Cultura Letteratura 12/07/2014 20:44 Notizia letta: 4783 volte

La Sicilia di Lawrence Durrell

L'indiano
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Lawrence Durrell fu, con molta probabilità, uno degli scrittori inglesi più amati del Secondo Novecento.
Nacque a Darjeeling, in India, ai piedi dell’Himalaya, nel 1912 da genitori inglesi. Fu educato in Inghilterra.
Ma l’Inghilterra non fu mai la sua vera patria.
Da giovane condusse una vita da bohémien: sarà, infatti, fotografo, pittore, viaggiatore, musicista.
In seguito trovò lavoro come addetto stampa dell’ambasciata inglese a Belgrado, poi ad Atene, ad Alessandria d’Egitto, ma fu a Corfù dove lui visse le esperienze più intime e significative.
In fuga da Corfù, paralizzata da disordini politici, si rifugerà, in incognito, a Sommières, in Provenza, dove morirà nel 1990.
Le ceneri furono sparse, per suo volere, nel giardino di una casa che seppe dargli la serenità e la pace necessarie per affrontare lutti gravi che lo segnarono profondamente, come la morte della moglie e il suicidio della figlia.
La sua biografia, però, m’interessa poco: basta cercare in Internet e se ne troveranno di ben fatte e dettagliate.
Qui, invece, voglio raccontare il suo grande interesse per l’Italia o, meglio, per la Sicilia in particolare.
Fondamentale per Durrell sarà l’incontro con Henry Miller, avvenuto a Parigi nel 1937.
Una fitta corrispondenza ne seguirà, per tre lunghi anni, che molto ha a che fare con la sua maturazione artistica e letteraria.
Nel 1948 pubblica a Parigi con scarso successo un romanzo dal titolo tutto siciliano “Cefalù”. Un romanzo intenso che già contiene in embrione l’idea che suggerì il “Quartetto d’Alessandria”, un’opera importante, forse la più espressiva della sua produzione artistica e per la quale fu conosciuto e amato dal grosso pubblico.
Quattro storie diverse, indagate da diversi punti di vista, scritte a distanza di poco tempo l’una dall’altra, nelle quali l’erotismo, la sensualità, la riflessione si fondono in una prosa molto elegante, superba.
Durrell non esaurì con “Cefalù” il suo rapporto con la Sicilia.
Per rispondere alle insistenze del suo editore newyorkese, lo scrittore nel luglio del 1976 s’imbarca in un giro turistico dell’isola. L’intenzione, neppur tanto celata, è scrivere degli appunti che possano fungere da guida a chi, turista o studioso, vuole conoscere meglio l’isola più grande e più bella del Mediterraneo.
“Sicilian carousel”, “Carosello siciliano” (1977) è un libro straordinario che subito affascinò i lettori degli anni Ottanta e che ha lasciato, seguendo le orme dei grandi viaggiatori del Grand Tour, un ricordo indimenticabile nella letteratura da viaggio.
“Carosello Siciliano” è anche lo scioglimento di un voto, il mantenimento di un’antica promessa, il debito d’affetto di un grande intellettuale verso una donna sensibile e straordinaria, raffinata e colta, Martine, innamorata persa della Sicilia.
Lo scrittore intraprende la visita dell’isola portando con sé un vasto epistolario, intercorso tra lui e l’amica, che lo guiderà ad ogni tappa.
Lei, nuova Persefone, gli parlerà attraverso la parola scritta.
Dal suo remoto antro di sibilla, divinità ctonia, lo condurrà per mano tra i gradoni del teatro greco di Siracusa o fra le colonne selinuntine abbattute dal vento della storia.
E’ un continuo dialogo tra la vita e la morte; tra l’oblio e la memoria; tra l’intensa luce del giorno, che evidenzia spoglie realtà consumate e spazzate dai refoli caldi dello scirocco e l’ombra di un ricordo che, tuttavia, resiste e perdura.
Esilaranti o penosi contrattempi metteranno a dura prova il piccolo gruppo con il quale Durrell ha intrapreso il “carrousel” siciliano. Lo scrittore, raccontando gag, tic, curiosità, stranezze, catturerà definitivamente l’attenzione del lettore fino ad intrigarlo e a farlo sentire parte della bizzarra comitiva.
Non mancano nel testo citazioni colte e importanti, liriche (nelle quali riecheggia la poesia di Kavafis), composte da Durrell stesso sull’onda di un’emotività ispirata dal genius loci, dal paesaggio: riflessioni profonde sulla vita e la morte, suggerite da una Martine sempre presente e viva.
La Grecia ritorna alla sua mente con i paesaggi mediterranei sfumati dal sole del tramonto, negli azzurri intensi del mare africano, nei suoni e negli odori di una classicità che ancora si respira nell’aria, che parla attraverso le pietre e vive negli occhi della gente.
La Sicilia.
“Mi resi conto, allora, che la Sicilia non era soltanto un’isola bensì un subcontinente la cui storia complessa e la varietà di paesaggi confondono, e non è esagerato pensarlo!, il visitatore che non disponga di almeno tre mesi da dedicare ad essi e alle culture e alle civiltà stratificatesi nei millenni.”
La lunga scorribanda del pulmino rosso, che conduce la piccola comitiva per le strade della storia, si concluderà a Taormina, dove ognuno dei turisti deciderà di proseguire il tour da solo o di partire.
Durrell rimarrà ancora a vagabondare per l’isola, non più in compagnia delle lettere di Martine, da lui bruciate su una spiaggia peloritana in un’alba calda e solitaria.
Un funerale intimo della memoria: necessario ossequio delle ultime volontà di una donna che spesso, nella sua fantasia deformata di poeta, aveva assunto di volta in volta le sembianze di Atena, di Afrodite, di Venere Ericina, di Astarte.
Salirà fin quasi alla “bocca dell’Etna” per osservare da quel luogo mistico nel quale la leggenda vuole che Empedocle si sia dato la morte, lo spettacolo del teatro del mondo, che si ripete ogni giorno da migliaia d’anni.
Il racconto del viaggio termina con una splendida riflessione che faccio anche mia perché più volte l’ho sperimentata nella bellissima spiaggia di Sampieri:
“Riflettei su quanto fortunato fossi stato a passare tutta la mia vita, in giro per il Mediterraneo, ad assistere alle sue inimitabili aurore e a contemplare tante volte il sole e la luna allineati nello stesso cielo”.
Il libro di Durrell ormai è fuori catalogo, quasi introvabile. Ne ho fortunatamente reperito una copia dopo molto cercare fra le librerie antiquarie di Madrid.
Da Siciliano, amante della mia Terra, non potevo non leggerla e non conservarla gelosamente fra i libri che amo.

Un Uomo Libero.