Cultura Madrid

Decamerone palermitano. La perversione nella Palermo del 500

Il Tribunale della Gran Corte

Madrid - Dai fondi dell’Archivo Histόrico Nacional di Madrid è venuto fuori a sorpresa un autentico Decamerone. Una serie di testimonianze rese più o meno sotto tortura al Tribunale della Gran Corte di Palermo aventi per oggetto il “vizio nefando”, espressione colta usata a quel tempo per indicare il peccato di sodomia.
Nella seconda metà del Cinquecento la corruzione a Palermo (come in tutta l’isola) aveva raggiunto livelli inaccettabili. A nulla servirono i roghi minacciati e, poi, davvero accesi.
Più che “felice” la città era sicuramente allegra. Mai come in questo periodo confermava il motto con cui gli stessi Spagnoli avevano voluto contraddistinguerla.
Il Barone della Scaletta, accusato di pratiche sodomitiche, compila un memoriale che spedirà alla Gran Corte per ricordare a quei giudici che lo accusavano di vizio nefando di essere non in buona ma addirittura in ottima compagnia.
Di questo memoriale fanno parte due grandi processi contro famosi sodomiti del tempo, entrambi situabili nella Seconda metà del Cinquecento: il primo riguardava la torbida relazione tra un nobile messinese Don Cesare Marchese e un giovane, suo amante, Fabio de Bulogna. Don Cesare è personaggio di primo piano nella Sicilia di quel tempo, amico di Giovanni del Carretto, barone di Cirami (?); l’altro riguardava Don Pirro Ventimiglia e il mondo della prostituzione maschile e femminile che ruotava attorno a lui a Palermo. Il Ventimiglia era rampollo di una delle famiglie più importanti e influenti del regno. Il giudizio, in questo caso, era stato richiesto e promosso da Donna Sigismunda De Nasellis nel 1574 e durò fino al 1583. Nell’ambito di un’indagine penale, iniziata nel 1573, scaturita dall’omicidio del marito, la donna lo indicò come il principale mandante.
Questi due grossi processi sono scritti rigorosamente in latino e in siciliano, un siciliano volgare che, per la freschezza dei termini usati, si direbbe quasi modernissimo.
Mi limiterò, dunque, solo a qualche aggiustamento del testo per renderlo perfettamente comprensibile. I fatti parleranno da soli. Peccato che questo dossier io l’abbia scoperto solo ora. Pasolini, dalle storie in esso narrate, ne avrebbe tratto con certezza un altro suo capolavoro cinematografico.
La vita che ruota attorno a Don Pirro Ventimiglia non è tanto diversa dall’attuale. La Porta di Carini, a Palermo, era il luogo abituale di cruising. Là, non era difficile rimorchiare ragazzi di vita, donne di facili costumi, monaci pervertiti, giovani effeminati, ruffiani. Tutti contribuivano, in ogni caso, a rendere particolarmente vivace la vita notturna e diurna che si svolgeva in quell’antica capitale nella quale, dal tempo della dominazione araba, il sesso era stato sempre un obbligo e il godimento un raffinato piacere.
I metodi dei giudici della Gran Corte non sono poi tanto dissimili dagli altri del Sant’Uffizio. Questi Inquisitori, morbosamente interessati, hanno fatto di ogni deposizione un vero capolavoro di narrativa erotica. Proprio per questo oggi tali documenti inediti meriterebbero una speciale attenzione.

Del primo processo, riporto il verbale dell’interrogatorio di Cesare Marchese condotto sotto tortura dall’inquisitore della Gran Corte il 3 Novembre del 1581, X Ind.
L’inquisitore comincia con le domande:
Inq: “Item dicat como si chiama di undi è et che officio ha fatto et fa

Dixit: che si chiama don Cesare di marchisi, è della cita di mssa (missina) et ha fatto et fa officio di cavalèri.
………..
Item dicat si dicho don fabio era uno jovinetto sbarbato et bello…
Dixit: che era detto don fabio jovini, di prima barba, agarbato et quanto alla belliza li parìa uno jòvini como li altri.
Item dicat si quando venìa detto don fabio in casa... quasi ogni giorno si inchiudìano insèmi intro la camera et si serràvano et si culcàvano insèmi et stàvano cussì inserrati et culcati intro detta camera una hura et dui huri et poi uscìano tutti dui russi sudati et travagliati et dicat che cosa facìano intro detta camera serràti et poi uscìano cussì russi travagliati…
Dixit: che di stari inchiusi et inserrati intro detta camera cum detto don Fabio non fu mai ben vero, che solìa vèniri detto don fabio et stàvano intro la camera a jocàri, per lo quali joco si detto don fabio havesse nisciuto russo o sudato isso confidenti non ni sa nenti.

L’Inquisitore lo incalza. Lui, è chiaro, nega.

Item dicat si la veritati è che esso confidenti per multi tempi, anni et misi nefandao ad esto don fabio et si lo tenìa como si li fusse stato moglieri o inamorata et per questa causa si basàvano et accariziàvano et si inserràvano et quando stàvano inserrati lo nefandava et conocìa carnalmente contra natura…
Dixit que no, negando espressamente.
Item dicat si quando ipso confidenti si inchiudìa in camera con detto don fabio fòrro più volte retrovàti, et da li servitùri et da amici fidàti, ipso confidenti cum la brachetta tolta et don fabio con li càuzi roti (aperti, ndr) vasàndosi russi et affannati…
Dixit que no, negando espressamente.
Item dicat si nacque fama pùblica por la cità di Palermo che esso confidenti nifandava ad esto don fabio et che si lo tenìa como moglier o como inamorato…
Dixit che mai tal fama sappi nè intìsi perchè esso confidenti no commìsi mai tale delitto.
Item dicat si lo ditto don fabio, per lo nefandamento che esso confidenti li facìa, tenìa lo culo malato et si lo medicava et li servitùri di esso confidenti esportàvano li medicini…
Dixit che mai sappi tal cosa esso confidenti, negando Consenta In cap(itu)lo.
***
Dell’altro processo a carico di Don Pirro Ventimiglia, molto più articolato e complesso, riporto qui le varie divertenti testimonianze.

Palermo, XXX gennaio seconda ind. 1573
Testimonianza del Magnifico Johannes Calavezone, civis Panhormi:
“In questa estati pròxima passata ipso testimonio (Giovanni Calavezzone, ndr) et lu magnificu Augustino De Maria andàro ad mangiàri cum lo spettabili Don Pirro Vintimiglia et andàro per mangiari allo jardino de garillo et, perchè non vi pòttiro mangiari, andàro alla vanella della Trinità in la casa de Simone Michiulla, la quali allùra era vacanti et cum ipsi (con loro, ndr) ci vinni ad manciari una zitella innamorata dello ditto don Pirro, la quali non sa esso testimonio cui sia perchè non la conoxi, et, mangiato cha hàppino, lo ditto signor Pirro si presi la sua zitella per la mano et sindi intrao dentro uno stripturi (camerino, ndr) juso detta casa(a piano terra, ndr) et si serraro la porta et ipso testimonio (il Calavezzone, ndr) et ditto De Maria calàro di juso (scesero, ndr) appresso et si misiro ad taliàri per lo pertuso della chiavatura (buco della serratura, ndr) di ditta porta de ditto scriptorio et vìttiro che ditto signor Don Pirro supra uno letto in lo quali ci era uno mataraizo che chavava detta zitella et detta zitella era misa supra detto letto con la faccia supra abbuccuni et dittu Don Pirru li stava de supra della parti de arretru et viniano cum li facci ad la volta de ditta porta et la ditta zitella dicìa: “ het (eh!, ndr) vera gioia a mia, signoruzo” et si agiràva la faccia et si vasàvano et ipso testimonio allùra dissi allo ditto de Maria:
“het verba facja (vuoi vedere, ndr) che Don Pirro infila lo ringo?”
et ditto De Maria li dissi:
“et che con fémini si po judicari indi si chava” (con donne è difficile capire per dove le chiava...)
et ipso testimonio li resposi et dissi:
“lo gesto me pari malo perchè li fémene non si chavano di questo modo”
et taliando de novo esso testimonio per ditto pertuso vittj che li preditti Don Pirro et detta zitella stavano dello modo preditto et la ditta zitella si lamentava dicendo: “oy mè” et per questa causa esso testimonio judicao che ditto Don Pirro havessi chavato alla detta zitella contro natura”

Questa testimonianza contro Don Pirro contiene il racconto di un vero e proprio adescamento:
“......
la ditta S.ra Nina trattandosi della carceri de ditto spettabili don Pirro XXtimiglia (Don Pirro era stato arrestato, ndr) la ditta signora nina dissi: “don Pirro meritava essere arso di quando naxìo.”
et ipso testimonio li dissi: “ et perchè?”
Et la detta s.ra Nina dissi: “per che non fa officio de cavaleri... che è uno gran suddomita.”
et ipso testimonio li dissi: “et voij che ni sapiti?”
et la detta s.ra Nina li dissi:
“uno jorno mi portao in uno jardino et mi vòsi nefandàrj et jo non volendo consèntirj mi arrancao la dagha (sguainò il pugnale, ndr) et per forza contra la voglia mia compliò (soddisfece, ndr) lo suo appetito con tutto che jo era donna (la sodomizzò, ndr); et es ancora fama publica in la strata et quartèri dello càssaro de Palermo ser undo (dove, ndr) publicamentj ipso testimonio havi inteso lo ditto magnifico Antonino Valdaura esseri nefandario publico et uno jorno, su (sono, ndr) alcuni anni, essendo esso testimonio juvinetto passiando alli septj cantonerj cum lo condam (fu, ndr) pompilio vergitto e lo ditto antonino valdaura, lo ditto antonino valdaura accostao (avvicinò, ndr) con lo (allo, ndr) ditto pompilio in presentia de esso testimonio et lo requersi (gli propose di, ndr) volèrlo nefandarj et recusando (rifiutando, ndr) lo ditto pompilio, lo ditto antonino valdaura li offerìa uno scuto de oro et cussì sindi andaro. Si da poj lo ditto pompilio havessi consentito, ipso testimonio non cu sa....”

Nella testimonianza di Antonina De Mayordomo, de civitate agrigentj et habitantiae Panhormj, vidua relitta da petri de mayordomo, don Pirro organizza un festino con diverse donne:

“dixit che duj anni facìano questa estate proxima de avèniri, a tempu di li ficazzari et pira la condam (fu, ndr) Joanna la gnarmintàra vinni... spettabile don Pirro Vintimiglia et la pigliao de casa de ipsa testimonia che stava in la vanella dello Càssaro alla vanella de lumbardo, undi ancora essa testimonia sta de presenti, et la portao in lo giardino de garillo chi è in la pannarìa, de matina per mangiari in detto giardino. Et ci andao cum detta quondam (fu, ndr) Joanna e uno suo figlio grandi di età di anni 29 incirca, lo nome dello quali ipsa testimonia non si regorda però lo canusci de vista, et dui altri compagni che portao essa testimonia che erano donnj. Et havendo andato in detto jardino, lo jardinaro non ci volsi aprire et cussì la portaro in una casa arretro la matri ecclesia di sutta sancta Lucia in una casa che era sula perche dicìano la patrona havere andato ad Morriali. In detta casa ci retrovao ipsa testimonia allo ditto spett. don Pirro vintimiglia insieme con duj altri gentiluomini uno d’elli quali ci parèa ad essa testimonia che si facìa chiamare el sr. Joanni Galavezuni et era Capitanio de gualteri. Al altro ipsa testimonia non lu sa comu si chama pero videndolo lo conoxirìa et si conzao intro la detta casa la tavola de mangiari et fìciro collactioni. Mangiato che hàppiro, lo ditto Don Pirro pigliao per la mano ad essa testimonia et la rindìo intro lo scripturj (camerino, ndr) de ditta casa. Ipsi dui sulj et ditto don pirro con li soj mani chusi la porta. Intro lo quali scripturj ci era uno lettu cum uno mataraczo sulo et intro detto scripturj detto don Pirro Vintimiglia recquersi (manifestò il desiderio, ndr) ad essa testimonia che la volìa chavàri contra natura, lo che sentendo ipsa testimonia si retirao et dissi a ditto don Pirro che non li convenìa à gentilhomo fare simili cosi, tanto più che essa testimonia non era bagaxia ma che era maritata, con tutto che essa testimonia alhùra havesse stata viuda. Ditto don Pirro li respùsi che in effettu bisognasse fare come volìa ipso (lui, ndr) di modo che ipsa testimonia, havendo recusado et contrastato uno pezzo et videndo che detto don Pirro si mettya in collera, fu forzata, dubitando che era sula in detta casa et ditto don Pirro essere accompagnato cum più genti, fu forzata consèntiri allo appetito de ditto don Pirro. Alfine ditto don Pirro la futtìo et chavao in culo contra natura et complìo (eiaculò, ndr) dentro lo culo et, havendo compluto lo fatto suo, vinni in detta casa uno che diciano essere parenti de ditto don Pirro congnominato De Funtanetta allo quali videndo essa testimonia conoxiria. Ditto don Pirro subito aprìo la porta dello scripturj et fici calàri li compagni per andarisenne ipsa testimonia et detto De Funtanetta che era uno grasso con la barba ferrantùta volse conòxiri ad essa testimonia et ci scoprìo lo manto et la vitti. Ipsa testimonia dipoj sindi andao alla sua casa et lassao a ditto don Pirro et ad tutti li altrj alla detta casa.”

Segue la testimonianza del 1586 di Don Baldassarre De Nasellis, civis Panhormi, di circa trent’anni, pervertito, figlio dell’ucciso. E’ il racconto dettagliato di vari incontri con scenate di gelosia, minacce e infedeltà, sequestro di persona:

“pochi jorna avanti che johanni Xillia fossi stato mercato et ferito detto Dexillia presi amicitia cum ipso testimonio et lo requersi volerlo chavari (e chiese di volerlo fottere, ndr). Finalmente lo ditto Dexillia portao ad esso testimonio dentro la casa de ipso De xillia, existenti allo chanchellerj, et illà, dentro detta casa, conoxìo carnalmenti ad esso testimonio et li ficao la membra in culo pero non ci la ficcao tutta ma ci spachao (eiaculò, ndr) dentro lo culo. Di poj, un altro jorno, lo ditto De xillia canoxìo una altra volta carnalmenti ad esso testimonio dello modo preditto dentro detta casa et questo lo sapìa uno garzone de ditto De xillia, nomine (lu)Dovico. Di illà ad pochi jorna lo ditto de xillia fu mercato et di poj fu carcerato et essendo carcerato lo ditto De Xillia mandao addìri ad ipso testimonio per lo ditto ludovico, suo garzone, che ipso testimonio havesse stato homo diabeni et non havesse pigliato praticato con nexuno. In detto tempo che ditto de Xillia fu carcerato ipso testimonio presi amicitia cum uno gipponaro juvinetto, nomine minico, lo quali es mercato, lo quali minico portao uno jorno ad esso testimonio allo ponti della miraglia dentro lo loco de majiorana insiemi con uno nomine Antonio de cognomine ignorat ma es cinturaro lo quali allo presenti es bannuto (ricercato, ndr) et un altro nomine Francisco capizzi. In la indetto loco dello ditto de majiorana, detto minico futtìo et conoxìo carnalmenti ad esso testimonio et ci la ficcao dentro et ci spachiao dentro lo culo et allùra lo ditto Antonio lo cinturaro volìa etiam (anche, ndr) chavare ad esso testimonio et ditto minico non volsi et sindi gilusyao. Et avessi detto minico, si mingrijao con ditto Antonio, ben vero che ditto Antonio, si fanno circa amista, ... chavao et canoxìo carnalmenti ad ipso testimonio... Di illà ad pochi jorna lo ditto minico portao ad esso testimonio ad san francisco de Paula, fora la Porta de Carinj di questa città, in uno loco dello quali esso testimonio non sa lu patruni et illà etiam (anche, ndr) detto minico chavao ad ipso testimonio et chi spachiao dentro lo culo. De illà ad pochi jorna lo ditto minico portao ad esso testimonio ad li mocatelli et illà, dentro una grutta, lo chavao et canoxìo carnalmenti. Cossì, dipoj, Joanni Xillia nexìo de carceri et havendo saputo che ditto minico havia havuto la amicitia de ipso testimonio, detto De Xillia si mesi in collera cum ipso testimonio et li dissi:
“Basta, basta! Hay pigliato amicitia cum minico et ad me mi haj lassato!” Uno jorno che fu di poj li festi de natali proximi passati, ipso testimonio si partìo della casa del señor suo patre et lo ditto jorno lo trovao lo ditto minico lo quali dissi ad esso testimonio si volìa andari cum ipso et cussì esso testimonio andao con lo ditto Minico lo quali lo portao in casa de uno, nomine Cono, existenti in la matri ecclesia et illà lo tenne ammucciato et detto minico dormìa cum ipso testimonio et lo chavava et conoxìa carnalmenti. Uno jorno delli ditti doj jorni, non essendo detto minico in detta casa, detto Cono futìo ad esso testimonio una volta et cossì ditto minico volia imbarcàri ad esso testimonio cum li galeri et andarisindi in napuli insiemi. Lo jorno che si volìano pàrtiri li galeri ipso testimonio et ditto minico et ditto Cono si partèru per andarsi ad imbarcàri et nescèro per la Porta de Carini. Como fòrru verso sancto francisco, ipso testimonio andava avanti et incontràro a lo señor Don pirro XXtimiglia co don Mariano de Joannj et antonino Bellaura. Don Pirro domandao ad esso testimonio (al ragazzo, ndr) si volia andari in casa de suo patri et ipso testimonio li respusi et dissi che con suo patre era accordato. Cossi esso testimonio scorrìu avanti et da continenti vitti che li ditti don pirro, don mariano Di Joanni et antonino bellaura presero ad esso testimonio con dir che lo volìano portari ad suo patri.”

Don Pirro e la sua cricca, in effetti, dopo aver sequestrato il ragazzo che in un primo momento si era travestto da donna per non farsi riconoscere, ne abusano in un’autentica orgia. Questo sarà il vero motivo per cui la madre chiederà al Presidente del Regno la condanna di don Pirro per sodomia.

“Cussì lo portaro (don Pirro e la sua cricca) dentro lo loco di don Joanne Agliata, arretro la ecclesia de sancto francisco de Paula, et illà lo tennero tutto lo detto jorno et ditto don Mariano Di joannj requersi (manifestò la volontà di, ndr) ad esso testimonio volerlo chavare et ipso testimonio non ci volsi consèntirj perche havia inteso che ditto don Mariano era guasto (era affetto da malattie veneree, ndr). Cussì la sera, ad have maria, ditto don pirro et ditto don antonino bellaura portaro ad esso testimonio dentro la casa de ditto sr, Don Pirro et illà detto sr. Don pirro fichi mettiri uno mataraczo in terra dentro uno scriptorio alla stanza de juso (piano terra, ndr) de ditta casa et ditto don pirro sindi achanao suso (salì al piano superiore, ndr) et di poj subito calao de una scala fatta ad babaluchi ditto sr. Don pirro et conoxìo carnalmenti ad esso testimonio et ci spachiao (eiaculò, ndr) dentro lo culo. Di poj subbito sindi achanao et pocu di poj esso testimonio intisi battiri la porta de ditto scriptorio et aprendo ipso testimonio vitti intrari allo ditto antonino bellaura lo quali etiam (anche, ndr) conoxìo carnalmenti ad esso testimonio et ci spachiao dentro lo culo et di poj sindi andao perchè la sera ditto sr. Don Pirro havìa ditto che volìa portari ad ipso testimonio ad uno girgintano, nomine pompilio belguardo, et li dissi che illà, ipso testimonio, si haverìa potuto stari tre oy quatro anni quanto volìa. Ipso testimonio non ci volsi andari et la matina sequenti esso testimonio trovao la porta aperta et sindi andao et sindi andao fora la Porta Nova. Tucto lo detto jorno stetti fora et di poj, verso la sera, si trovao ad la Porta de Carini (luogo di cruising, ndr) et illà trovao a lo ditto signor don Pirro, antonino Bellaura et lo ditto Cono li quali presero ad esso testimonio et lo portaro allo suo patri. Ben vero che ditto signor don Pirro non andao fino in casa di ipso testimonio ma sulo lo ditto de Bellaura et Vincentio Sabbia et illà lo lassàro.”
Il ragazzo, dunque, fugge. Ma la cricca lo becca di nuovo a battere e questa volta lo conduce, davvero, a casa del padre.

Una delle testimonianze più colorite è quella del Notaio Bartolus La Farina:

“essendo esso testimonio…allo chano della matrice ecclesia di questa città insièmi con Joanne Calavezone, Augustino De Maria che parlavano dello fatto dello ditto Don Pirro che si avìa dato ad nefandarj et fottere allo culo secundo si dici pubblicamente et allùra esso testimonio dissj: “ò Jesu!” et ditti Calavezuni et Di Maria respùsero et dìssiro:
“Che non sai nenti? Don pirro va con lo spione appresso.” (si faceva accompagnare da un guardiaspalle, ndr)
Significavano per uno gentilhomo romano che stava in casa de ditto signor Don pirro. Cussì detti de Calavezoni et Di Maria dìssiro et contàro ad esso testimonio como:
“uno jorno detto don Pirro andao per mangiare allo giardino de Garillo alla pannarìa et purtao cum ipso una zitella la quali era innamorata de notaro Marco Tereno et ipsi De Calavezone et De Maria haviano andato in sua compagnia per che li havia conmitato. Non potendo havere commodità de mangiare in detto giardino per che non ci li vòlsiro fare mangiari li genti che erano, sindi andaro in casa di don Simone michulla la quali era vacanti et illà achianaru suso. Don pirro havia arrestato (si era fermato, ndr) ad uno scripturi giuso ditta casa con la ditta zitella et di poj ipsi de calavezone et De maria haviano calato di suso, piano piano, per vedere che cosa facia detto don Pirro con detta zitella. Si haviano miso a per lo bugio de la chavatura (buco della serratura, ndr) della porta de ditto scripturj et havìano visto che ditto don Pirro havìa fatto abbuccàri alla detta zitella supra uno mataraczo et ditto don Pirro la futtìa et la ditta zitella chiangìa et gridava dicendo:
“Signori mi haveti ammaczato, non chiui non chiui, per amore de lo dio!” Calavezuni indicava che la havessi bugerrato et chavata allo culo et ditto De Maria respùsi et dissi:
“che possu judicari si la chavava allo culo?”
Calavezone respùsi et dissi:
“Hai visto maij donna chavarsi allo cuño (fica, ndr) et gridarj di quella xiorti che gridava questa?”
Et etiam (anche, ndr) dìssiro che ditto don Pirro dipoj havìa nesciuto de ditto scripturj et ditto:
“het verba (parola mia, ndr) ho futtuto ad questa et lo ho trovato (il culo, ndr) multo stritto”
Et etiam (anche, ndr) ditto che alla ditta zitella ci havia calato li murrittj (emorroidi, ndr) per questa causa et che stava mala (si era ammalata, ndr).

Etiam (anche, ndr) esso testimonio havìa inteso dirj per bocca di notaro Bastiano Scalise come una donna cortigiana, nomine Merchiona, li havìa ditto che una altra donna nomine Joanna la xachitana, innamorata olim (una volta, ndr) de ditto sr Don pirro li havìa ditto che ditto don Pirro la havìa futtuta allo culo et che quando vidìa a detto don pirro li tremava lo terreno supto li pedi. Perché lo havìa pigliato in paura et etiam (anche, ndr) have ipso testimonio inteso publicamenti diri che ditto don Pirro de quanti donni cortigiani have chavatu ad tutti have chavato contra natura et avanti heri, parlandosi dentro la banca di esso testimonio dello fatto de ditto sr don pirro, uno juvenj, che non si recorda esso testimonio, mi fu dissi che havìa inteso diri che lo ditto signor don pirro dicìa: ‘het verba (parola mia, ndr) mia mogliere non me vole consentìre di questo modo, intendendo contra natura, mindi vogliu abbuscàri una et mi li abbusco undi li trovo!’

Questi jorna pròximj passati ipso testimonio vidìa che in casa de ditto signor don pirro ci praticava uno parrinello sbarbato, dell’ordini de sancta Zita, et li genti dicìano che ditto don pirro lo futtìa.
Intesi che questi jorna passati ditto don pirro con altri havìa andato à Sancto Martino (Abbazia di San Martino Delle Scale, ndr) et portatosi detto parrino cum ipso et che havìano miso lo monasterio ad rumore.”

Un altro testimone, Abbattista quartaro De Ferrara, civis panhormi, racconta di un garzone al tempo in cui si fece “detto atto de la pinta” per lo condam (fu, ndr) signor marchesi di piscara, allura vicerè di questo regno.
Lui con la moglie e un garzone di nome Hercule erano andati a questa festa.
Il ragazzo aveva quattordici anni o quindici, sbarbato et bello, lo quali si dilettava de cantari et sonare et era figlio dello furnaro.
Finita la cerimonia la coppia si era avviata verso casa ma il ragazzo preferì non accompagnarla. Non vedendolo tonare, l’Abbattista cercò il garzone in casa del padre ma non c’era. Dopo circa quattro giorni, si presenta nella bottega dell’Abbatista Antonino Bellaura e senza che questi lo avesse conosciuto così gli disse:
“misser mastro vi voglio dire quattro parole.” et nescìo fòra.
Ditto de bellaura li dissi: “lo vostro garzone si imbattìo con certi jovani et sunno stati a placìri (si son dati ai bagordi, ndr), hora sindi vorria vènerj, vozzìa che me fàcissivo gratia de non lo bàttere perchè menne ha pregato.” et ipso testimonio li dissi: “es promessj, per amor suo non lo batterè!”.
Di illà a circa una hura tornao De bellaura et portao allo detto Hercule.
La mattina seguenti levandosi detto Herculi del letto in cammisa, la moglieri di esso testimonio vitti la cammisa della banda de arretro tutta conciata di sangue et marcia et la ditta moglie rj afferrao la detta cammisa et dissi: “Messer Battista, taliati vàh, taliati vàh! Lo vostro garzone che cosa have handato facendo...”
Allùra esso testimonio, vista detta camisa, sùbbito judicao et tenne per certo che lo ditto suo garzone si havìa fatto conòxere carnalmenti et boggerarj et gridando li dissi et domandao cuj era stato che lo havia boggerato et si havia stato lo ditto antonino bellaura et ditto Hercule rispose et dissi: “Misser mastro voletj sapere troppo hora vui a sapere cui è stato.”
In poj lo ditto De Bellaura passava per la potega (bottega, ndr) di esso testimonio et ipso testimonio et detta sua moglierj si mottigiavano et ridìano infra de loro dicendo ‘Oh chi fètu di arso!’ (battuta colorita che evoca il rogo cui i sodomiti erano condannati, ndr).”
Altra testimonianza ci racconta l’intrigato mondo dei ruffiani:

“Melchiorra De Amodeo, nubile di Palermo, stando de casa in lo Càssaro a frùnti li casi dello spettabile signor Don pirro vintimiglia, in casa d’essa testimonia ci praticao alcuna volta Joanna, donna innamorata, la quali havia stato innamorata di don Pirro. In casa di essa testimonia ci praticao notario Bastiano Scalesi lo quali pregao ad essa testimonia che li havessi fatto gratia a detto sr. Don pirro de farli fare la pace cum la detta Joanna et ipsa testimone più volte pregao la detta Joanna che havessi fatto pace con detto sr. Don Pirro. Detta Joanna non ni volsi fari nenti diciendo: “non menni pregati perché non lo voglio più a questo folle alla mia casa perchè sonno respetata con li amichi meij.” Replicandoli essa testimonia che havessi voluto contentarj allo detto sr. Don pirro, la detta Joanna replicao et dissi che non lo volìa fare, che detto Don Pirro a’ tempo che havìa la amicitia di essa Joanna ci havìa domandato volerla conòxere carnalmenti contra natura et che ipsa Joanna non lo havìa voluto fare.”

Il teste Nobile Vincenzo Li Maystri accusa invece direttamente Antonino Bellaura di averlo voluto sodomizzare:

“Et ipso testimonio ci respùsi et dissi che si meravigliava da multo dellu dittu De bellaura (che) uno gentilhombre havessi requesse (potuto fare proposte, ndr) ad esso testimonio de tali vegliaccarìa. Non ci volsi consèntirj e di allùra in poj ipso testimonio maj più praticao ne parlao con lo ditto De belaura.”

La causa promossa dalla sig.ra Donna Sigismunda De Nasellis contro Bellaura e don Pirro dura dal 10 marzo 1574 al 24 aprilis 1583.
Don Pirro sarà condannato ma Donna Sigismunda De Nasellis ricorrerà ancora contro di lui con una supplica indirizzata direttamente al Presidente del Regno perchè, a quanto pare, di prigione il “Cavalèri” ne fece ben poca.

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