Cultura Scicli 12/08/2014 10:54 Notizia letta: 3455 volte

Scicli racconta

Le passeggiate con Paolo Nifosì e Uccio Barone
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Scicli - Il terremoto del 1693 si abbatté sul collegio e sulla chiesa dei Gesuiti ancora in costruzione. E' lo storico dell'arte Paolo Nifosì a raccontare questi fatti in "Scicli, una città barocca".

Il complesso, voluto fin dagli anni Venti del Seicento per iniziativa dell'arciconfraternita annessa alla chiesa di Santa Maria La Nova, col concorso economico di don Giuseppe Micciché (1631) e successivamente, nel 1646, di don Girolamo Ribera, prende l'avvio con un primo progetto alla fine degli anni Quaranta del Seicento; questo progetto, di cui alcuni disegni sono conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, prevedeva la strutturazione del collegio intorno a due cortili quadrangolari. L'avvio dei lavori, dopo una serie di rinvii e la variazione del progetto iniziale, avverrebbe negli anni Ottanta del Seicento ed è presumibile che l'impianto a tre navate che ci resta oggi della chiesa sia quello che si riferisce a questi anni, un impianto che in gran parte aderisce a schemi spaziali dì altre chiese gesuitiche in Italia. A dirigere i lavori in questa prima fase sono il padre Giovan Battista Birelli e frate Antonio Lorena. Se l'impianto planimetrico è secentesco (caso significativo nella fase di passaggio tra Seicento e Settecento in area iblea), resta invece problematico dare risposte certe sui tempi della ricostruzione sia della chiesa che del convento dopo le distruzioni avvenute col terremoto del 1693, dati i continui interventi che ci saranno per un settantennio.
Una sistemazione provvisoria del convento si ebbe subito dopo il terremoto. Nel secondo Ottocento, nell'altare di san Francesco Saverio, è stata collocata l'urna di san Guglielmo e la lastra tombale del medico Pietro Militello del 1565, provenienti dalla chiesa madre di San Matteo, da dove proviene anche la tela di San Matteo. Non sappiamo a quando riferire il simulacro della Madonna delle Milizie, mentre proveniente dall'Eremo delle Milizie è la tela, sempre col tema della Madonna delle Milizie, di Francesco Pascucci, datata 1780. Provenienti da altre chiese sono pure la tela della Madonna del Carmine con santi carmelitani firmata da Pietro Azzarelli nel 1731 e la tela con Santi in sacra conversazione (sono riconoscibili santa Caterina e san Domenico). C'è silenzio assoluto delle fonti relativamente alla facciata della chiesa: l'unico indizio è la data 1751 dipinta nella cornice marcapiano tra primo e secondo ordine. È una facciata piana, a due ordini, articolata mediante lesene e controlesene nei due ordini, con quattro statue collocate su piedistalli e decorazioni con testine di putti e motivi fogliacei nel primo e nel secondo ordine. Nel secondo ordine il partito centrale è affiancato dalle due celle campanarie e concluso da un timpano con una cornice concavo-convessa. Il disegno, che non ha riscontri stilistici nell'area, resta ancora anonimo.
Se la data 1751 va tenuta in conto come riferimento, i margini tra l'inizio dei lavori e la conclusione possono oscillare alquanto nella fase centrale del Settecento. È ipotizzabile, infatti, che la conclusione possa andare oltre il 1751. A nord del centro urbano di Scicli si collocano la chiesa e l'annesso convento del Carmine, uno dei complessi più belli della cultura architettonica tardobarocca iblea. La chiesa, la sua facciata e l'ala orientale del convento sono stati progettati dall'architetto fra Alberto Maria di San Giovanni Battista, carmelitano della stretta osservanza, residente a Scicli nello stesso convento. La pianta della chiesa è composta di tre parti: il nartece biabsidato con ampio coro sovrastante, l'aula rettangolare con una successione di tre cappelle per parte, con altari marmorei policromi, l'abside semicircolare al centro della quale è posto un altare sempre in marmo. In una nicchia, sulla parete di fondo, si trova la statua con lamine d'argento della Madonna del Carmine, opera del 1760 di Francesco Castro.
La facciata, a tre ordini, è divisa in tre comparti da fasci di lesene. Nel comparto centrale un elegante portale mistilineo decorato da motivi fogliacei è sovrastato, nel secondo ordine da un'aggettante trabeazione con timpano spezzato ad arco ribassato. Sette statue poste su piedistalli sporgenti dalla parete adornano la facciata. La cella campanaria non si trova sul prospetto, ma sul lato sinistro della chiesa, affiancato all'abside. Negli anni Quaranta del Settecento i padri decidono di ricostruire la chiesa motivando il nuovo prospetto con la fragilità della vecchia fabbrica «non solo per le terribili scosse avute dà tremuoti, ma anche perché da principio malamente formate contro le buone regole dell'Architettura» ed ancora con la necessità di avere una chiesa più grande di quella che c'era. In una relazione del 1752 leggiamo che per queste ragioni «i padri risolsero negli anni scorsi di ripigliare l'edificio tempo fa principiato della nuova chiesa, ed in effetto l'anno ridotto a buon segno». È sintomatico che a cinquant'anni di distanza dal terremoto del 1693 il disastro è ancora tenuto in gran conto. Nel 1751 i capimastri Mario Mormina, Girolamo Iacitano e Pietro Cultraro si impegnano a «sfabricare quel edificio di prospetto che da presente esiste... pure li pilastri di suddetta chiesa nuova» per realizzare la nuova facciata secondo il disegno di fra' Alberto Maria di San Giovarmi Battista.
I lavori dell'interno sono in gran parte ultimati nel 1764, quando ad opera del capomastro Vincenzo Pirré viene realizzata la volta finta e viene realizzato da Giovanni Gianforma «oriundus Urbis Panormi, habitator Civitatis Motucae» il ciclo di stucchi per il costo di onze 100. Nel 1765 maestro Guglielmo Migliore realizza il pavimento con lastre bianche e nere. Nel 1768 si commissionano a Tommaso Privitera di Catania per il costo di 98 onze i sei altari rocaille in marmi policromi delle cappelle della navata. La consacrazione della nuova chiesa viene fatta dal vescovo di Siracusa, Giuseppe Antonio Requesenz. Nel 1778 viene costruito l'organo nuovo ad opera di Basilio La Marca Alfano «di quella grandezza ch'è quello della Ven. insigne collegiata di Santa Maria La Nova» per il costo di 110 onze. Si riferiscono agli anni 1782-83 le belle cornici rococò delle cinque tele degli altari: quella del dipinto della Ss. Annunziata è del palermitano Salvatore Rioli, mentre le altre quattro sono del palermitano Cristofaro Duvo e di Saverio Laboratore di Scicli. Non abbiamo fonti per il pulpito ligneo in noce e per la sedia del celebrante.
La chiesa di Santa Maria della Consolazione è la prima he si incontra nella "cava" di Santa Maria La Nova, in posizione rialzata rispetto al piano stradale e all'argine del torrente. La facciata piana, a due ordini, fa pensare ad una lezione tardorinascimentale assimilata molto bene dal progettista. Nel primo ordine le lesene tuscaniche la dividono in tre parti: nel comparto centrale il sobrio portale è sormontato da un cartiglio, mentre nei due laterali viene adottata la composizione sovrapposta di porta-nicchia-finta finestra. La sapienza compositiva è ancora più evidente nel secondo ordine, dove, con scarti minimi di profondità, la superficie, racchiusa da volute concave, è impreziosita da due eleganti nicchie comprese tra quattro lesene composite e da una grande finestra che illumina la navata centrale. Anche nel timpano vi sono scarti minimi di profondità lungo la trabeazione e gli spioventi. L'interno è a pianta basilicale a tre navate. Stilisticamente si divide in due parti: lo spazio delle navate e quello dell'abside. Nelle tre navate divise da pesanti e bassi pilastri viene usato il tuscanico, mentre nel coro è utilizzato il composito. Le sei cappelle laterali (tre per parte), che ricevono la luce da finestre semicircolari, hanno volte a botte, in posizione assiale rispetto alla navata centrale. Il coro, un vano quadrangolare concluso da un'abside semicircolare, è coperto da una finta cupola ribassata. Gli elementi strutturali delle campate (i pilastri) continuano all'esterno con massicci contrafforti che puntellano la volta della navata centrale. All'esterno vanno messi in evidenza, sul lato sinistro, il campanile isolato dal corpo della chiesa (caso unico a Scicli essendo tutte le altre celle campanarie incorporate o in facciata o sul fianco dell'abside) e sul lato destro un portale manieristico.
Collocata nel cuore della cava omonima, sul versante sinistro della collina di di Matteo, la chiesa di Santa Maria La Nova è cronologicamente l'ultima architettura ecclesiastica di notevole valore storico-architettonico a Scicli, ponendosi nella città come opera diversa rispetto alla cultura architettonica tardobarocca. L'imponente e larga facciata, posta come quinta scenografica sia della cava, sia della via omonima, cela la struttura complessiva. Vista dalle colline che l'affiancano, la chiesa si legge nelle sue chiare forme geometriche giustapposte del prospetto (a tre ordini e diviso da lesene in tre comparti), della navata maggiore, delle cappelle laterali concluse da cupole emisferiche e del vano absidale. La collocazione tra città e campagna la pone come santuario, stazione di un itinerario sacro di primaria importanza per la città. Nell'impianto strutturale è la più monumentale realizzata a Scicli. Ha una pianta rettangolare, a tre navate divise da robusti pilastri, con le cellule spaziali delle sei cappelle laterali (tre per ogni lato) che si allineano in posizione ortogonale all'asse della navata centrale, e individuate da cupole emisferiche. L'abside si allunga rispetto alle navate minori, come pure l'organismo della facciata e dell'atrio. Il risultato architettonico è stilisticamente unitario sia nell'uso delle paraste della navata centrale sia nei sei altari laterali. Fanno eccezione i due altari in marmo in fondo alle navate minori di stile settecentesco. L'altezza della volta è notevole, e anche la larghezza della navata centrale non ha precedenti nella città.

Giuseppe Savà
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