Economia Petrolio 12/07/2014 20:34 Notizia letta: 8185 volte

Esso, Crocetta. Esso

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Il fatto è che Descalzi vuole la sua eni tutta orientata sull’oil, una “Eni” alla “Esso” per intenderci, una eni che richiama in vita la gloriosa Agip, una Eni di estrazione e produzione greggio, con campi di petrolio coltivati ed esplorati in Italia e nel Mondo e raffinati non si sa dove. Tutto il resto, è bad company, non serve.
Il new deal della multinazionale fondata da Enrico Mattei, senza chimica e distillati, prenderebbe il via dal surplus di greggio raffinato che in Europa è pari a 120 milioni di tonnellate. La questione che avrebbe portato eni alla decisione di chiudere ben 5 raffinerie in Italia, risiederebbe proprio qui.
Però, di contro, il petrolio estratto non basta mai.
In Basilicata le oil companies, eni inclusa, fanno a pugni ogni giorno per accaparrarsi fazzoletti di terreni liberi e piantarci su una trivella per succhiare il succhiabile dal sottosuolo.
In Sicilia, poi, la corsa all’oro nero sembra, da settant’anni, inarrestabile. Tutti pazzi per il petrolio, da sempre, e oggi ancor di più. Tanto che, nell’euforia di avere una Trinacria a trazione Saudita, il Governatore Crocetta firma un protocollo d’intesa con eni e assominaria che non ha precedenti nella storia politica ed economica siciliana: libera perforazione in mare e pure in terraferma, con esplorazioni autorizzate nel comprensorio di Ragusa e Gela.
Trivella libera e legalizzata in nome del bilancio energetico italiano e per conto dello sviluppo industriale siciliano. Così dicono. Così avrà creduto Crocetta.
La Sicilia partecipa per il 20% alla produzione di petrolio nazionale. Tutto il resto viene estratto in Basilicata. Quanto vale il petrolio siciliano? Poco più di mezzo miliardo di euro, solo per le produzioni del 2013, tutte targate Ragusa e Gela. Quale sarà il valore del petrolio ragusano e gelese con le nuove produzioni autorizzate dal protocollo Crocetta? Almeno quattro volte tanto. Un giro d’affari di due miliardi di euro che andrà tutto in cassa ad eni e alle consorelle di assomineraria per lo sfruttamento delle risorse del nostro sottosuolo.
Investimenti per 2,5 miliardi con pay-out a brevissimo termine. Chiamali fessi quelli di edison e irminio. Occupati? Appena 200, e non settemila come avevano annunciato in pompa assai magna. A fronte di 3.000 licenziamenti, ovviamente.
Lo dice Crocetta, dopo trenta giorni appena dalla firma del protocollo petrolio.
L’oro nero, in Sicilia, da sporco, brutto e cattivo –così la letteratura green ce l’ha sempre dipinto- in mano al rex sacrorum, già sindaco di Gela, divenne bello, pulito e seducente. Accadde tutto in una notte, poi l’incantesimo delle perforazioni che avrebbero tutelato l’ambiente e portato benessere e occupazione a tre zeri nei territori, all’alba dell'eni di Descalzi, svanì. Ci fu l’annuncio della chiusura della raffineria e Crocetta tornò a fare il gelese, ‘sperto e sofisticato.
E che ci voleva Claudio Descalzi per capire che il fascino delle trivella, tuttavia, non facesse il paio con l’insofferenza per le raffinerie?
A che serve violentare mari, territori e paesaggi per l’esplorazione e la produzione di nuovi pozzi, se poi, una volta raffinato, il mercato non richiede petrolio perché ce n’è già abbastanza?
Centoventi milioni di tonnellate di eccedenza nella raffinazione europea. Questo ha dichiarato eni per giustificare la chiusure delle 5 raffinerie, Gela inclusa.
A chi gioverebbe, dunque, continuare questa convulsa corsa al petrolio in Sicilia se il greggio che già è in circolo per tutto il vecchio continente, sotto forma di benzina e diesel, basta e addirittura avanza a soddisfare la domanda di 750 milioni di persone?
I conti industriali, in mano ad eni, dunque, non tornano. Da un lato ci sarebbe la richiesta incalzante di estrarre greggio dal mare e dal sottosuolo, dall’altro l’eccesso di raffinato in giro per l’Europa e per il mondo intero. E qui trovare un pareggio in questo assurdo bilancio, non è cosa facile.
Ecco il paradosso dell’industria petrolifera a sei zampe, affamata di greggio e sazia di raffinazione.
La riduzione ad absurdum della filiera eni per il petrolio siciliano dice proprio questo: ha senso chiudere la raffineria di Gela per poi affidare al nord o all’estero o addirittura a terzi a due passi da RAGE la distillazione del proprio petrolio?

La chiusura di Gela sarebbe un vero e proprio assist per il competitor col colbacco che a Priolo, da poco, ha acquisito il 100% del controllo della raffineria che fu di montedison, che passò ad agip, che vendette ad erg e che oggi prende il nome di Lukoil.

Vuoi vedere che, sigillata la raffineria di Crocetta, dietro l’irrinunciabile profumo del petrolio siciliano da esplorare e coltivare, scriverebbe Pier Paolo Pasolini, forse, si nasconde qualcos’altro?

Giuseppe Savà
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