Cultura Scicli 28/09/2014 21:49 Notizia letta: 4713 volte

La Scicli del dopoguerra tra fame e follia

Al Circolo dei Cavalieri il popolo ballava
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Scicli - La Seconda Guerra Mondiale prima e l’armistizio poi sfiorarono Scicli come realtà lontane. Molti, è vero, mancavano ancora all’appello, periti nelle pianure ghiacciate della tundra russa o dispersi in campi di prigionia dai quali non sempre riuscirono a salvarsi.
La città visse un tempo drammatico d’attesa nel quale tuttavia la vita non fu sospesa. Insensibile, riprendeva ritmi consueti nonostante gli odi e le passioni suscitati dalla tragica conclusione del conflitto.
Rientrarono a scaglioni i coloni dalle terre d’oltremare, ricchi solo della loro vita.
La rassegnazione s’impose su tutto assieme alla consapevolezza che già l’esser vivo era un’incalcolabile fortuna.
Il destino aveva sparigliato i giochi, rimescolato le carte di un popolo abituato a sognare, a vivere di un isolamento dorato che, in fondo, era stato l’unica sua vera risorsa.
Partito l’ultimo presidio americano, la città si ritrovò improvvisamente sola.
Alle lacrime del lutto si sostituirono nuovi desideri e insospettabili alchimie di potere, un bisogno sfrenato di vivere, compresso fino all’agonia per tutta la durata delle ostilità.
Come nel miglior tempo passato si ritornò a ballare e a cantare.
La nuova Camera del Lavoro, che aveva usurpato gli aristocratici locali del Dopolavoro Comunale un tempo illustre Circolo di Conversazione, spalancava i suoi saloni ai figli del popolo. Il sabato sera, infatti, complice un vecchio e gracchiante grammofono, ragazze da marito, reduci, giovani braccianti agricoli e piccoli intellettuali, tutti appartenenti a famiglie di un proletariato sempre più avido e rampante, si davano in essi appuntamento.
Altra casa di ballo riaprì pure le sue porte. Si trovava nel quartiere Fiumillo a pochi metri dalla via Mazzini. Era gestita da un anziano cieco, ‘zu Angelo (l’uòruvu), e dall’inseparabile compagna Emilia. Dietro il pagamento di un modesto biglietto d’ingresso, le classi più povere si sballavano ogni sabato notte al suono di scortis, mazurche, polche e valzer. Un vecchio grammofono a tromba e un discreto numero di dischi di ballabili in vinile si erano trasformati in autentici galeotti facendo la fortuna di questa coppia la cui inseparabilità diventerà nel quartiere davvero proverbiale.
Il mercato nero impazzava. Si contrabbandava tutto pur di mettere qualcosa sotto i denti. Si smembrarono antichi corredi per una vendita a pezzo.
Un quartiere intero, il quartiere Fiumillo, si mobilitò nella produzione della pasta: una piccola azienda familiare messa in piedi da una fragile e coraggiosa donna proveniente da Bengasi.
La pasta, impiegando farine spesso macinate di nascosto, era ottenuta con l’aiuto di una macchina rudimentale che consentiva una produzione semi industriale di questo prodotto. Era fatta asciugare poi, sopra candidi teli, nelle numerose terrazze del quartiere requisite ad hoc. La lavorazione prevedeva un modico compenso in natura. Tale compenso consentirà, in effetti, a tanti disoccupati, che vivevano di sussidio, di sbarcare discretamente il lunario.
Nella casa di mia nonna si ballava e si suonava. Un salone grande presto trasformato in una vera pista da ballo ad uso e consumo di tutti i vicini e degli amici.
Tra una mazurca e l’altra, tra una quadriglia e l’altra, s’intrecciavano amori, si mormoravano pettegolezzi, si esorcizzava la povertà del tempo esasperando uno sfrenato desiderio di vivere.
I vicoli, però, si animavano nel tardo mattino d’ombre.
Erano uomini e donne meno fortunati e privi d’ogni minima risorsa che vivevano della carità della gente in una città incredibile che li proteggeva e li amava.
Si chiamavano Pietro “à usàzza” (=con la bisaccia) perchè portava sempre con sé una bisaccia nella quale riponeva tutto ciò che di commestibile riusciva a racimolare.
O Nina a caljàta (caliato era un soprannome=angiùrja con cui era conosciuta dal popolo la sua famiglia). Vestiva una lunga sottana fatta di mille rammendi come le streghe buone nelle migliori fiabe. E, in effetti, fiabesca lo era. Un viso forse bello in gioventù ma dominato da due occhi malinconici e tristi come stelle lontane e tremule, profondi: esprimeva una solitudine alla quale si era inspiegabilmente votata. Odorava di pulito, nonostante l’indigenza di una condizione di cui lei era innocente vittima. Parlava poco e a bassa voce ma sapeva sorridere sempre, quando, tendendo la mano, riceveva una forma di pane.
O la cieca, una giovane ragazza che un’altra donna conduceva per mano nella visita quotidiana delle famiglie alla ricerca di un qualsiasi aiuto.
Pietro, dignitoso e paziente, sgusciava per i vicoli affollati e antichi con la leggerezza di un angelo.
Spesso, però, soprattutto da giovane, si era accompagnato ad un piccolo organetto (u pianìnu) con il quale aveva riempito di note allegre la vivace vita del vicolo. Con il diffondersi della radio, il pianino era caduto in disuso e lui lo aveva dimenticato a casa per sempre. Rispondeva a monosillabi, quando qualcuno gli chiedeva qualcosa. Guardava intensamente l’interlocutore, lui ormai vecchio e curvo, con l’unico occhio buono che gli era rimasto e sorrideva paziente e rassegnato ad un destino non certo benevolo e amico.
La sua voce bellissima aveva saputo da giovane perfettamente modulare come nessuno la moresca, il canto dell’angelo indirizzato alla Madonna delle Milizie. E forse angelo lo era davvero.
Invecchiando, la sua voce si era fatta sempre più fievole fino a spegnersi con lui.
Le campane delle chiese del Corso salutarono, per prassi consolidata e antica, con funerei rintocchi ad una ad una queste presenze, custodi discreti della mia fanciullezza.
Ogni morte io l’ho vissuta, infatti, come un lutto familiare, come perdita della memoria che è stata anche e soprattutto identità di popolo.
Spesso, aggirandomi io come quei cari fantasmi per i vicoli ora deserti di una Scicli che a stento riconosco, mi pare di riascoltare ancora il suono del pianino di Pietro, stridulo e allegro; il suo canto dell’angelo a cappella che saluta la Vergine sul suo bianco destriero; il fruscio discreto della gonna di Nina dai mille rammendi; i passi perduti della cieca e della sua inseparabile compagna. Una gran voglia di piangere mi prende, mi vince, inconsolabile e cadenzata, come il vecchio scortis del Maestro Borrometi che ballarono mia madre e mio padre, durante il quale lui, già attempato e maturo, le chiese, a sorpresa, la sua incredula e ancora giovane mano.

Un Uomo Libero.
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