Cultura Un Uomo Libero racconta 04/08/2014 20:47 Notizia letta: 3780 volte

Scicli, Vittoria e il terremoto

In una relazione del Duca di Uzeda al Re di Spagna
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Madrid - Giovan Francesco Pacheco, Vicerè di Sicilia, meglio conosciuto come il Duca di Uzeda, da Palermo il 21 maggio del 1696 invia a Carlo II, re di Spagna, una relazione di fine mandato. In essa descrive lo stato del Regno di Sicilia nell’imminenza del passaggio di consegne al nuovo viceré, Pedro Manuel Colón de Portugal, Duca di Veraguas.
“Avendo già passato il testimone al Duca di Veraguas –scrive il Duca di Uzeda al re- mi corre comunque l’obbligo d’informare Sua Maestà del mio operato in questi nove anni nei quali sono stato Viceré dell’isola.
La situazione dell’isola non è meno florida oggi di quella da me trovata, nonostante le eccessive spese militari sostenute e la rovina prodotta da spiacevoli terremoti.”
Il Duca nella sua analisi procede per settori: la Giustizia, la Difesa, il Governo.
A proposito della Giustizia scrive:
“Per quanto riguarda la Giustizia.
Quando arrivai, trovai un regno infestato da banditi e da assassini resi ancora più pericolosi da un’impressionante quantità di armi in libera circolazione. Palermo, per esempio, pullulava di ladri che non esitavano a uccidere o a sfregiare il viso di una persona durante le rapine e la gente non si sentiva sicura neppure dentro casa.
Come ebbi a suo tempo a informarLa, pubblicando bandi e provvedimenti opportuni, garantendo il corretto funzionamento dei tribunali e la certezza delle pene, riuscii a sconfiggere il malaffare, di modo che oggi le campagne sono altrettanto sicure di quando, invece, prima questa sicurezza era garantita dalla delinquenza dietro il pagamento di un pizzo. Nella Capitale (Palermo, ndr), infatti, si vive talmente in pace che qualsiasi crimine (non solo furti ma anche sporadici delitti d’onore) appare strano e curioso agli occhi della gente. Grazie anche a un rastrellamento di tutte le armi circolanti, regolarmente poi inventariate.
Con uguale energia sono stati perseguiti i falsari e gli untori.
Per quest’ultima categoria, penai parecchio nell’individuare il “fabbricante” di veleni anche perché questi godeva di alte protezioni, soprattutto nella cerchia dei Ministri che opportunamente pronunciavano sentenze in suo favore.
Con l’aiuto di Dio, riuscii a mandarlo al patibolo, dopo una sua confessione liberatoria. Dagli appunti che gli vennero trovati, potei individuare molti dei suoi clienti che, ahimé, erano nomi conosciuti della nobiltà locale.
Documenti compromettenti, questi, che avrebbero sicuramente infamato molte famiglie prestigiose onorate, da me per prudenza fatti bruciare.
Condannando pubblicamente al rogo l’artefice dei sortilegi, un tale Don Giuseppe de Leò, e le sue carte diedi a tutti un esempio di grande rigore e i veleni, già venduti e che riuscii a sequestrare, furono per ordine mio accuratamente sotterrati.”
IL Duca di Uzeda analizza poi la situazione militare del Regno.
“Essendo molte fortificazioni crollate in seguito ai terremoti, le ho ricostruite con criteri più moderni. Restano solo da riparare tratti di muraglia a Siracusa e poca cosa ad Augusta e nel castello di Brucoli. Per questi lavori ho già provveduto alla loro copertura finanziaria. Anche le munizioni e le armi, sepolte dalle rovine, in parte sono state recuperate e reintegrate. Il tutto per una spesa che ammonta a 276.469 scudi (siciliani, ndr).”
Ma è al terzo punto, l’ultimo, nel quale il Duca s’improvvisa cronista, lasciandoci una descrizione dettagliata del dopo terremoto, preziosissima e unica nel suo genere perché scritta proprio dal suo protagonista.
“Giunsero gli infelici e terribili giorni del 9 e 11 gennaio dell’anno 1693, nei quali Dio, per collera divina, flagellò questo regno con continui terremoti. Le città e i paesi della terza e migliore parte d’esso furono rasi al suolo, gli abitanti sepolti sotto le rovine: da dati approssimativi, i morti furono oltre sessantamila. Anche nel resto dell’isola, sebbene lontano dall’epicentro, le scosse fecero danni e, per ciò, causarono spese.
Mi dovetti misurare con la disperazione della gente e l’impellente bisogno di riparare o ricostruire i mulini per non far morire, questa volta di fame, quanti erano scampati al sisma. Intanto bisognava seppellire subito gli innumerevoli corpi umani e carcasse d’animali d’ogni specie perché, putrefacendosi, avrebbero potuto causare una peste in un Paese tanto caldo. Tra le prime cure misi in sicurezza le roccaforti, come se fossero state sotto la minaccia di un attacco nemico perché vicinissime all’Africa.
In seguito diedi disposizioni di reprimere le ruberie, le risse, le offese personali e disordini vari che questo tipo di calamità inevitabilmente provoca, fatti e comportamenti dovuti alla disperazione generale e al totale abbandono delle cose, occasione d’oro, questa, per ladri di nessun scrupolo.
Tanto a Palermo, dove solo si registrarono danni materiali agli edifici, quanto nei centri colpiti dal sisma, dovetti nominare uomini nuovi che ricoprissero le cariche che prima erano state di altri, mettendo subito mano alla costruzione di case per i senza tetto.
Tutto questo avvenne nel migliore dei modi, sfamando la gente con navi nelle quali io personalmente viaggiavo per rendermi conto anche dello stato del disastro.
I mulini ritornarono a funzionare. I corpi corrotti furono con precauzione bruciati e l’aria purificata con particolari profumi. La gente riacquistò la serenità e la salute del corpo, quasi dimentica di vivere ancora nelle grotte, del dolore e della pena di quanti non erano più. Lascio la ricostruzione delle piazze d’armi, delle città e dei vari centri a buon punto, anche se non terminata del tutto a causa di una lunga scia sismica che purtroppo ha impedito il prosieguo dei lavori.
Chi rubò o si macchiò di altri delitti fu impiccato o assicurato alle patrie galere e tutto ciò che fu possibile recuperare, in verità parecchio, fu restituito ai legittimi proprietari.”
Qui finisce il racconto della ricostruzione fatto dal Duca.
La relazione accompagna un “votamento”, cioè un consuntivo.
Al foglio 23 di questo documento è allegata una certificazione redatta il 13 ottobre del 1691 da Agostino Calì, Maestro Razionale del Real Patrimonio, nella quale si fa fede della rinegoziazione di un credito vantato dal Duca di Vizzini (1) nei confronti della città di Scichili e terra di Vittoria.
Spesso il nuovo territorio di Vittoria era accorpato a Scicli in queste transazioni finanziarie.
Ecco la trascrizione dell’antico documento:
“Certifico come nel Corrente Governo dell’Ecc.mo Duca di Uzeda Viceré e Capitan generale in questo Regno di Sicilia furono di suo ordine recuperati e acquistati alla Reale Azienda li seguenti effetti dei quali la regia Corte ne sta percependo li frutti come anche haversi esatto da Debitori invecchiati le infrascritte somme ed haversi excluso ad altri suoi pretesi creditori restandone il Regio fisco dall’intutto liberato e delle cause che restano pendenti nel Tribunale del Real Patrimonio al quale con replicati ordini di S. E. si ha incaniato la spedizione per farsi acquisto d’altri effetti a beneficio d’essa Regia Corte.
Effetti annuali
Per l’extrattioni di vittovagli della Città di Scichili e Terra di Vittoria che furono nell’anno 1640 per la Regia Corte vendute con patto de retrovendiendo al Duca di Vizzini per scudi millecentotrentatre e tarì 8 di capitale e per haversi nell’anno 1689 depositato con scudi 218.10 di più per la rata del denaro sborzato e giuste spese per reluittione di sudette extrattioni ancorche penda nel Tribunale del Real Patrimonio e Giunta di Tande la causa che verte fra il regio Fisco con detto Duca si ha per hora acquistato alla Reale Azienda la metà della gabella di sudette extrattioni che viene a importare à beneficio di detta Regia Corte onze 540 l’anno che sono scudi milletrecentocinquanta. (1350).
Similmente contro il detto Duca di Vizzini si stanno da Razionali del Real Patrimonio formando i calcoli per un cambio di scudi 20000 che nell’anno 1640 fece con la Regia Corte per soddisfatione del quale con suoi interessi di 10 per 100 se li fece assignatione della tratta di vittovagli delle città di Cefalù e Lentini che si giudica haversi il detto cambio da più tempo estinto e viene à restare a beneficio della Regia Corte la gabella dell’extrattioni che passa da scudi 300 l’anno oltre delle somme che il detto Duca restava da restituire, per il sopra più del suo credito di poche saranno spediti i calcoli che sono scudi 750.”
Il Duca di Uzeda lasciò, in effetti, un regno uguale a quello che aveva trovato. Non è vero che tutto fosse andato per il meglio come, invece, scrive.
La ricostruzione nel Val di Noto, per esempio, cominciò davvero solo dopo il 1695, cioè alla vigilia della sua partenza. Sarà proprio il nuovo Vicerè, Duca di Veraguas, a pilotarla.
È vero che lasciava la moneta di conto, lo scudo siciliano, più forte.
Un’oncia del 1668 si scambiava, difatti, con 3,5 scudi siciliani; mentre per un’oncia del 1691ne bastavano appena 2,5.
Per tutto il resto la relazione lascia il tempo che trova.
Sarebbe bastato leggere le cronache, compilate per il re dai Visitatori, per capire che nulla sotto il suo lungo mandato era cambiato.
La Casa d’Austria a Madrid, invece, stava vivendo in un clima di epocale trapasso il suo ultimo occaso.
Dopo la morte di Carlo II (1.11.1700), sul trono di Spagna si avvicendò, in effetti, la casa francese de Bourbon.
La Sicilia, con le sue luci e le sue ombre, con le sue contraddizioni e le sue ragioni, con le problematiche millenarie mai risolte, che tanto somigliano a quelle di oggi, rimase comunque estranea a ogni idea di cambiamento e sostanzialmente identica anche nei secoli a venire.
Sarà stato dipeso dal sole, dal mare, dalla potenza del mito che si rigenera e corrode anche le pietre, quest’universo mediterraneo arcaico e apparentemente nuovo solo finse di cambiare allora, per la serenità del Duca di Uzeda, per non cambiare mai. Secondo l’antica lezione di Lope de Vega (“la mayor discreción es acomodarse al tiempo”) (2), riformulata e fatta sua da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”.

(1) Nicoló Squittini fu un ricco commerciante genovese che il 9.8.1650 (e non come si legge anche nelle notizie storiche ufficiali del Comune di Vizzini) comprò dalla regia Corte le rendite di Vizzini (nel 1640 aveva comprato quelle di Scicli) ottenendo in seguito anche il titolo di duca di quella città. Erano, queste, delle vere e proprie anticipazioni finanziarie, elargite da un uomo senza scrupoli a un fisco spagnolo sempre più dissestato, oppressivo e debole.
AHNM Estado, 2217:
Libro privilegios 13
f.33 “Por otro de 9 Agosto del mismo año (1650) se confirmo a Nicolas Esquittini la venta de la ciudad de Vizzini por precios de 350 ducados y al mismo tiempo se le bendio aqui el jus luendi que se havia reservado S.M. por cantidad de 500 reales de plata para todo lo qual precedio Consulta.”

(2) La vera saggezza è adattarsi ai tempi = cambiare qualcosa perché nulla cambi.

CREDITI
Archivo Histórico Nacional Madrid Estado, 2215
Archivo Histórico Nacional Madrid Estado, 2217

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