare d’incesto se prima non si analizzano il tessuto sociale e le abissali differenze presenti alla fine dell’Ottocento nella società sciclitana.

Il Regno d’Italia aveva messo in ginocchio la famiglia patriarcale, smembrandola, con l’istituzione della legge sulla leva obbligatoria.

Il risultato era stato fame, fame e fame.

Il latifondo, in conseguenza, era rimasto incolto.

La riforma agraria, tanto sventolata a parole da Giolitti, non arriverà mai in porto per la ferma e feroce opposizione dei proprietari terrieri.

L’aristocrazia collassa, in effetti, sotto il peso del capitale improduttivo e nuove borghesie, avide e rampanti, presto si coagulano e si formano, lasciandosi alle spalle un popolo che resta nella miseria più nera, privo di qualsiasi mezzo per sopravvivere.

Lo sfruttamento subentrò, infatti, spietato e implacabile. Fu il veicolo inconsapevole di questo vero e proprio disordine sessuale ben più pernicioso della peste e del colera che ripetutamente avevano colpito Scicli nei secoli passati.

Il quartiere trogloditico di Chiafura, con la sua pericolosa promiscuità, fu tra i territori più infettati.

Ma non solo Chiafura.

La città riscopriva tra il Settecento e l’Ottocento le sue antiche origini arabe nel disegnare una famiglia patriarcale assolutamente diversa dalle altre della contea di Modica di cui Scicli era territorio importante.

Ad imitazione dell’aristocrazia locale, gaudente e dissipata, persa in una vita isolata e settaria fatta di alleanze matrimoniali tra i rampolli delle famiglie che più contano nell’isola, pure le nuove classi borghesi e il popolo in miseria si organizzano in clan.

Anch’essi si muovono per caste e sottocaste in un organico di gruppi familiari che determinano nel tempo l’ordito di una trama sociale ben più impenetrabile e ampia.

La figura del sultano, vecchio qa’id d’araba memoria, riemerge nel capofamiglia, giudice assoluto e indiscusso, patriarca venerato e insospettabile, stratega unico.

Il capo del clan è un uomo dal forte fascino personale, dalla volontà imperiosa, dal gesto potente.

Come nelle antiche società bibliche –e l’islamica si rifà a queste società- gli uomini della tribù s’inchinano di fronte alla sua autorità e alla sua parola, ne tollerano gli eccessi, ne ignorano i difetti, pena l’esclusione dalla famiglia o la morte.

In una società maschilista immiserita e affamata l’unico capitale da difendere più che la propria vita è la donna.

La donna è la vera vittima del clan. La moglie del capo, come la sultana, gode di uno stato di grazia che non la esime, però, dall’essere devota più che le altre al marito, obbligata com’è per status al silenzio complice, alla rassegnazione a volte.

Mio padre mi raccontava tante storie nelle quali “sultani” senza scrupoli avevano utilizzato le donne della famiglia come vere e proprie componenti di un loro harem personale.

Il capo intratteneva, spesso, con loro relazioni sessuali apparentemente clandestine ma in realtà allegramente tollerate. Molte volte condizionava la vita di queste povere vittime respingendo pretendenti o scegliendo per loro mariti di facciata.

Altre volte gli stupri avvenivano nel silenzio impenetrabile delle mura domestiche anche tra cugini e cugine per la promiscuità inevitabile nella quale si era costretti a vivere.

Non erano infrequenti le relazioni sessuali tra gli zii e le nipoti, tra i cognati e le cognate e qualche volta anche tra fratello e sorella o tra padre e figlia.

Il sesso fu l’unica vera violenta risposta di una società patriarcale condannata dal bisogno, dalla malattia, dalle guerre e dalla fame ad estinguersi.

Quando lo stupro non era reale, si faceva più sottile e psicologico.

Il capo esercitava un vero e proprio potere castrante sulle donne del clan. Poteva decidere di imporre loro una castità forzosa, anche se, in effetti, non facessero parte del suo harem.

Ricordo un cugino che obbligò le sorelle a rimanere zitelle per evitare che con i matrimoni si disperdesse la roba.

Questo esempio fra tanti.

Lo “zio” in molti casi era il padre innominabile che si preoccupava poi di portare avanti la prole dell’harem come sua anche quando anagraficamente fosse attribuita ad altri.

Nelle classi borghesi la figura della “criàta” (= serva, dal castigliano criada) era il mascheramento di una relazione extraconiugale del “signurìnu” (señorito in Andalusia) non di rado incoraggiata dalla moglie.

La criata era la donna oggetto che viveva in famiglia non solo per sbrigare le faccende domestiche ma, e soprattutto, per soddisfare gli appetiti sessuali del padrone. Si evitavano così frequentazioni di luoghi degradati e popolari come il casino, meta delle classi più povere e meno abbienti.

La “querida”, d’ispanica memoria, aveva nella nostra società borghese un ruolo rispettato. I piccoli, però, come gli altri nati da tutte le relazioni proibite o incestuose, erano abbandonati di buon mattino sul sagrato della chiesa di San Giovanni Evangelista perché la suora sacrestana, appena aperta la porta, li raccogliesse.

Le madri vigilavano, nascoste e trepidanti, che l’operazione avesse un esito felice.

Chi non se la sentiva di abbandonarli così, già in epoca più vicina a noi, lasciava i pargoli in un brefotrofio dal nome sinistro e strano: “u tùmminu”.

A Napoli e in Spagna nel Settecento e nell’Ottocento questa pratica era molto diffusa. I bambini raccolti alle porte delle chiese si chiamavano “expuestos”. Da qui l’origine del cognome napoletano “Esposito”.

Qualcosa di molto simile ritroviamo a Scicli. Il cognome “Trovato” non ha bisogno di nessuna spiegazione, infatti.

La criata che s’innamorava del padrone era imperdonabile agli occhi della sua sultana e, presto, era allontanata per scongiurare crisi familiari e inquinamento della prole.

Non fu infrequente il caso di una criata che si concedesse contemporaneamente al padrone di casa e ai suoi figli grandi già oltre la pubertà.

Un sesso allegro, scatenato e irriverente (non risparmiava neppure gli uomini di chiesa) rallegrava nelle calde notti di Scicli i suoi dei lussuriosi.

Qualche volta la criata, più che la moglie stessa, diventò la vera compagna del padrone. Ne ereditava, però, il letto in punto di morte, se questi, nel frattempo, era rimasto vedovo.

Altre volte stalloni borghesi sceglievano procaci popolane per i loro capricci sessuali. Queste donne diventavano in seguito amanti e, perciò, mantenute.

Potrei fare tanti esempi di questa pratica che divenne dilagante soprattutto durante il ventennio fascista.

In famiglia l’incesto avveniva anche per mimetizzare un problema grave di virilità: un figlio gay sposato a forza ad una donna che il suocero tranquillamente ingravidava.

La città nel tempo, a dire il vero, non è stata omofoba mai. L’omosessualità, più diffusa fra le classi aristocratiche e alto borghesi, era, in effetti, ignorata e a volte mascherata con vere e proprie soluzioni bizzarre come quella sopra citata.

Nell’antichissima Via Loreto era allocato il vecchio casino.

Nel 1933 il nuovo Stato fascista ne costruì uno nuovo fuori della città e con criteri per quei tempi ultramoderni e d’avanguardia.

Fu chiuso, quest’ultimo, come tante altre case simili da una legge della nuova Repubblica Italiana. Ma già durante la Seconda Guerra Mondiale la sua conduzione, raccontava mio papà, era problematica.

La tenutaria, che io ho conosciuto, era un miscuglio d’ingenuità e di malizia. Il volto, reso morbido dalle creme e dalle ciprie, trasformato dal trucco pesante in una maschera grottesca e triste, fu per sempre l’ossimoro vivente di un popolo gaudente e devoto, combattuto tra libertà e peccato; icona di una città che, invano, si sforzò nei secoli di confondere il diavolo con l’acqua santa.