Cronaca Pozzallo

E lo scafista disse: Non sono io il capitano. Quella è mia moglie

La donna come paravento

Pozzallo - “Non sono io il capitano. Guardate, quella è mia moglie. Chiedete a lei”. Pensava, in questo modo, di farla franca. Anche i ‘colleghi’ timonieri avevano adottato lo stesso escamotage. Prima di partire avevano individuato tre donne tra i passeggeri di due gommoni, salpati su richiesta degli immigrati in contemporanea dalle coste libiche verso l’Italia affinchè l’uno potesse soccorrere l’altro in caso di difficoltà. Le avevano minacciate perchè, se interrogate dalla polizia, dichiarassero di essere le loro consorti.
Ma una serie di contraddizioni ha indotto la polizia giudiziaria iblea a fiutare che c’era qualcosa sotto. E così era. Dopo essere state rassicurate, le tre passeggere sono state escusse dagli investigatori in separate sedi. Hanno vuotato il sacco raccontando delle minacce subite. “Quei tre in effetti sono gli scafisti” – hanno detto.
Si tratta di Mubarig Yasin Axmed, somalo, 34 anni, di Lamin Sarr, del Gambia, anche lui 34enne, e di Abdou Jiada, 21 anni, pure lui nato in Gambia. Devono rispondere di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con l’aggravante di avere esposto a pericolo di vita 190 immigrati somali, gambiani e nigeriani, e di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante. Con il loro, sale a 80 il numero degli scafisti arrestati dall’inizio dell’anno dalla polizia giudiziaria iblea.
Quelli partiti erano, come detto, due gruppi che viaggiavano su due gommoni. Sul primo c’erano 112 persone, sul secondo 80, soccorsi dalla nave Vega della Marina Militare, intervenuta nell’ambito del dispositivo Mare nostrum. “Viaggiavamo insieme per farci forza – ha detto un immigrato -. Se uno dei due gommoni avesse avuto problemi ci saremmo aiutati a vicenda”.
Ogni immigrato ha pagato per la traversata in media mille dollari, per un totale di quasi centonovantamila dollari che sono andati tutti agli organizzatori e solo in piccolissima parte ai tre scafisti.
Ma i costi del viaggio sono vertiginosi se si considerano le cifre sborsate dai disperati anche per l’attraversamento del deserto e il vitto e alloggio nei grandi capannoni pre-partenza dove, di fatto, restano ammassati anche per mesi in attesa dell’imbarco su natanti fatiscenti, e sono tenuti sotto scacco da libici armati che sorvegliano le strutture, non permettendo a nessuno di uscire.
“Il viaggio dall’Etiopia alla Libia è costato quattromila settecento dollari – ha detto un immigrato alla Squadra mobile di Ragusa -. Questa cifra è stata corrisposta dai miei genitori a un somalo, consegnandogliela direttamente a mano. Per il rimanente viaggio dalla coste libiche a quelle italiane ho pagato mille cinquanta dollari che ho consegnato venti giorni prima di partire, come prezzo per il viaggio, il soggiorno e il vitto. Anche quest’importo è stato pagato da mio padre con consegna a un intermediario”.

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