Cultura Scicli 26/07/2014 13:43 Notizia letta: 2880 volte

Salviamo la Fornace di Sampieri

Salvataggi e distruzioni delle identità e delle memorie
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Scicli - La frase “messa in sicurezza” è entrata nel linguaggio corrente come molte parole prese in prestito da altri lessici.
Nel caso di opere edilizie, potrebbe indicare un procedere per salvarsi da un pericolo, per bonifica da un’infestazione. Non si intende la rimozione o lo stravolgimento del manufatto, quanto invece si riferisce alla parziale o totale eliminazione del danno, del conseguente rischio. Con la condizione di essere al sicuro per incolumità pubblica, tutela del cittadino.

Oggi, ormai, di “messa in sicurezza” ne parlano in tanti. Così si esprime il direttore dell’INPS in pensione, il professore di storia di varie epoche, il falegname, l’operatore ecologico, la signora in coda al centro analisi diagnostiche. Pronunciare quella frase rimanda all’attenzionare, al mettere in guardia. Trasmette anche il senso più basso del mostrare nell’essere informati, dell’apparire dentro l’attualità del vivere nelle relazioni.

Ma nel caso della Fornace Penna di Pisciotto, con la “messa in sicurezza” sappiamo i rischi che si corrono?
No, forse non si conoscono o non si sono capiti. Chi insiste con la “messa in sicurezza” non conosce o non capisce dei pericoli per l’integrità del “segnale” Fornace. Del pericolo del suo ruolo autentico nella storia sociale del luogo.

“Salviamo la Fornace di Sampieri” è solo uno slogan che dietro un’apparente bonomia populista e sbandierato affetto al manufatto, ha pressato – insieme a politici di nessuna competenza in temi di restauro recupero incompetenti ma che hanno cavalcato per loro scopi il tema Fornace – per la fatidica “messa in sicurezza”.

Per me la Fornace di Pisciotto è salva così.
Nel suo cammino di trasformazione inarrestabile è viva.
È un’architettura in movimento, è un paesaggio in trasformazione. Nessun intervento è possibile senza stravolgerne i connotati, le dignità, le identità. Nel rispetto dell’ingegno di un valente progettista: bisogna stare fermi.
La cultura del Tour ci ha insegnato e ha contribuito, a diffondere un’idea di rudere superiore all’opera ricostruita e anche all’opera in stato funzionale. Le rovine della Fornace sono un’opera d’arte in trasformazione. È opera parlante molti linguaggi, quelli del tempo che l’ha attraversata.
Il cemento si lavora facilmente. La rete è di pronto impiego. Il betoncino armato ha contribuito a deturpare tanti monumenti…e realizzare manufatti diversi dall’originale.

Volete questo?
È questa la vostra messa in sicurezza?
No non ci sto!

Chi sensibile conoscitore della storia dell’architettura, del valore del reperto della Fornace e dei suoi protagonisti e del loro ruolo nelle vicende sociale del luogo … non può volere la “messa in sicurezza”, perché ormai - senza stravolgere il manufatto - non è possibile praticarla.
Per me la Fornace – ripeto - è salva così. È salva doppiamente, nella sua dignità architettonica, nella sua identità storica.

Il paesaggio della Fornace racconta la storia autentica degli uomini
Ogni racconto presuppone un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Presuppone un trascorrere, una sequenza in cui gli avvenimenti si succedono. Questo non sempre avviene. Perché ciò che appare in certi luoghi del disastro non è il fruire degli eventi, il passare del tempo, il muoversi tra paesaggi temporali diversi. Per la Fornace il tempo ha avuto il valore dell’istante inciso nella memoria delle coscienze e nelle tracce del luogo. Dal quel preciso istante, dal momento dell’incendio, si conferma una temporalità peculiare, che condensa il fluire nel permanere del momento. La Fornace, da allora, è diventata un luogo senza tempo o meglio un luogo deformato e consumato da un unico tempo, lungo 80 anni. Un luogo in trasformazione perenne, che non testimonia di uno stato quanto di un processo. La “messa in sicurezza” genera danni al fluire armonico del tempo, interrompe un processo trasfigurando il segnale d’origine generandone un altro divergente.

Nella riflessione pubblicata sul Giornale di Scicli 28 ottobre 1990, dal titolo: L’architettura sta al tempo, come il sale sta all’acqua, avevo trattato l’argomento del consumo dell’architettura, e della sua inarrestabile dissoluzione nel tempo. In quel concetto - espresso per associazione proporzionale - è chiaro il pensiero dell’usura dello stato fisico di un manufatto sotto l’agire del tempo, fattore determinante - insieme agli agenti atmosferici - del progressivo stato di rovina.

Le Rovine della Fornace, così come con questo breve scritto se ne articola l’idea, indicano e compendiano il ruolo e la presenza del concetto di dissoluzione all’interno della riflessione sentimentale contemporanea. L’appartenenza del relitto della Fornace ad una costellazione ideale di cui fanno parte i concetti affini di: reliquia, ricordo, frammento, che devono però essere autentici. Non offensivi per l’opera, e il suo tempo lento e vero. Pregio nel suo valore testimoniale, per la storia e la cultura locale.

Mi viene difficile - e anche un po’ malagevole - credere come la Soprintendente ai Monumenti di Ragusa, Rosalba Panvini e il suo settore operativo, possano appoggiare la “messa in sicurezza” con qualsiasi intervento si persegue.

Che soluzioni non lesive per l’identità del manufatto hanno pensato?
Con che tecnologie?

No, non ci sto…
Chi è, per ruolo, incaricato alla salvaguardia dei bene architettonici e monumentali non può cedere al movimento di opinione tutto umorale o ancor peggio a quello strumentale di politici per fare cassa di risonanza per consenso popolare.

Ma come si fa a non capire che la struttura cariata della Fornace, non sopporta neppure le vibrazioni di un avvitatore a batteria? Si sgretolerebbe al primo tentativo. Non necessita essere esperti né di consolidamento, né di restauro dei monumenti per rendersi conto che bisogna stare fermi per non aggravare lo stato della Fornace di ulteriori danni.

La memoria della Fornace, se è quella che vi sta a cuore, è messa in sicurezza solo se si lasca nel suo stato di resto, di rovina.
Lasciando incontaminato il manufatto, nel rispetto della sacralità del monumento e dell’ingegno del suo progettista, si attua il vero salvataggio dell’identità dell’opera.

Paradossalmente, mettiamo la Fornace in sicurezza, da chi vuole la sua “messa in sicurezza”.

Foto Pasquale Bellia, 24 luglio 2014

Pasquale Bellia
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