Economia Perforazioni 10/07/2014 19:39 Notizia letta: 5031 volte

Eni, il petrolio e la Sicilia spremuta

Un'inchiesta de La Sicilia
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Palermo - E a un certo punto, sudaticcio e con le maniche della camicia arrotolate, Rosario Crocetta sbottò: «Se volete la guerra l'avrete. Ma badate che io ho l'arma segreta, che non è soltanto quella dei miliardi di risarcimento che vi chiederò... ».

Raccontano che a Roma, seduto di fronte al più temibile dei tagliatori di teste dell'Eni, azienda di cui lui stesso fu dipendente fino all'autunno del 2009, il governatore abbia messo sul tavolo la madre di tutte le minacce: «Vi revoco tutte le concessioni per la ricerca dei pozzi a terra». La reazione di Salvatore Sardo, capo dell'unità Retail Gas&Power ma anche della cosiddetta "chimica verde", non sarebbe stata delle migliori. È il simbolo di un'altra giornata ad altissima tensione sull'asse Gela-Roma. Sempre più distanti le posizioni di azienda e sindacati, dopo la rottura delle trattative registrata martedì notte; sempre più pesante la situazione degli operai dell'Eni che presidiano gli ingressi del Petrolchimico contro l'ipotesi di revoca degli investimenti programmati per 700 milioni e la chiusura dello stabilimento. A poco servono, in questo momento, le rassicurazioni istituzionali del viceministro dell'Economia, Claudio De Vincenti, al termine dell'incontro di ieri pomeriggio. «Capisco le preoccupazioni, L'incontro. Regione e gruppo ieri dal governo. Il viceministro De Vincenti: «No ad allarmismi, ora un vero piano» ma non c'è da fare allarmismi», dice all'uscita del vertice. L'azienda «ha dato indicazioni importanti sull'intenzione di investire», perciò «ho invitato Eni a presentare quanto prima un vero piano industriale». Ma di piani industriali, perla Sicilia e per Gela, il colosso dell'energia ne ha presentati ben tre negli ultimi cinque anni. De Vincenti esterna comprensione per «i timori espressi dal presidente Crocetta», che «trovano sensibile il governo», con «in agenda per i prossimi giorni un nuovo appuntamento». Ora la vertenza sindacati-azienda si estende a un caldissimo contenzioso anche fra Regione ed Eni. Crocetta non usa mezzi termini: «Chiederemo un risarcimento miliardario se l'Eni confermerà nel piano industriale l'intenzione di abbandonare la Sicilia». Il presidente della Regione diffida da «piani futuristici e promesse d'investimenti, perché oggi non c'è un piano industriale», anche perché «mi viene da ridere quando sento che hanno 80 milioni per le bonifiche: ma allora Eni a un tratto è diventata ambientalista?».

La proposta: «Prima l'Eni investa, bonifichi le aree, e tutto questo comporta dei tempi, e poi parliamo di cose concrete». La promessa: «Non si ripeterà più quanto accaduto a Termini Imerese con la Fiat, questo giochetto l'abbiamo già subito, un film già visto». Il governatore scopre furbescamente anche un doppio nervo della trattativa. Con una frase in codice: «L'isola non può essere trattata come un limone: da un lato contribuisce col 70% alla produzione di petrolio estratto in Italia, mentre si continuano a chiedere nuove autorizzazioni per i pozzi, e dall'altro si pretende che poi la raffinazione venga fatta al nord. Prima di chiudere Gela o Priolo perché non chiudono Sannazzaro, che pure in perdita? ». Il primo punto tocca la strategia di lacrime e sangue lanciata dal nuovo ad di Eni, Claudio Descalzi. Perché la "miccia" che ha innescato l'ipotesi del disimpegno da Gela era il ritardo nella deroga sulle emissioni in atmosfera bruciando il pet coke nella centrale termoelettrica, dopo la diffida del ministero dell'Ambiente a non vendere all'esterno. Ma è un pezzo di verità, forse soltanto un alibi. Tutto il resto? Numeri. Pesanti: l'anno scorso nelle raffinerie Eni ha perso 500 milioni, negli ultimi cinque anni il rosso è di 2 miliardi di euro. Ecco perché l'intenzione iniziale di Descalzi, confidata a una cerchia ristretta di collaboratori, era quella di tagliare «con misure davvero draconiane». Poi è prevalsa una certa realpolitik. Gli interventi ci saranno, come conferma l'avvio delle trattative con i sindacati del settore (interrotte ma non rotte), ma stando attenti a non far esplodere le tensioni sociali. Anche perché alcune raffinerie si trovano in zone problematiche: non soltanto Gela, ma anche Taranto, già "prosciugata" dal crollo dell'Ilva. La via d'uscita? Un taglio secco della capacità produttiva, compensato - almeno in parte - dalla conversione degli impianti: in questo contesto Gela diventerebbe una "bioraffineria". Sempre meno più estrazione e ricerca, in barba a un'autorizzazione, ritenuta «decisiva per il piano di investimenti in Sicilia», che Eni per Gela ha ottenuto dal ministero dell'Ambiente proprio di recente, lo scorso 27 maggio: la cosiddetta "media ponderata". Ma è l'altro nervo scoperto l'asso nella manica di Crocetta: le autorizzazioni per le ricerche in Sicilia. Il protocollo firmato il 4 giugno scorso da Regione e Assominerari sui giacimenti di gas e metano sbandierò (sembra un secolo fa...) «2,4 miliardi di investimenti e 7mila occupati». E se per gli impianti offshore sul Canale di Sicilia l'iter dipende dal governo nazionale, le autorizzazioni per i pozzi a terra passano da Palermo. I tre del protocollo, d'interesse per Eni: "Petralia Soprana" e "Biancavilla" (EniMed), e "Contrada Giardinello", fra Ragusa e Catania (EniMed-Irminio-Edison). Ma anche le decine già in attività, e a rischio revoca, fra cui Ragusa (strategico il "Tresauro", uno dei più recenti), Gela, Bronte e Gagliano Castelferrato. Quest'ultimo fu il paese dove Enrico Mattei tenne l'ultimo comizio prima di essere ucciso in volo sul suo aereo. E potrebbe diventare uno dei "rubinetti" che Crocetta chiuderà. «Richiamate i vostri figli, i vostri uomini - disse il presidente dell'Eni la mattina del 27 ottobre 1962 nell'Ennese - fateli venire da qualsiasi Paese straniero in cui si trovano. E dite loro che qui finalmente c'è lavoro».

Segni. Del destino.

Mario Barresi
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