Cultura Inquisizione 09/10/2014 07:40 Notizia letta: 4323 volte

Vizio nefando e Inquisizione nella Sicilia di fine Cinquecento

Parricida, brigante di strada, fabbricante di moneta falsa, per poter condannare chi si fosse macchiato di un tale delitto.
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Madrid - Una penosa e interminabile diatriba si scatenò in Sicilia, durante il regno di Filippo II di Spagna, tra l’Inquisizione Generale e la Gran Corte in merito al foro competente a giudicare le “cause di vizio nefando”.
Già dal 1577 il Duca di Terranova aveva segnalato, in una relazione al sovrano, il vizio nefando, in altre parole la sodomia, come una vera e propria epidemia appestante la Sicilia e, soprattutto, la sua capitale, Palermo.

I processi furono numerosissimi, infatti, nelle ultime decadi del Cinquecento e molti si conclusero con esecuzioni capitali alle quali seguirono i roghi dei cadaveri.
Pur tuttavia a Palermo tali processi non riuscirono ad arginare il fenomeno.
La città viveva una spregiudicatezza ed una libertà di costumi che, a ragione, la proiettarono subito in testa a tutte le classifiche europee.
Nel 1598 Filippo II morì e il figlio, Filippo III, che gli successe sul trono, finalmente riuscì a comporre, seppur faticosamente, l’annosa lite (combattuta a colpi di scomuniche, imposizioni di multe salate comminate dagli Inquisitori a carico del regio fisco, sequestro dei beni e dei servitori del reo) dall’Inquisitore Haedo contro le Istituzioni della Monarchia del padre, rappresentate dal Vicerè Marc’Antonio Colonna.
Il Duca di Sessa, di cui fu segretario e mezzano Lope de Vega, il 17 aprile del 1599 spedisce per conoscenza a Bernardino Cardenas, Duca di Maqueda, Vicerè di Sicilia, una lettera del Cardinale di Santa Severina con la quale l’Inquisizione negava alla Gran Corte il potere di giudicare tali cause.
Il Duca di Maqueda, a stretto giro di posta, vale a dire il 14 maggio seguente, rimanda al sovrano altra lettera ottenuta dall’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede nella quale il Papa dichiarava l’incompetenza dell’Inquisizione siciliana a giudicare le cause di vizio nefando, da lui definito delitto secolare, riservando all’Istituzione solo le cause riguardanti le eresie.
Ne viene fuori un vero e proprio pasticcio. La Gran Corte nel frattempo era stata scomunicata dagli Inquisitori.
Non solo. Nella legislazione secolare del tempo non era stato contemplato il reato “nefando” pertanto il Duca di Maqueda, suggerisce, con molta fantasia, al sovrano di usare capi d’imputazione diversi, fra i più vari, quali parricida, brigante di strada, fabbricante di moneta falsa, per poter condannare chi si fosse macchiato di un tale delitto.
I giochi dell’Inquisizione, però, erano ormai scoperti. Il suo subdolo interesse per accaparrarsi i processi, dovuto al fatto che parecchi suoi “familiari” erano uomini sediziosi spesso coinvolti in storie torbide di sesso, appariva definitivamente frustrato.
Riporto il lungo braccio di ferro finale, avvenuto nei primi mesi del 1584, tra l’Inquisitore Haedo (istigato sicuramente dall’Inquisitore Pena) e il Vicerè di Sicilia Marc’Antonio Colonna, a motivo del quale Filippo II nominerà una commissione ad hoc (los quatro nombrados).
A raccontarlo con dovizia di particolari in diverse lettere, sintetizzate in una relazione riepilogativa per il re dal Consiglio d’Italia, è proprio il Colonna a proposito di un processo per vizio nefando intentato dall’Inquisizione Generale contro un tale Dottor Benedetto Porcaro. Il Porcaro era stato accusato di atti contro natura da ben ventidue pazienti. Altri trenta testimoni avevano deposto pubblicamente contro di lui; di questi, cinque avevano dichiarato di essere stati suoi complici consenzienti. Uno di loro pare, addirittura, che lo avesse sorpreso in compagnia del figlio.
Purtroppo il Vicerè non era di specchiata fama, anzi! Era stato sospettato di diverse strane morti e, cosa ben più grave per l’Inquisizione, intratteneva una folle e sfrontata relazione adulterina con Eufrosina Valdaura Siracusa, una nobildonna palermitana molto più giovane di lui. Lo scandalo aveva oltrepassato i confini di Palermo per giungere fino alla Corte madrilena.
La relazione (interessantissima) porta la data ufficiale del 28 marzo 1584. Otto giorni prima che il Consiglio d’Italia gliel’avesse sottoposta, il sovrano, inspiegabilmente, aveva richiamato a sorpresa il Nostro a Madrid. Ma a Madrid il Vicerè siciliano non giungerà mai perché morirà (avvelenato?) in circostanze misteriose a Medinaceli, un borgo a circa 150 chilometri dalla Capitale Spagnola il 1 agosto del 1584.

CREDITI

Colonna Marc’Antonio, Treccani, Dizionario Bibliografico degli Italiani, Vol. 27 (1982), voce a cura di Franca Petrucci.
Il mare colore del vino, Eufrosina, Leonardo Sciascia, Adelphi, Milano, 2011
Carteggio d’amore tra il viceré Marco Antonio Colonna e la giovane baronessa del Miserendino nella Palermo del ‘500, Licia Cardillo Di Prima, Dario Flaccovio Editore, 2008
Eufrosina, una vicenda vibrante, Marco Scalabrino, maggio 2009

AHNM = Archivo Histόrico Nacional Madrid

Allego la trascrizione dei documenti citati nel mio saggio:

Relazione del Consiglio d’Italia a Filippo II su quanto riferito dal Vicerè di Sicilia e relativo parere del re:

28 de Março 1584

Sobre lo que resulta de las cartas del virrey de Sicilia en materia de Jurisdiction del sancto offi(ci)o y la justicia ordin(ari)a de aquel Reyno.
Ha sido bien ........(etc), y consultarseme luego esto, y en lo de la absoluzion he mandado advertir al Cons(ej)o de Inq(uisici)on lo que me ha parecido convenir, y sobre los puntos contenidos en esta consulta se junten luego los quatro nombrados para ver las otras cosas en que ay diferen(ci)a. Y lo vease todo, y se me avise de lo que pareciere.
F(elipe)

De San Lorenzo. 10 de Abril. 1584

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El Virrey de Sicilia, dando quenta de lo que estos dias ha passado con los Inquisidores, avisa por una carta suya de 9 de Enero que haviendole venido a hablar el Inquisidor Haedo, con occasion de haberle llegado su despacho para la presentacion de la Yglesia de Gergento, le dixo que tenia aviso, que la Inqui(sici)on general ordenava les fuesse remittido el Doctor Benedicto Porcaro, a que el Virrey respondio que se acordasse que quando este negocio se consulto con V.M., se avia tomado apuntamiento de que entretanto que se hiziessen las informa(cion)es de lo que resultava contra el dicho Porcaro y se esperasse la orden de V.M., no se procediesse a acto irretratable. Y que assi, aunque ellos tuviessen orden de su superior, el no la tenia de V.M. de lo que avia de hazer en este negocio, y con este aviso embió el dicho Virrey de nuevo el processo contra el mismo Porcaro, por el qual (demas de la deposicion de veinte dos pacientes y otros treynta de firma publica de que por otra consulta se ha dado quenta a V.M.) consta de otros cinco dichos de otros tantos pacientes, los quales deponen aver el dicho Porcaro cometido el peccado nefando con ellos mismos, y uno d’ellos añade que el vio al dicho Porcaro cometer el mismo peccado con un hijo proprio suyo, no obstante lo qual dize el Virrey que executara lo que por V.M. le fuere mandado cerca la remission del dicho Porcaro a los Inquisidores, no dexando de proseguir en el conoscim(ien)to de los delictos cometidos pretextu officij. Y por otra carta de 16 del mismo avisó, que los dichos Inquisidores avian hecho una Inhibitoria a la gran Corte Criminal por la qual en effecto mandan assi al Presidente como a los Juezes, advocados y Procuradores fiscales y maestro notario, que so pena de excomunion mayor y de mil onças por cada uno que contraviniere aplicaderas al fisco del sancto officio, que Incontinenti se inhiban del conocimiento de la causa del dicho Porcaro y que dentro de veinte y quatro horas remitan al fuero del sancto officio assi la persona del susso dicho como la Informacion hecha contra el, a la qual Inhibitoria el dicho Presidente respondio, que por cuanto en causas civiles ni criminales el no tema voto sino en caso de disparidad de votos, por tanto que no era en su mano el remitirles el dicho Porcaro, pero que por lo que a el tocava solamente le remitia al foro del sancto officio, y pedia a los dichos Inquisidores que annullassen la dicha Inhibitoria, donde no que apellava para ante V.M. y el Inquisidor general y los Juezes de la dicha gran Corte respondieron, que aviendose consultado con V.M. este negocio de acuerdo de todos, no podian tractar de la remission del foro, hasta ver la resolucion que V.M. era servido tomar en ello, y que siendo esta de que se le remitiesse el dicho Porcaro, estavan promptos de hazerlo, y que si todavia insistian en la dicha Inhibitoria apelavan para V.M. y para el Inquisidor general y el Virrey añade que embio a tomar el dicho processo de poder del maestro notario, para guardarlo en palacio, por quitar con esto la ocasion a los dichos Inquisidores de excomulgarle, de que se siguiera mucho Inconveniente y Impedimento al curso de los negocios del Reyno/ Despues por otra carta de 19 del dicho avisa tambie(n) el dicho Visorrey que por quitar a los Inquisidores la occasion de proceder a la excomunion, le avia paresido embiar fuera del Reyno al dicho Porcaro, y assi le hizo meter en una nave que estava a punto en Palermo para yr a la Ciudad de Xaca, ordenando al patron que no le entregasse a persona alguna sino que lo truxesse a España y consignasse a V.M. y al consejo de la general Inquisicion y dize mas, que viendo los dichos Inquisidores que no les remitia al dicho Porcaro, excomulgaron a la gran Corte criminal tocando la campanella por toda la Ciudad, y fixando cedulones de la excomunion por los cantones de las calles de que alli se ha seguido grande escandalo, y que segun entendra publicarian la misma excomunion por todo el Reyno, de que el Virrey ha dado aviso a V.M. por cumplir lo que se le ha ordenado, de que quando alla no se concertaren con los Inquisidores, en los negocios que en los negocios que se ofrescieren lo consulte con V.M. a quien suplica sea servido dar sobre esto la orden que convenga. El qual por otra carta de la misma data dize, que viendo que con estar la gran Corte en excomunion se impedia la negociacion del Reyno, y por curtar el escandalo embio a los dos advogados fiscales a dezir a los Inquisidores que se contentaria de dexar al dicho Porcaro como estava al principio en la carzel, y no embiarlo aca, como estava resuelto de hazerlo, con que ellos absolviessen a la gran Corte, y se sperasse la respuesta de la Consulta que de comun acuerdo se havia hecho a V.M., a que respondieron que no querian ni podian absolver a la dicha gran Corte, en que tenian atadas las manos, si primero no les era remitida la causa y la persona del dicho Porcaro pues no estavan obligados a esperar otra respuesta, sino obedescer al Inquisidor general, y vista por el Virrey esta resolucion, de que tanto de servicio se sigue a V.M. y daño a sus Vassallos, se resolvio de dar quenta d’ello a V.M. con correo proprio, proveyendo entre tanto que los Juezes civiles de la gran Corte conosciessen assimismo de las causas Criminales, aunque cree que por la multitud de los negocios ni haran bien los unos ni los otros, por lo qual suplica a V.M. manda dar la orden que fuere servido para remedio de tanta confussion/ Y por otra carta de los 22 del dicho mes de Enero avisa, que viendo el escandalo grande y Impedimento que se sigue a los negocios por causa de la dicha excomunion, embio con Don Phelipe de Borja a hablar a los Inquisidores pidiendoles que absolviessen a la gran Corte señalando tiempo en que pudiesse llegar aviso de la resolucion de V.M. sobre estos negocios, ofresciendoles de tornar al dicho Porcaro a la primera prision, y no proceder contra el en cosa alguna, los quales respondieron que si el Visitador viniesse en esto se contentaria d’ello, por tener con esto alguna disculpa con el Inquisidor general, y que el dicho Don Phelippe fue a hablar sobre ello al Visitador el qual como confederado con el Inquisidor general no hizo nada en el negocio y haviendo hecho el Virrey la misma diligencia y offerta por medio de los dos advogados fiscales se resolvieron los dichos Inquisidores en que en ninguna manera darian la absolucion, si primero no se complia lo ordenado por la dicha Inhibitoria, y dize el Virrey que la carta que los Inquisidores dezian que tenian para proceder en este negocio de Porcaro, es de cinco de Noviembre y la que el tiene de S.M. sobre esto es de primero de dexiembre en la qual no se le avisó que se huviesse aqui tractado d’este negocio Juntandose para ello los de la General Inquisicion con este consejo de Italia, pero que si se guardasse el acordio y orden de V.M. (de que el no se ha apartado ni apartara un puncto) se excusarian estas excomuniones/ Assi mismo por otra carta de 22 del dicho scrive el Virrey que viendo de quan pono fructo havian sido las diligencias que havia hecho con los Inquisidores para que absolviessen a la gran Corte, se resolviò de enbiar aca al dicho Porcaro con una nave que partia para Alicante, pero haviendo considerado que si entretanto le llegava la orden que esperava de V.M. no la podria executar, y por no haber novedad, mudo de parescer, entreteniendose al dicho Porcaro hasta saber lo que V.M. mandara que se haga en su negocio. Y dize demas d’esto el Virrey, que los Inquisidores tienen todavia presos sus criados, haviendo para ello tan poca causa como ha scripto a V.M. y que aunque han ofrescido de darselos ensiado, no lo ha aceptado, sino los despachan libremente. Y añade que aun esto no es de tanto momento, como lo que de nuevo han intentado, pues toman informazion contra los que el dia de la prision del Cavallero Brancaleon viendo al dicho Virrey apre entre muchas spadas se le ofrescieron de ayudarle contra qualquier persona interpretando que aquella offerta se havia hecho tambien contra el sancto officio, y el Virrey dize que dixeron solamente, aqui estamos para servir a V.M. y que remitte a la prudenzia y consideracion de V.M. si deven ser tractados assi, por accudir a la persona que alli representa la de V.M. por lo qual y por las Injunciones que el Visitador haze a los ministros de Justicia, para que no le obedezcan, no sabe como acertar a hazer lo que toca al servicio de V.M. añadiendo que puede creer V.M. que de todo esto es causa el Inquisidor Pena.
Demas d’esto, por carta de 19 de Enero avisa que un Español llamado Don Lorenzo Pimentel aviendo estado en casa de la Duquesa de Matalon, y tenido a su cargo a sus nietos hijos del principe de Stillano, despues de haver sido despedido de alli, vino a Palermo con mucha necessidad y dando a entender que la causa de haver salido de la casa de la dicha Duquesa era para yrle a servir a el, le recibio en la suya y encomendo sus nietos, hijos de Fabricio Colonna su hijo, y no contendandole el proceder del dicho Don Lorenzo, acabo de algunos dias le despidio, sin hazer con el la demostracion que pudiera, si algunas cosas suyas tocaran a otro que al mismo Virrey, a quien embiando el dicho Don Lorenzo a pedir un pasaporte para salir del Reyno y algunas cartas para España (afin que se entiendesse que yva con licenzia suya) se las nego, principalmente porque havia sido accusado di aver scondito y salvado a un homicida, estando en manos de la Justicia, de que aviendose tomado informazion por la qual se probava bastantemente el delicto, y estando la gran Corte en puncto de despachar la causa, a los 18 del dicho mes de Enero embiaron los Inquisidores a dezir, con un secretario suyo, a los dos advogados fiscales (que a la sazon se hallavan en conferenda) que avian entendido que procedian contra el dicho Don Lorenzo por aver conversado con un bandido, y porque avia depuesto en el sancto officio cosas concernientes a la fee, por tanto ordenavan a los dichos fiscales so pena de excomunion mayor y confiscacion de bienes y officios no procediessen contra el dicho Don lorenzo, y que haziendo lo contrario procederian contra ellos como contra perturbadores de las cosas tocantes al sancto officio, de que los dichos fiscales hicieron relacion al Virrey, el qual ordeno que se sobreseyesse en esto, por aver dado a entender los Inquisidores que se procedia contra el dicho Don lorenzo accusado, por aver tractado en el sancto officio de cosas tocantes a la fee y al dicho Virrey, el qual muestra sentimiento del termino que estos Inquisidores han tenido con el en esto, y remite a la real prudenzia y consideracion de V.M. la consequencia que estos negocios podrian traer para otros de importancia en un Reyno tan apartado como aquel, suplicando a V.M. se sirva de hazer en estas cosas la provision que conviene, y meresce el zelo con que el sirve a V.M.

Esta es relacion de quanto ultimamente se ha scripto el Virrey de Sicilia en estas cosas de inquisicion, de que ha parescido dar quenta a V.M. con la brevedad possible por lo que importa a su real servicio, que dezir que antes todas cosas conviene mandar a los inquisidores absuelvan luego a la gran corte por el inconviniente grande que podria resultar al servicio de V.M. de que el tribunal y ministros de quien pende toda la administracion de la justicia de aquel Reyno se hallen descomulgados, y quanto a todos estos punctos en que consiste esta materia. Paresce que V.M. los deve mandar remittir a las personas a quienes por orden de V.M. esta cometido el tractar d’ella, para que visto lo que à ellos parescera, pueda V.M. mandar proveer lo que mas fuera de su real servicio.
A 28 de março 1584

Copia della lettera del Duca di Sessa al Vicerè Maqueda e conseguente risposta di quest’ultimo:

Copia de Capitulo de carta del Duque de Sessa al Duque Maqueda, de Roma a 17 de Abril 1599

Con esta va una carta que por orden de su Santidad a dado el Cardenal Santa Severina para essos Inquisidores en conformidad de lo que vera V.S. por la copia, creo que sera bien darles la carta en caso que aya certidumbre que con ella dexaran de entremeterse de aquí adelante conozer de aquel delicto per segun suelen ser gente puntual, en no perder punto de juridicion podría ser que no quieran allanarse a dexar la jurisdicion que su Magestad les a dado sin nueva orden suya aun que à sido condicional, de aca no se a podido sacar otro despacho que este, ni a querido su Santidad jamas venir en concederles facultad de relaxar al braço seglar por muchos inconvenientes que dize se han considerado en la congregacion de los cardenales de la Inquisiçion donde se a tratado, V.S. conforme a esto podra encaminar ay lo que mas convenga.

Copia de lettera scritta a li siss.ri Inquisitori di Sicilia per il cardinale Santa Severina

Illustri et molto rev.di Signori
esendo stato esposto in nome de la Maghestad del Re Catholico
alla santità di nostro signore che per confirmacione dell’accordo fatto per ordine della Maghestad sua tra cotesta sua Inquisicione et la gran corte dil regno sua Santidad si contentasse de commettere la cognicione de le cause del peccato nefando è detta Inquisicione con questo pero che da quella se potessero a la corte secolare li rei convinti di tal dilitto perche in questo caso la maghesta sua se ne contentava anco privativamente quanto al foro secolare que altrimenti non se ne sarebbe contentata per non pregiudicare a la debita pena di tal delitto a su Santità que tiene molto a cuore le cose della santa Inquisicione che principalmente consistono in conoscere et punire le heresie per conservacione de la santa Fide cristiana et Catholica non è parso ocuparla nelle cause di questi delitti timporali et per altri ragionevoli et degni rispetti non ha giudicato bene di confirmare il ditto accordo ne che cotesta Inquisicione conosca de i detti delitti in quotesto Regno ni meno di darle facolta o licenza ottenuta tal gracia da su Beatitudine le signorie Vostre non si hanno dá intrommittere ne ingerire in queste cause di delitti nefandi et sodomitici ma lasciarne la cognicione et cura a chi toca di ragione commune.
Et perche dall’Ill.mo Sig.or Duca di Maqueda Vicere di cotesto Regno è stato fato da sua Maghesta et que su santita no si voglia contentare in modo alcuno di dare la dita facolta di relasciare i rei convinti di tal delitto a la corte sicolari, nond(imen)o le ss. VV. vogliono conoscere le dette cause rimanendo li delinquenti senza la debitta punicione pero á suplicato ó che si conceda alli SS. VV la ditta licenza o, vero che si dia ordine che elle non si intromettano in tali cause ma lasciare, la loro cognicione a chi di ragione tocca. La santita del papa inteso bene et essaminato questo negocio maturamente nella congregacione che questa sancta universale Inquisicione ha risoluto firmamente et dichiarato non volerle dare in modo alcuno tale licencia di rilasciare li ditti rei convinti di tal delitto alla corte secolare et conseguentemente ha ordinato et ordina che le SS. VV. non si la abbiano in modo alcuno da intromittere ne ingerire nella cognicione delle ditte cause ma que la debbiano lasciare liberamente et senza impedimento alcuno a quei giudici competenti a chi di ragione tocca et appartene et che cose da parte della santita sua i osservia et faccia intendere a le SS. VV.come pertenoce de la presente da me si fa que debbiano osservare et esseguire á cio che tutte le cose vadano bene et quietamente per servicio de Dio e di su Maghesta comi se spera faranno.
Et non essendo questa per altro saluto le SS.VV. di cuore con offerermi ad ogni loro comando di Roma al primo de Aprile MDXCIX

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Palermo a su Magestad 1599

El Duque de Maqueda, à 14 de Mayo
Recibida a primero de Julio

Con aviso de haverle tenido del Embajador de su Magestad en Roma, de que su Santidad no ha querido que los Inquisidores de aquel Reyno conozcan del pecado nefando, àunque relagen los delinquentes, ni que se embaracen en delitos seglares, sino que asistan a su ministerio con lo demas que a proposito d’estas materias le ocurre.
Y que seria bien que se le espresasse que a los proseguidos de tales delitos ecettuados: se pudiesse por la Gran Corte proseguir tan bien de otros delitos que tienen para cumularles y castigarlos.
Y que se eccetuassen de nuevo otros delitos graves como parricida fabricador de falsa moneta falsarios salteadores de strada y otros espresados./
En llegando a esta ciudad procure entre las demas cosas del servi(cio) de V.M., que se conservase la concordia con la Inquisicion, y porque V.M., manda que los inquisidores no conozcan del peccado nefando sino en caso que su Santidad, les conceda poder relaxar los delinquentes d’el, y que V.M. mandava que este despacho se solicitase en Roma con el Embax(ador), hase hecho la diligençia que V.M., manda, y aseme respondido que su Santidad, no quiere que los Inquisidores se embaracen en delitos seculares, sino que asistan a su ministerio en conformidad de lo qual para que los Inquisidores entiendan se ha hecho por nuestra parte la diligençia necessaria, y negadosele por su Santidad, me a enbiado el Duque de Sessa una carta que dize ser del cardenal Santa Severina en que se les declara la voluntad de su Santidad como se vera por la copia que va con esta que es la misma que me ha embiado el Duque con esto la gran corte procedeva Indiferentemete contra los nefandos.// ofrezeseme que siendo los familiares de la Inquisiçion por la mayor parte hombres sediçiosos y Intricados en muchos generos de delitos graves, conoziendo la Gran corte d’este pecado nefando y de los demas que V.M. á ecetuado en la salva guardia, convendria que V.M. proveyese a que Juntam(ente) con el delito ecetuado que a la Gran Corte concede V.M., de los dichos familiares, conoziese la gran Corte, assi mismo de los demas delitos, de que estuviese proseguido ô deviesse pisseguirse por que ayudaria al delito principal, la averiguaçion de la condicion del hombre en general, y se le acomularia castigo segun huviese lugar y segun su culpa, y no quedarian impunidos, y sin hazerse mençion de muchos delitos con lo qual me á parezido sup(li)car a V.M. sea servido de proveer por que entiendo que los Inquisidores procuraran embaraçar que no se trate de otro delito./
Conozida la sancta mente de V.M., de que á eceptuado de la Inquis(ici)on, el pecado nefando y otros para que por su gravedad sean castigados como conviene, por que los Inquisidores no tienen pena condigna no relaxando ô otras causas que moverian el animo de V.M. se me ofreze representar el parriçida, el fabricador de moneda, el cercenador d’ella, el cautivador de xpianos (cristianos, ndr), y que los compone por dineros, Incendiario talador ô depopulador de campos, discursores, ô salteadores, falsarios, ladrones de hurto magno, pistolete y otros semejantes delitos, sup(li)co, a V.M. mande que en su consejo se vea lo que en este caso sea de hazer, y si conviniere ordenarseme se me ordene pues Juntamente con hallarme obligado a representar su Real servi(ci)o y Justicia, y los Inconvenientes de las cosas lo estoy para obedeçer y cumplir sus Reales mandamientos. Dios guarde la catholica persona de V.M., de Palermo a 14 de Mayo 1599.
Fimato:
El Duque de Maqda
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Al Rey nuestro señor

En manos de Martin de Gante secretario

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Un Uomo Libero.
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