Cultura Racconto lungo 01/08/2014 22:18 Notizia letta: 5603 volte

Una strana lettera anonima

I fatti del 53
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Madrid - Era un caldo pomeriggio di maggio del 1953, mi ricordo che la littorina si fermò in una piccola stazione perduta nella campagna da cui non lontano potevo vedere il mare.
Una vecchia locomotiva con la quale avevo proseguito il viaggio da Siracusa per raggiungere questo lembo di terra dimenticata, tutta protesa verso il continente africano.
Il controllore, cui mi ero raccomandato, mi fece segno che ero arrivato ed era proprio là che dovevo scendere.
Guardai il paesaggio attraverso il vetro della porticina, mentre la vettura rallentava la sua corsa.
Il marciapiede della stazione si avvicinava deserto, assolato, macchiato da folti cespugli di margherite gialle.
Il tempo di scaricare un sacco per l’ufficio postale, altre casse di non so che cosa, le mie pesanti valigie e poi la vettura lentamente riprese la sua corsa.
Ero solo, fra le mie valigie, nel posto più incredibilmente desolato che avessi mai potuto immaginare.
Il capostazione, ancora con la bandiera segnaletica in mano, si avvicinò curioso, dopo avermi prima osservato con due occhi profondi e vivi sopra due baffi molto folti.
- Non è di qui, lei, vero?...Forestiero?!...- Mi disse.
Il mio disagio doveva essere troppo evidente come pure il mio imbarazzo.
- No!...- Balbettai. – Cioè, sì, forestiero!...- Lo guardai con uno sguardo supplichevole. Vidi i suoi occhi diventare estremamente rassicuranti e buoni.
- Come mai da queste parti? Viene a trovare parenti o così, per altre faccende?...-
Dovevo fidarmi di lui perché era l’unica persona alla quale potevo rivolgermi in quel posto.
- No. – Dissi. – Sono un dottore e dovrei prendere servizio presso l’ospedale di San Pietro. Strano che qui nessuno sia venuto ad aspettarmi...eppure, io ho regolarmente telegrafato da Siracusa per avvisare l’ora del mio arrivo...come d’accordo!...-
Il capostazione sorrise e i suoi occhi illuminarono di una luce d’oro il volto color miele, paffuto, lucido.
- Non si preoccupi, dottore! A momenti verrà il postino con il suo calesse: l’accompagnerà lui in paese...- Si produsse in un largo inchino tenendo il berretto sotto l’ascella.
Non passò molto tempo. L’incaricato dell’ufficio postale arrivò; vidi che il capostazione lo prese in disparte e mi additò più volte, poi venne radioso verso di me.
- Venga! Monti sul calesse della posta! Vedrà, questo amico la porterà a destinazione! I miei rispetti, dottore!...- Invece dell’inchino, questa volta agguantò con le sue mani carnose le mie valigie e mi fece cenno di seguirlo.
Montai sul calesse e il mulo si mosse. Mentre mi allontanavo, il capostazione mi salutò militarmente portandosi la mano alla fronte e il suo corpo tarchiato presto diventò un’ombra sulla strada polverosa e bianca.
Il paese apparve dopo qualche chilometro giù, dentro cave di pietra scavate da torrenti ormai asciutti, con i suoi tetti di tegole gialle, le case bianche, i palazzi e le chiese imponenti, solenni.
Dall’alto sembrava deserto, abbandonato, immerso com’era nella nebbia impalpabile della canicola di un’estate imminente che lo rendeva ancora più surreale, sfumato.
- E' stato che cosa, un lampo? – Chiesi impaurito al mio vetturino mentre il mulo pazientemente ci conduceva attraverso i tornanti della strada polverosa.
- Oh, no! – Rise. – Sono le finestre che, quando sono mosse, con i loro vetri riflettono il sole e abbagliano gli occhi. –
Dopo l’ultima curva le case diventarono sempre più numerose e il paese mi spalancò le sue vie, le sue piazze. Il mulo si fermò. Capii che in quell’edificio di fronte era ospitata la posta.
- Dottore, il tempo di consegnare questo sacco e l’accompagno. – Disse il vetturino. Prese difatti, con entrambe le mani, il sacco. Scomparve dietro l’angolo del palazzo per riapparire velocemente dopo qualche minuto.
Salì con un balzo sul sedile del calesse e, con uno strappo di redini e un verso, comandò all’animale di muoversi. Ci lasciammo le vie del paese alle spalle e la strada ritornò polverosa e triste.
L’ospedale si appoggiava a un dolce pendio, di fronte alla città come uno specchio davanti alla sua immagine.
Un vecchio sanatorio costruito a padiglioni alla fine dell’Ottocento, immerso in un’oasi di verde e di palme.
Davanti al cancello, un glicine, non più in fioritura, mi tendeva germogli nuovi tra grappoli sfioriti; un fiorito pittosporo m’inebriò subito con il suo forte odore di zagara. Guardai in alto il sole. Era ancora molto intenso e il cielo avaro di nubi. La campagna intorno e le aiuole traboccanti di fiori e di luce.
Dov’ero capitato?
Girai lo sguardo e, di fronte, il paese mi apparve in tutta la sua fascinosa bellezza, con le sue acropoli antiche, i campanili barocchi, il duomo appollaiato su uno sperone di roccia, ieratico, lontano, solitario.
Un anziano portinaio intuì dalle valigie che io ero il nuovo primario. Con passo cadenzato e aria circospetta si avvicinò, la barba trascurata e gli abiti cadenti, per studiarmi meglio da vicino. Poi, con la mano, accennò un saluto. Ero impacciato.
- Siamo arrivati! – Esclamò il vetturino. – O meglio – si corresse – lei, dottore, è arrivato. Se permette, prendo congedo...- Mi tese la sua mano con un largo sorriso, salì sul calesse e si allontanò così velocemente che dubito abbia potuto sentire il mio timido grazie.
Il profumo dei fiori, in quell’aria salubre nella quale già avanzava la sera, mi aveva completamente stordito.
Da lontano vedevo confusamente affrettarsi un dottore con alcuni infermieri per accogliermi. Strette di mano. Convenevoli.
- Ma così presto! Non la aspettavamo ancora...ci sarà stato un equivoco...Dio mio! Siamo mortificati! Che cosa avrà potuto pensare?...-
Come per incanto, dai viali, dai padiglioni circostanti sbucarono numerosi camici bianchi e venne fuori una festa esagerata con tante strette di mano, tante presentazioni, tanti nomi da ricordare.
In lenta processione mi spingevano verso il padiglione centrale, dove l’Amministrazione aveva riservato e ammobiliato un piccolo appartamento per me.
Persi il controllo delle valigie. Davanti al portone del padiglione centrale a poco a poco molti si congedarono. Solo due colleghi e l’inserviente con le mie valigie mi accompagnarono su, nel mio appartamento. Due stanze, una cucina e i servizi, una vista mozzafiato sul panorama del paese lontano.
- Dottore, - mi disse un collega – quest’appartamento non è la suite dell’albergo Hilton ma, mi creda, qui ci starà da Dio! –
- Ha famiglia? – Mi chiese l’altro collega con una voce sottile, curiosa.
- No! Sono solo. – Mormorai soprappensiero.
- Ah! Allora ha ragione il collega. Qui, lei starà molto bene! – Esclamò.
- Se permette, noi vorremmo andare per lasciarla solo...vorrà sicuramente darsi una rinfrescata dopo questo lungo viaggio e riposare un po’...- Disse l’altro.
- Sì, grazie! – Risposi. Li accompagnai alla porta che richiusi alle loro spalle dopo averli rassicurati con un sorriso.
Cominciò così la mia avventura siciliana.
Bologna, la città dov’ero nato, dov’ero cresciuto, dove mi ero prima laureato medico, dove mi ero specializzato in psichiatria e poi, per concorso, ero diventato primario, era ormai lontanissima.
I primi giorni passarono in fretta, preoccupato com’ero di definire i rapporti con l’amministrazione, i collaboratori, il personale paramedico, i pazienti.
Mia madre mi telefonava la sera ma, tante volte, vinto dalla stanchezza, non udivo neppure il trillo del telefono.
Dalla mia voce stanca si convinse che non ero accudito bene, che lavoravo troppo, che qualcosa nella mia vita non andava. La rassicurai.
L’ospedale era gestito in passato da un’antica opera pia che amministrava le misteriose fortune di un avventuriero di molti secoli fa.
Il presidente m’illustrò gli scopi e le finalità, mi raccontò che, da alcuni anni però, per lucrare le provvidenze dello Stato, l’ospedale era stato trasformato da privato in pubblico e, da quel momento, era diventato l’unica vera industria del paese.
Scoprii così che la moglie del maresciallo dei carabinieri faceva l’infermiera nell’astanteria; la moglie del preside del liceo era applicata in segreteria; la sorella del vescovo era stata assunta come inserviente ed il nipote, fresco di laurea, era diventato il responsabile della farmacia del piccolo ospedale. Il presidente stesso era un ingegnere che non capiva niente di bilanci, di titoli, di capitoli. La sorella del presidente del tribunale me la ritrovai in corsia, caposala. Unica nota stonata, il figlio dell’avvocato Malgioglio, un principe del foro locale, guidava l’ambulanza: da una piccola inchiesta personale appresi che aveva ottenuto quell’incarico non perché raccomandato ma perché inabile al lavoro per cecità grave congenita! L’avvocato Malgioglio aveva purtroppo simpatizzato per il partito socialista, in passato, e questa sua simpatia aveva gettato un’ombra sulla sua affidabilità, anche se alla fine si era perfettamente allineato alle posizioni dell’onorevole. Già, l’onorevole! L’onorevole P...., universalmente chiamato semplicemente l’onorevole! Deus ex machina incontrastato di tutti gli intrallazzi di quel piccolo microcosmo. Nonostante un’importante militanza nel partito fascista, si era tranquillamente riciclato nelle liste della Democrazia Cristiana per le quali era regolarmente eletto. Ex factotum del vescovo, titolo di studio appena la terza media. Controllava capillarmente il territorio attraverso le parrocchie e un’agguerrita segreteria politica costituita da un esercito di galoppini. Come un antico signore medievale, distribuiva ceffoni e carezze, sussidi e provvidenze. Una sua parola era legge. Lo sperimentò a sue spese l’arciprete, che a lungo aveva piamente sparlato del suo vescovo, quando chiese un posticino d’infermiere per il nipote geometra.
“Che cosa avrebbe potuto fare uno che si è diplomato geometra con siringhe, clisteri e roba del genere?” Gli aveva rimproverato in faccia l’onorevole. Per i buoni uffici del vescovo, magnanimo, l’onorevole alla fine, il nipote glielo aveva sistemato, ma come umile giardiniere!
Il direttore della banca locale, una piccola società cooperativa a responsabilità limitata, mi sembrò di primo acchito immune dal “virus dell’opera pia”.
Era una persona molto distinta, di estrazione borghese, tanto ricco da non avere problemi di sopravvivenza. Distaccato, signorile, subito mi telefonò per incontrarmi. Andai io da lui, accettando l’invito a pranzo che mi veniva dalla sua signora. Fu un’esperienza interessante.
Il direttore e la signora mi ricevettero con larghi sorrisi e modi molto affabili, accompagnandomi attraverso una fuga di saloni, in visita al loro principesco palazzo. Mi misero subito a mio agio.
La signora era originaria di Padova. Frequentando quell’università aveva conosciuto il marito. Mi raccontarono la loro vita e le vicende dei loro due figli lontani, medici come me, professori in quell’università.
Il direttore parlava poco; lei invece era molto comunicativa: parlava con gli occhi, con le mani, con il cuore. Nonostante la sua non più giovane età, doveva essere stata in gioventù una gran bella donna. Prima di congedarmi mi chiese: “Dottore, come trova la nostra Sicilia? Sicuramente si annoierà, abituato alle città del nord, così vivaci, piene d'iniziative culturali...e poi, lei viene dalla dotta Bologna, chissà come ci giudicherà?...” Dissi che ogni terra aveva il suo fascino e a me la Sicilia era parsa bellissima. Le restituii chiaramente il complimento che aveva fatto alla mia città.
Era l’unica persona interessante che avevo fino allora incontrato. Promisi che sarei ritornato a visitarli qualche altra volta.
Ricavai dal reparto psichiatrico diversi reparti nei quali i miei pazienti erano ora ospitati non più alla rinfusa ma per patologie più o meno acute, selezionandoli, studiando i loro percorsi clinici.
Evidentemente non tutte le mie iniziative incontrarono il favore dei miei collaboratori. Percepivo il loro dissenso dalla freddezza con cui accoglievano le mie proposte.
Fu comunque rottura totale quando decisi di conoscere i miei pazienti ad uno ad uno, interrogandoli quando potevo.
Vennero fuori delle storie incredibili di miserie e d’abbandoni.
Conobbi così Giuseppe, un ragazzo molto timido che non osava alzare su di me i suoi occhi impauriti e tristi quando gli parlavo. All’inizio, aspettavo a lungo che rispondesse alle mie domande. Conquistai a poco a poco la sua fiducia e mi raccontò la sua storia. Veniva da una famiglia poverissima, tanti fratelli, voleva studiare, andare a scuola...I suoi genitori lo portarono invece in manicomio: “lì, - cioè in ospedale - vivrai bene - gli dissero - almeno non farai la fame come noi...Se ti chiedono come stai, dì sempre che hai mal di testa!” In effetti, il ragazzo aveva forse contratto un principio di esaurimento nervoso dovuto sicuramente alle condizioni indigenti della famiglia. I genitori lo scaricarono e non lo cercarono più.
La storia di Michele era diversa. Soffriva di crisi epilettiche sin da ragazzo, sembrava più vecchio di quanto non fosse. Subito dopo il matrimonio, appena la moglie scoprì il suo problema, lo cacciò da casa. I parenti, grazie ai buoni uffici dell’onorevole, lo sistemarono in ospedale. Si era lasciato andare, impazzire, chiuso in un ostinato silenzio, sconfitto da un malessere di cui non sapeva darsi pace. Non avevano avuto figli e la moglie ora conviveva con un altro uomo.

Vito veniva invece da Bellomonte, un paese sugli Iblei, feudo elettorale dell’onorevole. Balbuziente, odiava sentire fischiare. Staccava puntualmente i bottoni a tutte le sue giacche. Chiedeva una sigaretta a tutti e, quando non poteva averne, raccoglieva le cicche da terra e ne riciclava il tabacco. Ogni volta che lo incontravo, mimava con le dita il gesto di fumare non osando chiederlo espressamente. L’onorevole si era scomodato personalmente per lui. Con una telefonata me l’aveva raccomandato caldamente.
Riuscii a far parlare Matteo. La paura gli aveva paralizzato la lingua e gli arti inferiori dopo un bombardamento in cui tutta la sua famiglia perì.
Il più simpatico però era Nino. Ex ferroviere, sceglieva ogni mattina un viale del parco dal quale faceva partire il suo fantastico treno. Vittorio, un ex netturbino, raccoglieva di tutto per poi ributtarlo nuovamente nella pattumiera. Fumava sotto un albero, lontano, le sue cicche, attento a non farsi vedere da Vito. Erano liti furibonde tra loro perché Vito non tollerava la sua concorrenza.
Gigi, con le sue smanie per le donne nude, rincorreva i medici chiedendo loro riviste da cui ritagliare le fotografie delle attrici in costume da bagno. Le appiccicava a mosaico come fossero santini sulla parete di fronte a dove dormiva e, disteso sul suo letto, le guardava per ore ed ore, prigioniero di chissà quali inconfessabili fantasticherie.
Giorgio e Luigi vivevano in simbiosi. Il primo era cieco, soltanto cieco e relativamente giovane. Raccomandato sempre dall’onorevole, era originario di Fanusa. Chiacchierava avidamente con tutti. Raramente i parenti venivano a trovarlo. Luigi, invece, era taciturno e anziano. Un tenero grassone che trascinava, aggrappato al suo braccio, l’altro su e giù per tutti i viali del parco, per tutta la durata del giorno.
Non riuscii, invece, a sapere nulla di Calogero. Un uomo schivo, riservato, muto, mi dissero, sin dalla nascita, ricoverato più per pietà che per malattia. Bigotto, godeva della protezione del vescovo e, quindi, del cappellano di cui, oltre a fargli da sacrestano, era anche l’inseparabile ombra. Rinunciai ad interrogarlo.
Chiacchierai tante volte invece con il professore. Un uomo robusto, tarchiato, introverso, ateo. Il bastian contrario del cappellano. Capii che tra loro correva una reciproca dichiarata antipatia.
Il professore era uno dei pazienti che più a lungo erano stati ricoverati nella struttura. Durante il regime era stato un eccellente professore di filosofia nel locale liceo ma le sue dichiarate simpatie comuniste avevano reso necessario il ricovero. Un trattamento di rispetto per scongiurare un confino che lo avrebbe portato lontano dalla madre malata, gli dissero. Dopo la caduta del fascismo era stato trattenuto con altre vaghe motivazioni dalle stesse persone che ora amministravano il potere per conto della repubblica.
Mi feci un’idea personale dopo averlo più volte ascoltato. Il professore era temuto per le sue idee, per la sua intelligenza. Beneficiava di un trattamento speciale, difatti. Passava la giornata a leggere i giornali che gli portavano, quando arrivavano in paese. L’Unità soprattutto.
Un’aura di sospetto e di prestigio circondava la sua vita, non legava con nessuno e diffidava di tutti, anche e soprattutto, in principio, di me.
Fumava sigari pestiferi che l’avvolgevano in una nuvola di fumo e creavano una cortina che lo rendeva inavvicinabile.
Rimpiccioliva notevolmente le pupille che lenti spesse, cerchiate d’oro, facevano sembrare tanto grandi, se doveva formulare un pensiero o esprimere lentamente un concetto.
Mi colpirono le sue mani agitate perennemente da un percettibile fremito. Forse aveva paura? Di chi? E perché? La prima volta che gli strinsi la mano arrossì come una giovane suora.
C’erano anche delle suore in ospedale ma non nei miei reparti! Le conoscevo solo di vista. Quando le incontravo per i viali, erano tutte una festa. In effetti, mi evitavano perché a volte modificavano i loro percorsi. Strane, stranissime creature!
Non mi ci volle molto per capire che quella struttura non era un ospedale! Era un limbo, un ricovero per persone da seguire, da controllare. Non più un’opera pia ma una piccola società di beneficenza, amministrata con spregiudicatezza e ferocia dalla banda dell’onorevole che ne aveva fatto un serbatoio dal quale attingere voti e finanziamenti.
Su ottantotto pazienti che erano ricoverati nella mia struttura, solo quarantacinque ne avevo potuto contare fisicamente. E gli altri quarantatre che fine avevano fatto? Se chiedevo delucidazioni in merito, le risposte si facevano nervosamente evasive.
Con le donne, i miei metodi funzionarono più velocemente che con gli uomini. Le donne erano più aperte, più espansive con me.
Ricorderò sempre la storia di Gina. Gina ogni mattina mi chiedeva se avessi avuto qualche lettera per lei. E non solo con me, lo faceva con tutti. Da quando il fidanzato era partito per la Russia e non era più ritornato, viveva nella speranza che si facesse vivo. Disperso lui e dispersa lei in questa vaga attesa. Povera Gina! La madre era morta subito dopo la guerra e lei era rimasta sola. Passava tutta la giornata al davanzale di una finestra che guardava in lontananza la strada, cantando a squarciagola “ Tornerai ” al suo amore lontano. Nella strada la gente era rapita dal suo canto e si fermava. Anch’io subito fui colpito dalla quella voce melodiosa che diventò ogni giorno sempre più fievole come la sua speranza.
Un’altra donna che ricorderò sempre è Teresa, in arte Titina. Passava le giornate a laccarsi le unghie pesantemente di rosso e a ridisegnare a cuore le labbra con un rossetto. Imbiancava di cipria la faccia e tracciava davanti allo specchio le ciglia, gli occhi come se dovesse da un momento all’altro calcare le scene. Era finita nel mio reparto dopo una lunga crisi causata dal fatto che più nessuna compagnia teatrale fosse disposta a scritturarla. Quando era in vena, raccontava un glorioso passato di avanspettacolo. Spettacoli allestiti in caserme, tra i militari in trincea, in Libia. La chiamavano la sorella di Wanda Osiris della quale imitava il passo regale, cadenzato, avvolta anche d’estate in un’inseparabile stola di pelliccia spelacchiata, unico ricordo rimastole della sua vita d’artista. Di proposito mi passava vicino quando percorrevo i suoi viali e, con occhi ammiccanti e voce sussurrata mi cantava “Ma l’amore no...” perché una volta le dissi che amavo quella canzone. Ho avuto sempre il sospetto che si fosse innamorata di me, come spesso accadeva a questo tipo di pazienti.
Ninetta, taciturna, si preoccupava, premurosa, delle mie pulizie. Andava a prelevare i miei camici, le camicie, i pantaloni alla lavanderia dell’ospedale e in silenzio li riponeva su una sedia o nell’armadietto del mio ufficio. Era nata serva e quando la signora, presso la quale prestava servizio, morì, i figli, amici dell’onorevole le procurarono quella sistemazione.
Rosetta, invece, era rimasta bambina. Una bambina viziata che amava le bambole e odiava gli uomini in ognuno dei quali rivedeva il padre. I suoi scaltri cugini, amici dell’onorevole, l’avevano fatta interdire con la complicità del presidente del tribunale per accaparrarsi un patrimonio che, più d’uno, mi confermò notevole.
Maria era il suo esatto contrario. Sofisticata, apparentemente bella, era stata rinchiusa dai fratelli per essere fuggita con un muratore già ammogliato e padre di numerosi figli. Era rimasta affamata d’uomini.
Storie su storie. Accumulavo testimonianze, confessioni che puntualmente annotavo su schede personali. E dai colleghi, dal presidente dell’opera pia ora presidente del consiglio d’amministrazione dell’ospedale, dall’onorevole, dal vescovo, regolarmente ero consigliato, esortato “ per il mio bene ” a non dare eccessiva importanza a tutte quelle sciocchezze.
Per queste mie indagini personali, manifestavano una strana apprensione che non riuscivano a camuffare dietro i sorrisi ironici e i toni inconsapevolmente allarmati delle loro raccomandazioni.
Cominciai a essere insofferente alle continue intrusioni che questi personaggi compivano nell’ambito del mio lavoro.
“Perché, - mi chiedevo - fanno tutte queste difficoltà?” A questa domanda non trovavo una risposta accettabile.
Notai che in amministrazione cominciarono a esaminare con pedanteria le mie richieste, anche le più semplici e ovvie. Ogni pretesto era buono per non evaderle.
Rispondevano alle mie proteste con toni insolenti. Era chiaro che mi facevano dell’ostruzionismo.
Non conoscevo l’ambiente, non conoscevo i miei collaboratori, non sapevo a chi rivolgermi, di chi fidarmi. Mi sentivo veramente molto solo.
Una notte, non potevo dormire per il caldo, ritornai nel mio studio in reparto.
L’afa era illuminata da una luna piena. Mi accorsi che anche il professore non era andato ancora a letto e leggeva, seduto al tavolo della camerata, immerso in una nuvola densa di fumo. Mi avvicinai e, a voce bassa, lo salutai. Ebbe un sussulto. Non aspettava visite e, men che meno, me. Ci mettemmo a chiacchierare un po’.
Scoprii un uomo molto diverso da quello che avevo conosciuto qualche tempo prima. Sapeva dei miei problemi e questo m’incuriosì.
Capii anche che mi aveva a lungo osservato. Lo sentii disinteressatamente amico, premuroso addirittura, timoroso che qualcuno mi avrebbe potuto fare del male.
Gli chiesi perché lui stava lì, che cosa lo tratteneva in quel posto?
I suoi occhi furono attraversati da un lampo di paura ma la sua risposta volle di proposito essere rassicurante, banale, evasiva.
Era quasi l’alba e il tempo era volato.
Ci congedammo come due vecchi amici.
Aspettavo con ansia la sera per ritrovarci, per raccontarci con sincerità le nostre vite. Lo trovai straordinario, dignitoso, onesto.
Fu lui che, a poco a poco, mi aprì gli occhi su quella strana vita che mi pullulava intorno.
I quarantatre pazienti mancanti erano nomi di deceduti, mantenuti in vita dall’amministrazione allo scopo di lucrare la retta versata per ognuno di loro dallo Stato.
Moltissime persone di fiducia o comunque amiche dell’onorevole risultavano regolarmente iscritte fra i disoccupati nelle liste dell’ufficio del collocamento per lucrarne i sussidi; molte, tra cui signore della buona società paesana, erano invece regolarmente registrate come lavoratrici stagionali, raccoglitrici di olive, mandorle, carrube e, come tali, richiedevano sussidi ed assegni vitalizi. Insomma, l’onorevole aveva trasformato lo Stato in una vera e propria mucca da mungere facendo piovere sui suoi protetti una pioggia d’oro.
Ecco perché aveva su tutti, in paese, potere di vita e di morte ed oltre alla devozione, all’onorevole andava per ogni pratica anche una percentuale.
- E se viene qualcuno a controllare? - Chiesi una sera ragionevolmente al professore.
- Chi deve controllare, il controllato? – Rispose con una fragorosa risata. – L’onorevole dispone le ispezioni, l’onorevole le pilota, l’onorevole le aggiusta quando qualche funzionario onesto e solerte denuncia. L’onorevole dispone poi il suo trasferimento, trova testimoni oculari per accusarlo dei reati più infami, per farlo condannare da giudici corrotti ed amici, per farlo scomparire se si ostina a sostenere le sue verità. –
- Lei sarebbe uno di questi ostinati, forse?! – Azzardai con non poco coraggio.
- Forse! – Mi rispose. – In fondo io gli devo essere grato. A me è stato riservato un trattamento di tutto rispetto! Veda, è come se vivessi sempre in una camera d’albergo. Non mi fanno mancare niente, qui! Avrebbero trovato il modo di farmi avere delle donne, se solo avessi voluto! –
- Gli è stata negata la cosa più importante, la libertà...- Obiettai.
- La libertà – replicò – non è solo poter andare di qua e di là a piacimento, è prima di tutto indipendenza di pensiero: possibilità di scegliere un’idea in vece di un’altra, di puntare gli occhi sul tuo nemico, senza doverli abbassare mai davanti a qualcuno; di inginocchiarsi soltanto davanti al dio che si sceglie, non importa il suo nome, la fede, la dottrina...-
- Lei si ritiene, dunque, nonostante tutto, libero? – Domandai.
- Bah! – Rispose.
- Mi faccia capire ancora una cosa: perché hanno fatto venire me? – Gli chiesi.
Il professore sorrise in un modo molto furbo, passandosi sulle labbra il sigaro spento.
- Manca ancora qualche tessera al mio mosaico, credo di avere scoperto da un pezzo il loro gioco. Ad ogni modo, se il mio mosaico non è completo, non le confiderò nulla! –
Quella notte me ne andai confuso, sconcertato. Avevo ormai la certezza di essere incappato in un vero covo di delinquenti!
Ritornai regolarmente sull’argomento nelle sere successive. Il professore non cambiò idea.
- Dottore, - mi disse finalmente una notte – lei dovrebbe aprire gli occhi di più!- Io non capii. Rincasando scoprii che qualcuno aveva rovistato dentro il mio armadio, nei cassetti del comò. Anche le tasche delle giacche erano state rivoltate. Ne parlai la sera seguente al professore.
- Che cosa cercavano dentro le mie tasche, dentro il mio armadio? – Domandai preoccupato.
- Non abbia paura! – Mi rassicurò. – E’ solo qualcuno che la vuole spaventare o semplicemente spera che si spaventi e vada via. Da noi, in Sicilia, nessuno parla. Il silenzio sta al posto delle parole. Sono poi i segni che accompagnano il silenzio a fare il resto. –
Chiesi all’ufficio economato di sostituirmi la toppa della porta del mio appartamento con la scusa che avevo smarrito la chiave. La sostituzione fu fatta. A distanza di qualche altro giorno, il mio appartamento fu ancora visitato. Ne parlai nuovamente al professore.
- “Se non l’hai capito, noi entriamo a casa tua quando vogliamo e non l’abbiamo bevuta la storia della chiave!” Questo è il messaggio che le hanno voluto lanciare questi strani ladri. – Mi spiegò. – Ascolti! Non venga più a trovarmi a quest'ora e vedrà che le visite smetteranno. Vogliono farle capire che non deve andare in giro la notte perché li disturba. Glielo avevo detto l’altro ieri che deve aprire gli occhi, se vuole scoprire la verità. Altrimenti li chiuda ma li chiuda per sempre o vada via!–

Questo discorso m’inquietò. Diradai le visite notturne e i ladri smisero di visitare il mio appartamento.
Vedevo il professore solo durante il consueto giro dei reparti in compagnia dei miei collaboratori, durante la mattinata.
Fingeva di ignorarmi.
In quel periodo notavo, - o forse ero io che lo pensavo! – gli occhi dei colleghi spiarmi durante la visita appena mi avvicinavo a lui, come se volessero intuire qualcosa di noi.
Con il tempo tutto ritornò normale. Ricominciarono le premure, gli inviti, i sorrisi accattivanti.
Il cappellano si dava ora un gran da fare quando lo incontravo alle riunioni o per i viali. Strette calorose di mano, complimenti spericolati. Mi manifestò addirittura il desiderio di visitare il reparto e mi chiese il permesso di poterlo fare. Naturalmente acconsentii. Strano! Prima non lo faceva mai perché sosteneva la tesi secondo la quale gli alienati non potevano avere colpa delle loro azioni! In quell’occasione mi aveva confidato che pregava per me: la mia “salvezza” gli stava molto a cuore. Sapeva che io non ero credente. Finsi di non sentire questa sua affermazione indiscreta e sciocca.
Senza perdere tempo, dopo la messa, un mattino, il cappellano, stola in mano, accompagnato dall’inseparabile Calogero, bussò alla porta del mio ufficio.
A denti stretti feci un sorriso dal quale capì subito che la sua presenza non mi lusingava e mi offrii di accompagnarlo per la prima volta fra le corsie. Fu una semplice passeggiata. Evitava con cura il contatto con i pazienti. Alcuni lo guardavano sorpresi. Notai che non degnò di una minima attenzione il professore, anzi, passando proprio davanti a lui, il suo viso tradì inconsapevolmente una smorfia di disappunto e di disprezzo. Si congedò da me sfoderando il più accattivante dei sorrisi.
Ritornai sui miei passi e, come se inciampassi, cercai io di attirare l’attenzione del professore per capire il suo pensiero dall’espressione dei suoi occhi ma lui guardava altrove.
Quella sera non riuscivo a spegnere la luce in camera mia.
Ero sul letto sdraiato, assente, perso come in un labirinto a ricercare il senso di una realtà che mi sfuggiva.
Mi alzai e, dopo tanto tempo, ritornai al reparto. Feci un’apparizione in corsia: tutti dormivano o così mi parve.

Il professore capì e mi seguì a distanza. Davanti allo stanzino della farmacia, presi dal mio mazzo la chiave e lo aprii. Richiusi la porta solo accostandola. Dopo qualche minuto il professore venne. A luci spente, senza che ci potessimo guardare, ascoltammo un po’ i rumori della notte per essere sicuri che nessuno avesse seguito i nostri passi.
- Perché è venuto? – Mi chiese quasi terrorizzato, con un filo di voce.
- Perché non riesco più a continuare a vivere dentro questo mistero...- Gli bisbigliai. – Me ne vado! -
- Sì! Forse la sua è una decisione saggia! E’ meglio che se ne vada...- La sua voce divenne improvvisamente triste.
- Ma non prima di avere firmato il foglio con cui la dimetto dal reparto! Se vado via io, lei non resterà ancora in questo inferno! Lei deve uscire da qui. Non esiste alcun motivo perché ci resti ancora. Non un giorno di più! -
- No! Mai! Qui mi sento al sicuro, non voglio andare via...- Disse con un affanno nella voce.
- Perché si ostina a rifiutare una libertà che le spetta?- Replicai. - Lei non è pazzo, non ha bisogno di niente e di nessuno! Perché non vuole andare via? Non capisco! Ho visto, sa?, come la guardava il cappellano...e come mi guardano tutti gli altri, dai medici agli infermieri, ai malati, quando per un attimo io mi avvicino, le parlo...- Un rumore, però, interruppe la mia frase.
- Qualcuno ci avrà visto...- Mormorò il professore con un filo di voce, disperato. – Zitto! Tratteniamo pure il respiro!...-
Sudai. Per la prima volta in vita mia ebbi paura. Ma paura di chi? Appunto! Paura di qualcuno che non si conosce e, stranamente, si teme. Sentimmo dei passi concitati nel corridoio e il grido di un gatto straziante, lacerato. Poi, più nulla. Aspettammo a lungo in silenzio.
Il professore uscì per primo, di soppiatto e si accucciò nel letto in camerata. Io richiusi con cautela a chiave la porta della farmacia e rincasai.
Aprii la porta del mio appartamento: ero stanco, insonnolito. Accesi la luce.
Una massa nera, sul pavimento davanti alla soglia della stanza da letto, attirò subito la mia attenzione. Mi avvicinai. Era un gatto nero, strangolato, messo là a bella posta quale avvertimento.
Chi l’aveva portato mi aveva quindi seguito nella notte, aveva spiato i miei passi, aveva visto il professore!
Il grido che aveva interrotto le mie parole nello stanzino della farmacia, era stato l’ultimo di quella piccola, povera, innocente bestiola.
Non dissi nulla. Rimossi il gatto. Mi misi a letto.
Il giorno dopo, tra i miei assistenti, era forte l’imbarazzo.

Il professore, durante la visita, non mi degnò di uno sguardo.
Alla fine del consueto giro dei reparti, convocai nel mio ufficio tutto il personale medico e paramedico.
Annunciai loro il proposito di rimettere l’incarico “per ragioni di salute” dissi.
Mentii. Quel giorno stesso avrei ufficializzato la mia decisione con una lettera all’amministrazione. Nessuno obiettò. Mi alzai e tutti si alzarono.
Mi lasciarono partire dal mio ufficio senza una domanda, un commento.
Mentre mi dirigevo verso il mio appartamento, vidi il cappellano venirmi incontro sul mio stesso viale. Agitava le mani, festoso, in segno di saluto, approssimandosi a me.
- Che combinazione!...Stavo per venire ai suoi reparti...- Afferrò la mia mano tra le sue mentre mi attirava a sé con un sorriso beffardo.
- Sì...ma sto andando via...- Dissi distrattamente, cercando di liberare la mia mano dalle sue.
- Ah, che peccato!...Allora ci lascia...Ha deciso di tornarsene nella sua Bologna?...Proprio quando tra noi...Pregherò per lei, sa?...Io ed il vescovo abbiamo ottime conoscenze alla Cattolica...So che vogliono creare una grande facoltà di medicina a Roma...Potremmo sempre segnalarla...Se lei vuole, s’intende!...Solo se lei vuole!...Domani si va tutti a Siracusa: medici, infermieri, malati, con un treno bianco, grandi cose, amico mio! Un grande pellegrinaggio...Come a Lourdes!...La Madonna piange, ha saputo?...Fa miracoli incredibili: gli storpi camminano, i ciechi riacquistano la vista...Perché non viene? So che molti del suo reparto si sono prenotati...Anche il professore, sa? Venga! Venga!...Riscoprirà la fede! Dia retta! –
- No! – Dissi. – Appunto perché molti verranno, io rimarrò con chi resta! –
- Pregheremo per lei, allora! Io e il vescovo...- Ripeté con un untuoso sorriso mentre si allontanava.
“Il professore!” Pensai, riprendendo il cammino. “Che strano! Si vorrà convertire, forse, ora che ritornerà libero di vivere la sua vita? Com’è difficile conoscere gli uomini!” Dissi tra me e me, mentre già salivo stancamente le scale. “Tre cose non è dato conoscere: gli occhi delle formiche, l’ombra di dietro e il cuore di un uomo! Chi l’ha pronunciato quest'aforisma? Giustino o qualche altro? Mah!”
Rincasai. Scrissi la lettera di dimissioni all’amministrazione. Contestualmente preparai il foglio di dimissione del professore.
Chiamai per telefono il fattorino che presto venne e glieli consegnai perché li portasse al protocollo.
Mi distesi sul letto e chiusi gli occhi, soddisfatto di aver fatto tutto, di aver fatto bene.
A un tratto, riflettendo ancora sulle parole del cappellano, balzai a sedere con un’improvvisa e inquietante domanda: “Ma da chi il cappellano aveva saputo che io andavo via se solo un attimo prima lo avevo pubblicamente annunciato ai miei collaboratori?”
Il mistero s’ingigantiva sempre di più. Il giorno dopo l’ospedale era deserto.
Quasi tutti nel mio reparto erano stati coinvolti. Vivamente sollecitati a partecipare a questo strano viaggio per dare un significato alla vita, alla ricerca di una speranza o, più semplicemente, per chiedere la grazia di un oblio.
Tutti i letti erano vuoti come pure le camerate. Il professore effettivamente non c’era. C’era tanto silenzio e una grande calma intorno a me.
La sera mi colse nel mio ufficio a sonnecchiare, curvo su un testo di psichiatria. Spensi la luce. Mi ritirai nel mio appartamento.
A notte tarda, capii dal cicaleccio delle voci che i malati e il personale che li aveva accompagnati stavano rientrando.
Sentivo le ambulanze andare e venire in continuazione dalla stazione.
“Tutto come prima o peggio di prima.” Pensai. “Nonostante le preghiere del cappellano e le intercessioni del vescovo!”
Mi girai sul fianco nel mio letto, per non sentire, per riposare meglio.
All’alba bussarono alla mia porta. Era l’infermiere del turno di notte di uno dei reparti.
Parlava con concitazione, impaurito. Il professore era sparito, non c’era più. Era rincasato insieme con tutti gli altri. Lo aveva visto coricarsi. Per curiosità, solo per curiosità dopo qualche oretta era andato a controllarlo e al suo posto c’erano solo coperte arrotolate.
Mi vestii in un baleno. Fuori l’aria era frizzante e profumata. Arrivai in reparto col cuore in gola.
Effettivamente c’erano solo coperte arrotolate dentro il letto e del professore neppure l’ombra. Mi scagliai con rabbia contro l’infermiere.
- Come te ne sei accorto, dunque? – Gli domandai furioso.
- Oh! – Rispose l’infermiere con tono evasivo. – Un presentimento. Null’altro! – Mi voltò le spalle per eludere i miei occhi pieni di collera.
- Dove si sarà cacciato? – Pensai ad alta voce.
- Sarà fuggito, forse, chissà? – Osservò senza interesse l’infermiere. Lo guardavo con diffidenza.
– Che senso ha una fuga ora che sapeva di tornare nuovamente libero?- Gli obiettai. – Ma tu, - ripresi – non ti sei accorto di nulla? Proprio di nulla?-
- Di nulla! – Ripeté l’infermiere con fermezza. Voltò le spalle e si allontanò.
Andai nel mio ufficio e telefonai ai carabinieri.
Arrivarono subito con una macchina il maresciallo e alcuni agenti. Pattugliarono il parco, le immediate adiacenze dell’ospedale, la campagna intorno. Del professore nessuna traccia.
Come ogni giorno la vita cominciò a pulsare nei reparti con le urgenze e i ritmi consueti.
Nessuno dei miei collaboratori voleva credere a una fuga.
Quando prese servizio il responsabile della farmacia, il nipote del vescovo e aprì quella stanza, il professore ricomparve in tutta la sua drammatica evidenza: penzolava da un soppalco di ferro e lamierino realizzato mesi prima per sfruttare al meglio la volta alta di quel vecchio locale.
Chiamai subito il maresciallo.
- Misericordia! – Esclamò appena lo vide.
- Ma come ha fatto a impiccarsi? – Chiese con più cervello il brigadiere.
- Semplice! – Rispose il maresciallo. – Ha fatto un cappio, ha assicurato l’altra estremità della corda all’inferriata del soppalco. L’ha scavalcata e, lasciandosi cadere, si è tolto di mezzo. –
Sentivo la ricostruzione del maresciallo e, sempre di più, lo guardavo esterrefatto. Alcuni di quelli che erano accorsi a poco a poco si allontanarono.
- Non deve avvisare la Procura della Repubblica? – Chiesi con severità. – Lui non aveva la chiave dello stanzino, come ha fatto ad aprire?-
- Queste porte si aprono anche con un semplice fil di ferro o un temperino. Chi si vuole uccidere studia come fare le cose e farle bene!- Rispose il maresciallo guardando con sufficienza il cadavere. – No! – Proseguì. – Non credo ce ne sia bisogno! E’ tutto chiaro!- Poi, rivolgendosi al brigadiere: - Scrivi, intanto, verbalizza!- Ebbe un ripensamento. – Comunque, appena torno in stazione, un colpo di telefono al procuratore lo farò, glielo assicuro! – Si allontanò.
Guardai i carabinieri che rimasero a custodia del corpo e un senso profondo di rivolta s’impadronì di me. Dopo qualche ora il maresciallo fu di ritorno.
- Che cosa ha detto il procuratore? – Gli chiesi con ansia.
- Niente! Ha visto che avevo ragione io? Mi ha chiesto solo di stendere un dettagliato verbale. Dopo, la pratica sarà definitivamente archiviata. Del resto, dottore, il suicidio è così evidente!-
- Ma come? – Gridai. – Evidente un corno! –
- Lasci stare! – M’invitò con voce calma il maresciallo. – Lei faccia il suo mestiere, io, il mio! – Mi fece un sorriso di convenienza, mi voltò le spalle e se ne andò dopo aver dato disposizioni ad alcuni infermieri di rimuovere il cadavere e comporlo nell’obitorio.
Non so se i parenti furono avvisati, se il professore ne avesse.
Lo vegliai io tutta la notte con un senso di sconfitta nel cuore e l’amarezza di non aver fatto in tempo a salvarlo.
Portava, dentro i suoi silenzi per sempre, le risposte che andavo cercando.
L’amministrazione non tardò ad accettare le mie dimissioni.
Prima che la settimana finisse, preparai le mie cose per avviarmi sulla via del ritorno. Volli, in ogni modo, congedarmi dalle uniche persone che avevo apprezzato durante la permanenza in Sicilia.
Il direttore della banca e la signora mi ricevettero con l’affabilità della prima volta.
Parlammo di Bologna, della situazione politica, di quanto fosse difficile lavorare nel mio reparto, della mia salute malferma che mi costringeva a lasciare l’incarico, delle lacrime della Madonna a Siracusa. Mi alzai per andarmene.
- Come la capisco, dottore! – Esclamò la signora, mentre al braccio del marito mi accompagnava verso la porta. – Lei ha tutta la nostra solidarietà! Anche il suo predecessore, purtroppo, ha dovuto lasciare, chiedere il trasferimento...sebbene per cose però meno gravi delle sue. Delle continue, fastidiose lettere anonime avevano trasformato il suo lavoro in un vero e proprio calvario! Grazie però all’interessamento dell’onorevole fu destinato a una sede più importante! Ah, quel professore! Che Mefistofele! Dopo tante vigliaccate, finalmente un atto di coraggio! E’ morto da vero uomo! Non com’era vissuto! –
- Perché dice così? – Le chiesi sorpreso.
- Non capisco, dottore, come lei abbia potuto resistere tutto questo tempo con un soggetto simile nel reparto!- Riprese lei. – Un folle lucido, diabolico, dalla doppia personalità...Veda! In paese, eravamo in tanti convinti! Si aveva la matematica certezza che fosse lui l’autore di una valanga di lettere anonime che sistematicamente infangavano le reputazioni e le coscienze di persone irreprensibili, al di sopra di ogni valutazione morale e religiosa. Pensi al vescovo, al primario che l’ha preceduta, al presidente del tribunale, al presidente del consiglio d’amministrazione dell’ospedale, al sindaco, all’onorevole, sì all’onorevole! Che dire? Che cosa sarebbe stato questo paese senza la sua opera preziosissima, senza il suo encomiabile impegno politico? Instancabile, affettuoso, alla mano con tutti, sempre disponibile di giorno e di notte! Lei non immaginerà quante ispezioni ha risparmiato alla nostra banca per le tante insulse, volgari lettere anonime pervenute alla Banca d’Italia con le quali si denunciavano fantomatici intrallazzi! Solo una mente squilibrata poteva immaginare cose così inverosimili per calunniare e farsi beffa di galantuomini, di persone tanto per bene! - Si rivolse per un’ulteriore conferma al marito. – Vero, caro? – Il marito annuì. – Un demonio, mi creda! Pace ormai all’anima sua! – Rivolgendosi poi a me, con un sorriso appena accennato sulle labbra. – Peccato! Peccato che lei ci lasci. Ci abbandona proprio ora che la struttura sarà trasformata in una clinica universitaria e la situazione potrebbe offrire prospettive imprevedibili e importanti, evolvere nel più positivo dei modi...-
- Come?! In una clinica universitaria?! – Domandai allibito.
- Sì! – Rispose lei. – Un vecchio progetto, ora finalmente andato in porto. Tutto merito dell’onorevole! Anzi, credevo che lei fosse stato informato...-
Ci salutammo.
“Delle lettere anonime” Pensai. “Una valanga di lettere anonime!” Come potevano avere in paese la certezza che l’autore di tutte quelle lettere era stato proprio lui, il professore?
M’imposi di non pensare più a lui. L’amministrazione dell’ospedale mi trattò con molte premure negli ultimi giorni, mise a mia disposizione un’automobile per trasferirmi con le valigie fino alla stazione.
Non salutai nessuno.
Il glicine tendeva stancamente i germogli induriti di maggio bruciacchiati ora dal vento caldo.
Il paese scomparve lentamente alle mie spalle, inghiottito dalla strada polverosa e bianca. Anche il verde degli alberi sembrava spento, smorto.
L’autunno era imminente con i suoi colori di morte.
Il treno venne sbuffando, salutato da un lungo scampanellio.
Montai su di esso mentre l’autista mi porgeva le valigie che abbandonai sui sedili di legno del vecchio vagone.
Chiusi gli occhi. Un lungo sibilo. Il treno con un forte sussulto si mosse.
Quando li riaprii, ero già tanto lontano.
Arrivai a casa a Bologna. Nessuno mi aspettava. Dopo le feste iniziali, mia madre prese a farmi mille domande.
Capì che qualcosa mi era successo. Mi barricai dietro un silenzio impenetrabile e lei non chiese più nulla.
Passavo molto tempo a sentire la radio, chiuso in camera mia.
Rivedevo, come in un film, ogni giorno della mia vita, giù in Sicilia, e mi convincevo sempre di più che il professore non si era ucciso, che il gatto non era morto nel mio appartamento per caso, che gli armadi ed i cassetti del comò non si aprivano da soli, che qualcuno, come nella tesi del professore, aveva voluto spaventarmi perché andassi via.
Dopo qualche settimana l’amministrazione dell’ospedale recapitò al mio domicilio di Bologna un pacchetto di corrispondenza e con essa un biglietto contenente i saluti di tutto il reparto e, soprattutto, le ultime novità riguardanti le nomine, cioè la nomina a primario della struttura di uno dei figli del direttore della banca, gli inevitabili commenti, la vita di quel paese ai confini del tempo.
Lo cestinai subito. Mi sdraiai sul letto e cominciai lentamente ad aprire la corrispondenza.
Molti inviti per convegni di psichiatria, un’offerta di lavoro che, ora, avrei potuto ponderare con serenità ed interesse.
L’ultima busta mostrava il mio indirizzo scritto con una calligrafia minuta. Guardai il timbro postale, proveniva da Milano. Nessun mittente. La aprii con la curiosità del bambino che cerca la sorpresa. Era scritta su un foglio di carta simile a quelli che avevo sulla mia scrivania in ospedale.
“Quando leggerà questa lettera – diceva il suo contenuto – io forse non ci sarò. L’ho scritta senza sapere quando e se la riceverà. La affiderò, perché la spedisca da un luogo molto lontano, a qualcuno che non conosco. Il caso mi farà incontrare la persona giusta, nell’inevitabile confusione che la credulità popolare scatena e suscita negli spiriti deboli, quando alimenta il senso del miracolo come risposta di Dio alla domanda di sacro che attraversa da sempre la storia degli uomini.
Sono stato condannato a morte dall’uomo più potente del mondo: il capo dei capi, il boss dei boss, l’unico.
La mia colpa? Un’inestinguibile sete di verità.
Il movente? Un’amicizia pericolosa, la sua, e il deposito di una memoria che scotta.
Io solo, al di fuori di una ristrettissima cerchia, conosco il segreto dell’uomo che non esiste: il nome che porta, una volta apparteneva a un mio vecchio compagno di camerata, scomparso in una notte per sempre.
Un nome diverso e un’identità usurpata per un volto anonimo che nessuno saprà riconoscere perché nessuno ha visto mai.
Una storia alle spalle come ce ne sono tante. Una maschera si è trasformata in volto. Il suo vero nome? Importa davvero saperlo? Non lo so neppure io. Quanti nomi aveva Dioniso? L’Interpol però lo conosce bene, quel nome! Con quel nome lo cerca da una vita a Palermo, a New York, in capo al mondo... Non lo troverà mai con quel nome! Così pure per la voce. Nessuno ha parlato con lui. La sua voce nessuno l’ha sentita perché di giorno è muto e di notte, di notte invece parla per interposta persona, come un antico oracolo: cioè per bocca del suo sacerdote. Più che folle è geniale. E’ un uomo o un’entità? Come definirlo? Con un pugno di ferro governa un impero sul quale il sole tramonta e sorge nello stesso istante. Droga, prostituzione, contrabbando di armi, malaffare politico, pizzo, racket di ogni specie e natura, tutto il male del mondo passa per le sue mani. Trasformato in denaro, è ripulito attraverso un’insospettabile piccola banca che funge da filtro.
Frantumato e disperso in migliaia di piccoli conti fittizi, il denaro è poi prestato a interessi di usura alle banche del nord che ne fanno richiesta. Di giorno vive dimenticato in un reparto psichiatrico dove nessuno lo cercherà mai, confuso tra pazzi veri e finti, circondato da un muro di omertà che lo custodisce, lo nasconde, lo protegge, lo ama. Tutto è fatto in funzione di lui. Di notte “ lavora ”.
Vengono anche da posti lontani per conoscere i suoi pensieri, per ricevere i suoi ordini. Ecco il mistero della notte: un viavai interminabile che nessuno deve poter impedire, ostacolare.
Come una nuova Delfi, quel posto insospettabile è diventato l’ombelico della terra: la storia si ripete anche dopo i millenni!
Il dio, non importa quale, misteriosa elaborazione del desiderio di potenza degli uomini proiettato nella storia, aspetta ogni notte, per uno strano appuntamento del destino, chi si fa schiavo delle cose del mondo per rivelargli quella parte di sé che non conosce, utilizzando da sempre gli stessi metodi, gli stessi inganni, gli stessi individui.
Non cerchi più, allora, quello che lei ha già trovato da un pezzo! Perché lei, come me, ha già trovato tutto ciò che l’uomo cerca da sempre: la libertà! Non la libertà del corpo ma quella dello spirito! Lasci che altri si affannino, che corrano dietro i loro idoli, che cerchino ancora. Lei ed io, uomini liberi, non abbiamo più bisogno di nulla, neppure degli oracoli del dio!” Accartocciai quella lettera tra le mani.
- Mio Dio! – Esclamai. – In questo tempo, dove sono stato? Di quale film sono stato comparsa? – Chiusi gli occhi questa volta e non per non vedere ma per concentrarmi e capire meglio.
Tutto ora quadrava. Le reticenze del professore, le stranezze del mio reparto, i silenzi e le complicità dei miei collaboratori, quella vita surreale, intessuta di ricatti e di clientele che si svolgeva in un paese altrettanto incredibile e strano che altro non era se non lo scenario di un’ignobile recita di pupi.
Ripensai al cappellano, al suo sorriso ambiguo, agli occhi stanchi, assonnati; a Calogero, la sua ombra muta, stranamente muta, che non potevo seguire perché sempre assente dal reparto, che non potei interrogare perché muto dalla nascita, così si affrettarono a dirmi in tanti! Scoppiai a ridere, a ridere sempre più forte. Il mistero era sotto i miei occhi ed io non lo avevo saputo scoprire!
- Che pugno di delinquenti! – Mormorai.
- Ma qual è il vero nome di Dioniso? Calogero? – Mi chiesi riaprendo gli occhi. Incominciavo a ripassare con la memoria ad uno ad uno tutti i fatti di mafia degli ultimi anni per ricordare un nome, il suo vero nome. Rilessi di nuovo la lettera. – E' importante saperlo? – M’interrogai con essa. – Al diavolo Dioniso e tutti i mafiosi! – Gridai. La strappai in mille pezzi e li buttai nel cestino della spazzatura. Aprii la porta della mia stanza, infilai la giacca.
- Dove vai? – Mi chiese mia madre.
- Non so...- Le risposi. – Un po’ a zonzo, per la città...Voglio fare quattro passi, da uomo libero! -

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