Cultura Ragusa 03/08/2014 11:21 Notizia letta: 4244 volte

Ferdinando Scianna: i suoi occhi, un bisturi

Il nuovo libro pubblicato da Contrasto
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Ragusa - Quello che frappone i suoi occhi e il mondo intorno non è un obiettivo: è un bisturi. E rasoio è la sua penna. Ferdinando Scianna lo sa, e ne ride.
A settantun anni, il fotografo che partendo da Bagheria ha catturato attimi e immagini in mezzo mondo, non ha nessuna voglia di apparire rassicurante. Tornato in Sicilia per inaugurare la terza edizione del Ragusa Fotofestival con la presentazione del suo ultimo libro "Visti e Scritti",pubblicato quest'anno da Contrasto, racconta in immagini e parole di sè e degli incontri che come un mosaico hanno costruito la sua, per molti versi straordinaria, vita. Delineandone i margini con l'impietosa precisione della consapevolezza.
«Superati i sessant'anni - esordisce - uno tende a girare il collo indietro, a fare il punto. Questo libro per me chiude un trittico, iniziato con "Quelli di Bagheria" e proseguito con "Ti mangio con gli occhi", é la riscossa della memoria: andare a cercare nei magazzini della memoria comporta sempre un'esplosione».
«Questo libro - dice Scianna al nutrito pubblico ragusano - raccoglie 350 ritratti: i volti di alcune delle moltissime persone che ho incontrato, insieme al mio ricordo, scritto, del momento dello scatto. In fondo io non racconto che i fatti miei: la mia vita è la storia straordinaria di persone incomparabilmente migliori di me, che hanno creduto in me. E io, che ho la vocazione della cozza,quando ho trovato uno scoglio buono mi sono attaccato». È successo con Leonardo Sciascia, pigmalione e amico incontrato per caso a 19 anni e mai più lasciato, e con tutti gli "amici-maestri" che affollano questo album di ricordi. «Certe amicizie sono colpi di fulmine. Ma non è che di tutte le donne che incontri ti innamori: ogni tanto ti innamori, gli altri restano incontri. Questa raccolta per me è come il circo per Fellini: è fatto di pezzi unici, di storie complete. Perché tutte le vite sono romanzi: quelli che scrivono e che fotografano lo fanno per delega di quelli che non sanno farlo. La fotografia che pratico da quando mio padre mi regalò una macchinetta fotografica della quale non ha mai smesso di pentirsi, è una fotografia dell'incontro cercato: previsto perché cercato, ma improvvisamente imprevisto non appena trovato. Le foto, sono loro che ti vengono incontro se tu le cerchi con passione».
E continua a cercare, Scianna, mentre parla: si ferma, un attimo, è impercettibile. Fissa. Con i suoi occhi azzurri sta scattando un ricordo. «Peccato - ci dirà poi, pensieroso- non aver fatto quelle fotoche mi dicevano essere inutili, non aver fotografato quelle cose di cui "non importa niente a nessuno". Avrei dovuto farle per me: oggi le avrei solo io. Adesso, se ho un rimpianto, è questo».
«Quando iniziai, a sedici anni - prosegue quasi scherzando - fotografavo quello che mi appassionava: non ci crederete ma mi appassionavano le ragazze. Iniziai fotografando le compagne di scuola, e fu una rivelazione perché funzionava: ero apprezzato. A me interessava come modo per entrare in relazione con le persone, e soprattutto per trovare un modo per fuggire, ma la Sicilia mi è rimasta come una madre: non se ne scappa. Quando sono andato via, a 22 anni, tutti i giochi erano fatti: i sentimenti, i sapori, le luci forti che ho interiorizzato non come poetica, ma come destino, in ogni lavoro che ho fatto. E mi sorprende oggi che qualcuno si sorprenda di ritrovarmi come ritrattista, dopo avermi visto, tra le altre cose, inviato per L'Europeo e fotografo di moda. Io non credo nei generi nella fotografia: un fotografo è uno che cerca».
E lui, nelle vite delle persone, cercando affonda piene le mani con chirurgica perizia per restituirneun'immagine reale, univoca, innegabilmente viva, in molti casi rivelatrice, che poi lima conicastiche e taglienti parole. Nel rimando tra l'immagine e la parole si legge l'anima della persona fotografata: parlano, le fotografie, con la voce di chi le ha scattate.
È evidente nel ritratto di Giorgio Armani, ligneo nel suo abito da sera, vagamente dispotico nel racconto che accompagna la foto: dopo averlo letto l'occhio mette a fuoco la bacchetta da direttore d'orchestra che lo stilista tiene tra le mani. Imprescindibile, come ogni dettaglio. Come gli occhi torvi del cardinale Ruffini, controverso prelato palermitano, accigliato nello sguardo di chi ordisce mefistofeliche trame; o come la tela tenuta tra le mani da Giuseppina, la madre del fotoreporter,trentottenne all'epoca dello scatto, eppure già vecchia di un lavoro incessante ed eterno.
Ci sono tutti, in questa piazza cartacea: parenti e sconosciuti, vecchi amori e pezzi di storia universale, attori e scrittori, modelle e fotografi, Pontefici e zingari. Vivi e morti.
«Come potrebbe - dice convinto l'autore - un libro di ritratti non essere un libro sulla morte? La maggior parte delle persone ritratte sono già morte. Tutte le altre sono lì con la data di scadenza, me compreso. A me pare che la morte non sia affatto un mistero: il mistero è la vita! "Se non ci fosse la morte non avrei novant'anni", diceva il mio amico Ignazio Buttitta. Infatti: se non ci fosse la morte non si potrebbe pensare, nè piangere, non ci sarebbe nemmeno niente da ridere. Se la vita è eterna, ma cosa diamine ridi?».

Amelia Cartia
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