Cultura Un Uomo Libero racconta 27/08/2014 19:27 Notizia letta: 2639 volte

Abusi e rigore nella Sicilia di Filippo V

Il testamento
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Madrid - La successione spagnola si era appena conclusa con la pubblicazione del testamento del defunto monarca della Casa d’Austria, Carlo II (+1700), e l’immediata proclamazione del successore designato, Filippo V della Casa di Bourbon.
Ho avuto modo di leggere le lettere di augurio indirizzate al nuovo monarca da parte di molte università siciliane.
In effetti, con quest’acclamazione s’innescava un conflitto decennale fra grandi potenze che culminò nella pace di Utrecht (1713) con la quale furono ridisegnati gli assetti della nuova Europa.
È naturale pensare che nel maggio del 1702 Filippo V avesse, dunque, mille cose cui pensare, non esclusi i suoi problemi ricorrenti di salute, problemi che spesso lo obbligavano a forzati periodi di riposo.
Ebbene, nonostante una mole di lavoro non indifferente, il monarca prende a cuore una supplica rivoltagli da un umile e coraggioso canonico di Mineo, Don Antonino Romano.
Perché lo fa?
Il 15 marzo del 1702 l’uomo di chiesa scrive, infatti, una lettera drammatica per denunciare al re un’insostenibile confusione in cui versa l’ordine pubblico nel territorio.
Scipione e Antonino Capra, padre e figlio, esponenti di una delle più temute e importanti famiglie di Mineo, il 25 gennaio del 1701 si erano resi protagonisti di un clamoroso furto con scasso ai danni del monastero di San Benedetto di quella stessa città, monastero nel quale erano recluse cinque sorelle del nostro canonico, una delle quali, la maggiore, era addirittura abbadessa.
Il furto aveva fruttato ai ladri un bottino in oro, argento e preziosi arredi che superava le cento onze, un importo per quel tempo considerevole.
Don Giovanni dà una mano alla sorella badessa e denuncia il reato al Duca di Veraguas, viceré di Sicilia al tempo del misfatto.
Qual è, però, il vero problema del Nostro?
Una giustizia inceppata stenta a mettersi in moto per la specificità degli autori dell’impresa delittuosa.
Scipione e Antonino Capra, infatti, sono rispettivamente Proconservatore e Giurato della città di Mineo. Possono contare anche sulla complicità di una vasta parentela talmente coalizzata e coesa da mettere in difficoltà i viceré che si susseguono al Duca di Veraguas e un capitano d’arme che invano la Gran Corte Criminale ha incaricato dell’indagine.
I due malfattori non si danno per vinti, comunque. Di fronte all’insistenza della Gran Corte Criminale, istigata dalle continue denunce del sacerdote, cercano di coinvolgere il Vescovo della diocesi di Siracusa, dalla quale dipendeva Mineo a quel tempo, fornendogli una versione ben confezionata dei fatti.
Don Giovanni Romano è, però, un uomo testardo e al tempo stesso coraggioso.
Anche a costo di rischiare la vita (che con molta abilità metterà nelle mani del Sovrano), lui scrive, scrive sempre, fino a quando chi doveva fargli giustizia si muove a compassione.
La lettera che Filippo V invia il 21 maggio 1702 al cardinale Giudice, Viceré di Sicilia a quel tempo, è davvero severa.
Il re allega a questa sua la lettera disperata del canonico, obbliga il viceré ad accusargli ricevuta del dispaccio per evitare che il cardinale potesse trincerarsi dietro un banale disguido postale, lo impegna a svolgere con celerità tutte le indagini necessarie e opportune e a riferirgli il modo in cui ha fatto giustizia.
Filippo V pensava (e non si sbagliava!) che, lasciando correre tutto come prima era successo, avrebbe consegnato l’isola all’anarchia e all’insolenza di un patriziato locale indisciplinato e corrotto.
Mineo non era una città importante del Regno come Palermo, Messina o Catania, pur tuttavia aveva fornito al re l’occasione ghiotta che andava cercando per mandare da Madrid un segnale forte e preciso alla rilassata e complice nobiltà isolana.
Seguono le trascrizioni: della lettera del canonico, della lettera di Filippo V e del biglietto di accompagnamento.

AHNM Estado, 2242
+
Madrid A 21 de Maio 1702
Al Virrey de Sizilia con una carta sobre el escalamiento y robo de un combento de monjas de la Ciudad de Mineo

El Consejo
Por acuerdo de 17 del mismo

Firma
Registrado. En oficio 27 folio 243

Catolica Maesta
Mineo una delle antiche Citta che posiede V.C.M. nel regno de Sicilia oltre l’esere stata destrutta dal terremoto nell’anno 1693 per la scomunica cc’e in essa si va deterioranno per il poco respetto si porta alle chiese e monasterj in detta Citta stante che nell’anno 1701 à 25 gennaro Scipione et Antonino Capra padre, e figlio, gentiluomini di questa Citta di notte tempo scasarono il Monistero di san Benedetto, e si portarono in una camera con haversi preso quantita di robba, oro argento e commeso che il discalo del Monasterio un tanto furto di considerazione ascendente ad onze cento e piu, et havendosi per detto furto ricorso prima al Duque di Veragua all’ora Vicere di Sicilia diedi l’ordine che si carcerase e caturase per darli si castighi condegni al delitto, e perche il sudetto Scipione si trovava Proconservatore di questa citta di Mineo pretese l’esser rimesso al foro dell’Auditore, et agitandosi la causa in G.C. Criminale in Palermo per la potenza di detto Scipione alcanzo ordine che si soprasedesse sin a novo ordine della R.G.C. Criminale. Intanto si decideva se dovea eser ammesso al foro, nel qual tempo si partì il Duca di Veragua et havendo venuto il Marchese di Vigliena vicere per farsi tal giustizia il ricorse al detto nella Citta di Messina, e vedendo no haversi castigato tal delitto della R.G.C.C. subito ordino che venisse in Mineo el Dr. Don Gio Baptista Ortale capitan d’arme di Piazza per la prova di tal delitto, comincio la catura e facendone la prova con testimonj di viso fu impeditto dal sudetto Antonino Capra uno delli delinquente per haversi trovato Giurato, e da Scipione sudetto per la potenza per eser dadoci tra fratelli, figli, e coggini uniti tra di loro a segno tale che fu forcato el Capitano d’Armi di piazza partirsi et tuto representare al Marchese di Vigliena all’ora Vicere, quale per haver passato da Messina in Palermo, e da Palermo al governo di Napoli dal mese d’Ottobre sin a Febraro haviendosi agitato la causa in Palermo fra la G.C. Criminale el Auditore si decise eseri sogetto al foro Reale e dover la G.C. farne la giusticia per la qual causa vedendosi Scipione d’Antonino no poter piu fuggire il castigo di tal delitto pretessero impeginarci mons.r Vescovo di Siracusa nella diocesi del quale, è Mineo con mandarino delli testimonij di viso da detto mons.re che ciò l’havea detto per timore ingadando la mente di detto mons.re con cento falsie sotto colore di verita per esentarsi del castigo. Ma perche Jo Catholica Maesta mi trovo in detto Monasterio cinque sorelli esendo la maggiore Abbadesa et haver scasato il monasterio il sudetto Scipione et Antonino esendo un gran delitto stando li monasterij soto la sede di V.C.M.sta lascio nella gran carita di V.C.Msta. la Giusticia e la conservazione dell’honore de’ suoi fedeli Vasalli e da V.C.M. spero la gratia nel saldar l’onore del Monastero pasegiando questi Scipione ed Antonino Capra padre e figlio pubblicamente per la citta senza nisun timore di giusticia esendo persone potenti facinorosi haviendo commesso homicidj, furti et in citta et in campagna dubitando ogni cittadino di incontrarsi cedendoci ogni uno a segno tale che si non ci mettiera le mani V.C.M. per havermi io explicato nella defensione del Monastero pretendono levarmi la vida et ammazarmi uscendo di casa apena per la messa con molta custodia, sacra e Cattolica Maesta la mia vita sta nella gratia di V.C.M. che Dio signore nostro gli lo rendera con aug.to di prole per consolazione de suoi Regni e prostato a suoi piedi mi inchino.
Mineo 15 Marzo 1702= di V.M. C. humilissimo Vasallo= Canonico D. Antonino Romano.

+
Don Phelipe por la gracia de Dios etc. Haviendose recivido la carta adjunta con nombre de el Canonigo Don Antonio Romano de la ciudad de Mineo en esse Reyno sobre el escalamiento que cometieron en el combento de Religiosas de San Benito de la misma Ciudad Escipion y Antonino Capra per robarle y demas circumstançias que expresa sobre esta causa sin haverse castigado como merecean los delinquentes he resuelto remitirosla para que prevenido de lo que incluié paseis (como os encargo) à dar las ordenes que juzgareis combenientes para reparo de los incombenientes que en ella se refieren y resguardo de este sujeto y el riesgo que impone de su vida avisandome del recivo de este despacho y de lo que resultara de las diligencias que conforme a justicia se executaren y sea mui reverido en Xpto p(adr)e. Cardenal,
De Madrid à ...(21) de Maio 1702

CREDITI
Archivo Histórico Nacional Madrid

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