Cultura Ragusa 16/09/2014 14:23 Notizia letta: 3599 volte

Enrico Ghezzi: Amo Guccione perché dipinge l'invisibile

Intervista a La Sicilia
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Ragusa - Cornice scenografica la pietra antica del Castello di Donnafugata, declinata in versione argento da una luna pressoché piena, incontriamo Enrico Ghezzi in questo sito suggestivo, che emerge fiabesco dal cuore intatto della campagna iblea. Al critico cinematografico è spettata la chiusura del Donnafugata Filmfestival, ideato e diretto da Salvatore Schembari, in una operazione sinergica della Fondazione degli Archi e del Cinestudio Groucho Marx.

Cominciamo dalle ragioni della sua presenza a Ragusa: una sua valutazione del Donnafugata Filmfestival.
«L’unica cosa che ho sperimentato del festival è la serata finale: molte persone interessate, sono stato bene. Lo spazio è in sé molto bello, indipendentemente dall’autenticità e dall’età del castello».

Restando in ambito siciliano, sappiamo di una sua particolare predilezione per Piero Guccione. Ce la spiega?
«Spiegarne le ragioni forse è troppo lungo e forse troppo corto. Ho conosciuto Guccione con Battiato diversi anni fa, a una loro mostra presso la Galleria degli Archi di Comiso. Mi piace molto Guccione – forse è banale e molto generico, ma è questo il motivo per cui mi piace quasi tutta la pittura che amo – per come l’artista agisce su quello che non si vede, su quello che è difficile da vedere, e che alla fine è l’unica cosa che davvero si vede».

Parliamo di pittura con un esperto di cinema. Pensando a Wenders o ad Antonioni, solo per limitarci a due autori in questo senso particolarmente sensibili, crede che il cinema sia debitore alla pittura?
«Non credo. Nel senso che tutto il cinema è debitore di tutto, del teatro, della musica; parlando di spettacolo, il pubblico del cinema popolare è quello ampio della musica sinfonica, un pubblico perduto. Ma l’evidente vicinanza alla pittura consiste non tanto di cose viste, non tanto di citazioni (ce ne sono a bizzeffe; pensiamo solo a Pasolini): quello che è appassionante è il legame sotterraneo, subliminale. Mentre vediamo un film, non ci rendiamo conto di guardare ventiquattro quadri al secondo, ovvero i fotogrammi, messi accanto l’uno all’altro, in posizione vicina, che ci rimandano a un movimento, quello del cinema, che è in realtà falso. Il punto intenso di connessione tra cinema e pittura è questa serie di fotogrammi vicini. E anche se si tratta di una connessione nella sostanza falsa, diciamo che in ogni film, anche nel più banale, c’è molto più che un Louvre».

Guardando al cursus del suo lavoro, vediamo come attraverso contenitori ideati per la tv, Fuori orario. Cose (mai) viste e Blob, lei ha condotto una visione trasversale del reale e della comunicazione. Come si coltiva l’indipendenza dello sguardo dalle convenzioni, dalla cultura dominante?
«Innanzitutto essendolo, indipendenti. Cosa che è un rischio, ma che è molto meno rischiosa di quanto si pensi, o molto di più. Sicuramente l’indipendenza si paga, ma poi è ripagata da una sorta di status, che ti mette subito in contatto con le altre persone che cercano o che hanno realizzato questo. Sta nel fare della propria attenzione o della propria disattenzione, verso un’opera, il diventare parte di quell’opera. A me in televisione sembra di essere un ‘ri-autore’. Da una parte vi è in ciò un’umiltà esasperata, dall’altra, alla fine, ciò diventa hýbris: l’ambizione esagerata di essere nell’opera».

Kubrick, Fellini, Bertolucci, Tarantino: ci limitiamo ad alcuni dei mostri sacri che ha attraversato con la sua analisi. Tra i molti, c’è un regista a lei massimamente caro?
«Come sempre, cerchi un autore, poi sono almeno sei o sette i preferiti. Nel cinema che puoi incontrare oggi scelgo Lav Diaz, Malick, Oliveira. Sprofondando ancora un po’, per me, a fare il film, basterebbe la morte di Al, il computer di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Amo L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov e in generale tutti i cineasti che riescono a non essere documentaristi né fiction, molto al di là di questa idiotissima separazione. Attualmente in Italia un personaggio come Franco Maresco per me è una connessione costante. Ancora, Godard e il cinema di Truffaut, apparentemente più semplice, più banale, ma nel quale ancora tuffarsi. Alla fine, mentre parlo, mi rendo conto che il cineasta che mi ha più mutato e sconvolto è Roberto Rossellini: la grande scoperta che il cinema è ovunque e che quindi non importa voler/dover fare il cinema, ma l’essere uomini. Rossellini è il cinema in quanto spazio in cui possiamo giocare al meglio, in cui le cose non si sono bloccate: un’ipotesi di libertà probabilmente impossibile».

Elisa Mandarà
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