Cronaca Scicli

L'infanzia di Elio Vittorini nelle stazioni siciliane

Una pagina su La Sicilia

Si viveva «in piccole stazioni ferroviarie con reti metalliche alle finestre e il deserto intorno, dove non vi erano che ciuffi sparuti di canne, e in qualche luogo un allevamento di pecore a un tiro di schioppo, in qualche altro con una miniera di zolfo nelle vicinanze». Così Elio Vittorini ricordava i primi anni della sua infanzia vissuti accanto al padre ferroviere tra una stazione e l'altra della Sicilia, dove mosse i primi passi e iniziò le prime letture che lo accompagnarono per tutta la vita. In Sicilia il padre, quel poeta ferroviere dagli occhi azzurri, lavorò nelle stazioni Siracusa, Scicli, Gela, Dirillo e Butera, dove tutta la famiglia Vittorini si trasferì per qualche tempo.
Elio Vittorini era nato a Siracusa nel 1908 e il padre Sebastiano fu dapprima destinato a Sant'Agata di Militello, poi nel 1911 fu trasferito a Scicli dove la madre Lucia Sgandurra era in attesa della sorella Jole che nacque nel novembre del 1912. A Scicli, Elio si ammalò di morbillo - ricorda la sorella Jole - in una forma grave che non superò facilmente, per cui il fratello Ugo fu allontanato da casa e la sorella fu affidata ad amici e veniva portata a casa solo nelle ore in cui doveva essere allattata. «Qua Elio aveva paura di restare solo e chiedeva alla mamma di raccontargli le favole di Andersen - racconta Jole Vittorini - rimaneva immobile sotto le coperte, affascinato, e quello si dimostrò un buon metodo per la guarigione; latte caldo, coperte calde e l'amore della madre lo salvarono; la convalescenza durò a lungo, ma quando potemmo tutti riunirci, godemmo di piacevoli passeggiate in un bosco dei dintorni, ricco di funghi e di fragole selvatiche». A Elio piaceva molto Scicli, tanto che dedicò una letteraria descrizione in uno dei suoi libri, e dove rimase fino all'età di cinque anni.
Nel 1914 si trasferirono a Gela e nel gennaio del 1919, quando Elio aveva undici anni, il padre fu nominato capostazione di terza e trasferito nella stazioncina di Dirillo, tra Acate e Gela, a quindici chilometri da Vittoria e ad altrettanti da Gela. «La campagna era bella - ricorda ancora Jole - e l'unico divertimento era costituito dai giochi all'aria aperta e da una fattoria popolata quasi esclusivamente da animali; il fratello Ugo fece amicizia con tutti i cani della zona ed Elio e Ugo trascorrevano intere giornate alla fattoria; si alzavano alle prime ore del mattino per correre in quel luogo fatato portando con loro delle ciotole che riempivano di pane, siero e ricotta di cui erano molto golosi».
Di giorno Elio e Ugo prendevano il treno e si recavano a Gela per proseguire gli studi tecnici e di sera tornavano, sempre con il treno, al casolare di Dirillo che per Elio «era un latifondo tra malaria dappertutto». In questi luoghi iniziarono le prime letture dove con l'aiuto dei fratelli riusciva a procurarsi qualche libro della biblioteca del padre e mostrava già i primi segnali di profondo osservatore, della sua vivace fantasia, unita a senso critico e pratico che lo caratterizzeranno nella sua attività. Si impressero nella sua mente «il rauco segnale di una tromba, lo strappo agli attacchi tra carro e carro, lo strappo alle ruote, il berretto rosso del capostazione, la bianca fuga di vapore che si sprigionava dalle parti inferiori della locomotiva, lo stridio delle ruote che si fermavano bloccate dai freni, i fanali rossi di coda, e quel brontolio che si allontanava e rimaneva solo un po' di vento e un po' di paglia nel vento» di quei treni in partenza e in arrivo. Quante volte percorse quel tratto di ferrovia che da Siracusa lo portava a Dirillo, a Gela o a Butera: «Cominciavano a passare le stazioni, casotti di legno col sole sul cappello rosso dei capistazione, e la selva si apriva, si stringeva, di fichidindia alti come forche», ma «l'aria aveva un sentore quasi di salmastro - scriverà nel romanzo "La Garibaldina" - d'acerbo d'uva che comincia in una plaga tutta di vigneti, e di mare che sia più lontano dove un ultimo colle monta sabbioso, pur con tralci ancora, e poi si affaccia sopra a dune, di sopra a un lido». Passava così da Vittoria che gli era sempre piaciuta: «Non ci sono che case in fila, eppure ha qualcosa che mi è piaciuta sempre. E' questa sua campagna… ci sta in mezzo con la sua palata di tetti, e non se ne vede nemmeno un lume», e poi con il treno sapeva di correre per terre di vigneti che non avevano più il mare tanto vicino, «dovevo sentire in essa le tenere colline di foglie su foglie - continuerà nel suo romanzo - poi li avrei sentite sempre più ammuffirsi di malaria, inaridirsi e ammalarsene, allungarsi ed esserne malate, finché vi sarebbe stata la stazione di Dirillo tra le sue lunghe pendici».
Ricorda quando il treno rallentava nella stazione di Gela prima di fermarsi, con «il riverbero di un lampione che si avvicinava sopra un muro giallo, il biancheggio di un marciapiede che passava sotto lo sportello già aperto; di notte c'erano cinque porte tutte chiuse e il lampione faceva, contro il muro giallo, non molto più chiarore di una brace; si usciva da un cancello di ferro tra la stazione e il casotto delle ritirate e si guardava in fondo alla spianata di polvere l'oscuro mucchio di case».
Sono i ricordi di un'infanzia e di una adolescenza serene e favolose che racconterà nelle sue opere, vissute come ricerca di quell'età in cui i rapporti tra l'uomo e il mondo sono più autentici e genuini. Luoghi e suoni che gli fornirono personaggi, sensazioni, panorami, emozioni e atmosfere. Il fratello Aldo a Dirillo si ammalò di malaria e i genitori decisero di mandare i figli a Siracusa, dal nonno materno. Il padre fu trasferito a Butera, dove Elio sotto un ciuffo di canne lesse il suo primo libro che gli fece grande impressione, e poi a Siracusa ed Elio si allontanò dalla Sicilia per diventare quel narratore originalissimo, critico acuto e sensibile, traduttore di talento, geniale organizzatore di cultura, talent-scout generoso e instancabile, promotore e anticipatore di vere e proprie correnti ideologiche e di gusto, una delle personalità letterarie più incidenti e vivaci della cultura italiana del Novecento.

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif