Cultura Storia siciliana

Quando i siciliani eravamo efficienti ed ammirati. Mezzo millennio fa

Il Governo doveva risparmiare

Ragusa - A proposito della mia mania per gli anniversari (s’intende quelli storici), ne trovo uno da condividere coi lettori di RagusaNews. Interessante per me e per quanti si interessano (per studio o per passione) alla Storia della Sicilia, quello che propongo è un accadimento utilissimo a capire il nostro passato (in questo caso glorioso) e troppo facile nel contempo fare il confronto col deprimente presente.
L’anniversario prende le mosse dai 450 anni trascorsi da quel 1564 quando l’efficientissimo Impero Spagnolo (come più volte ha dimostrato su queste stesse colonne il nostro “Uomo Libero” che vive, studia e pubblica tra Scicli e Madrid) pubblicava una statistica che doveva servire al Governo per decidere come fare per tentare di risparmiare (è quindi storia vecchia). Nello specifico, il Governo voleva capire meglio come risparmiare in un settore allora fondamentale: la difesa delle coste. E più specificamente la difesa delle coste siciliane dal gravissimo pericolo rappresentato anche dai corsari e dai pirati barbareschi ma soprattutto dalla efficientissima flotta militare dell’Impero Ottomano, il nemico per eccellenza dell’Occidente cristiano.
Per difendere le coste dell’Impero, e soprattutto quelle siciliane che dell’Impero iberico erano una sorta di avamposto, si utilizzavano le torri di guardia (argomento vasto ed affascinante che altre volte ho affrontato su queste colonne) e la flotta militare.
Nel 1564 il Governo spagnolo decideva per l’intero Impero, quindi anche per quel Regno di Sicilia formalmente indipendente ma di fatto solo e soltanto “provincia” dell’ampio possedimento castigliano. E in quell’anno si avviò un preciso studio che dimostrò come la flotta militare costasse allo Stato una cifra abnorme (fino ad un certo punto giustificata dalle esigenze di difesa dai Turchi). Soldi che finivano per una altissima percentuale nella costruzione e soprattutto nel mantenimento delle galee (o galere), ovvero le navi da guerra condotte da capitani espertissimi marinai e movimentate dalle vele e soprattutto dalla “ciurma”, quei duecento “remigatori” che sui banchi potevano stare liberamente seduti se “buonavoglia” (ovvero liberi cittadini che lavoravano per lo Stato a fronte di uno stipendio non ricco ma dignitoso), oppure incatenati se “forzati” (ovvero condannati a pene anche minime ma permutate in anni appunto di galera) oppure “schiavi” (di norma catturati nelle battaglie o comprati negli appositi mercati).
Ebbene, la statistica condotta dal governo spagnolo dimostrò come le galere (non ne esisteva una uguale all’altra, ma fondamentalmente erano costruite da quattro cinque “arsenali” secondo precisi criteri) avessero costi di manutenzione enormemente diversi a seconda della provenienza e della gestione. E più precisamente: se la galea era spagnola costava 9.000 scudi l’anno, se la galea era napoletana ne costava 8.000, se siciliana 3.000 scudi l’anno e se genovese (navi di proprietà della Repubblica di Genova e date in “asiento”, ovvero in affitto all’Impero Spagnolo) solo 1.600 scudi l’anno.
E non solo. Dalla importantissima statistica si evince che le quindici galee siciliane costassero un terzo di quelle spagnole nonostante fossero meglio attrezzate. Infatti le navi militari gestite da Palermo erano tutte e quindici “a remo unico”, significa che i quattro o cinque rematori per banco vogavano su un solo remo e non ciascuno su un remo, sistema legato al passato del naviglio di guerra. Quelle quindici galee siciliane con l’aggiunta di una nuova nave, avrebbero poi partecipato – nel 1571 – alla Battaglia di Lepanto, comportandosi onorevolmente (la cosiddetta “avanguardia”, ovvero la parte di flotta cristiana che si lanciò per prima contro i Turchi era formata da otto galee, quattro veneziane e quattro siciliane, perché considerate dal comandante in capo dei cristiani, Don Giovanni d’Austria, in assoluto le migliori) con un totale di 3.360 remiganti di cui 1.838 (pari al 55%) di “forzati”, 1.140 (pari al 34%) di “buonavoglia” e 395 (pari all’11%) di “schiavi”, oltre alle migliaia di marinai e soldati (tra semplici ed ufficiali). Dall’anno successivo alla celebre battaglia che servì a bloccare l’avanzata turca nel cuore dell’Europa, le percentuali appena riferite cambiarono notevolmente, assumendo la quota degli schiavi ben oltre il 60% del totale, frutto, evidente, della vittoriosa battaglia che i siciliani (ma guidati dal genovese Gianandrea Doria) combatterono davanti la città greca dell’Etolia.
A Lepanto la epica battaglia servì anche a liberare oltre mille e cinquecento schiavi cristiani che erano “galeotti” sulle navi turche condotte nella battaglia da Alì Pascià e dal suo braccio destro Uluc Alì, considerato il migliore tra i turchi, che però turco non era, bensì il calabrese Giovanni Dionigi Galeni, convertitosi all’Islam da giovanissimo dopo essere stato catturato nella sua Calabria dal celeberrimo Barbarossa.

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