Attualità Comiso 04/11/2014 11:21 Notizia letta: 7956 volte

Sentirsi a casa. La storia di Tatà, dal Mali a Comiso

Sotto un tetto di speranza
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Comiso - Sentirsi a casa. Anche a migliaia di chilometri di distanza dalla propria casa. Non è facile. Anzi, spesso è molto complesso. Specie per chi la propria casa la ha dovuta abbandonare per costrizione e non per scelta. Chi, profugo, ha visto abbattere in un istante sogni e persone. Il progetto di una vita. Un futuro da altri reso impossibile. Un delitto che annienterebbe chiunque.
Ma non Tatà e non chi con lui ha dovuto viaggiare attraverso il solito deserto crudele, il solito Mediterraneo costellato ormai di troppi morti e speranze sempre più alla deriva. La storia di Tatà è la stessa che si avrebbe la tentazione di sintetizzare per migliaia di migranti. Ma sarebbe questo il primo grave errore per chi volesse comprendere e sviluppare il senso di una integrazione possibile. Di un dialogo sempre più necessario. Il fatto è che ognuno ha una storia. Ognuno è un essere umano. Può essere utile ricordarcelo.
Il primo momento in cui Tatà, dall’alto dei suoi due metri e dalle profondità dei suoi occhi scuri, capisce di potersi sentire a casa si materializza in Stefano Solarino, un ragazzo come lui, di appena pochi anni più grande. E’ tra i coordinatori del Centro di prima accoglienza che si trova a Comiso ed è gestito dalla Fondazione San Giovanni Battista in collaborazione con la cooperativa Rel-Azioni. Del giovane Stefano e del suo ruolo in questa storia torneremo a parlare in seguito.
Tatà, sbarcato a Pozzallo a soli diciannove anni, vive i primi giorni italiani in un feudo siciliano all’ombra di consueti campanili cattolici e a pochi metri da una pagoda buddista costruita mattone sopra mattone in questa contrada dal monaco reverendo Morishita. Il religioso giapponese venne negli anni Ottanta e con la forza disarmata della sua preghiera ha sconfitto i missili Cruise della base Nato.
Tatà è venuto qui dal Mali in anno 2014 di Nostra Crisi. La sua preghiera è stampata nel permesso di soggiorno che ormai sogna ogni notte. Un permesso che gli permetterebbe di restare qua, a Comiso. Restare per ricostruire una vita. Questa la sua missione. E per concretizzarla bisogna partire da una casa. Ma quale casa? Le difficoltà per i migranti, anche per quelli in uscita dai progetti di accoglienza, sono decuplicate rispetto a quelle cui deve fare fronte ogni cittadino italiano. Occorre un lavoro stabile, occorre saper parlare bene la lingua italiana e gestire la burocrazia che impone volture, contratti e marche da bollo. Bisogna, in poche parole, essere capaci di sfruttare al meglio tutte le opportunità che un progetto integrato di accoglienza può essere in grado di offrire. Dunque, quale casa per Tatà?
Una possibile risposta sorge quasi del tutto involontaria. E giunge proprio da Stefano, il nuovo amico italiano. È lui che vede su un sito internet alcune immagini di tipiche costruzioni abitative del Mali. “Gli ho chiesto – racconta Stefano Solarino – come vivesse in quel tipo di struttura e come si costruivano le case in Mali. La sua risposta è stata immediata ed è stata un regalo bellissimo per tutti noi”. Il ragazzo alto e forte si mette in azione. Tatà fabbrica i mattoni ad uno ad uno.
“Ci vorrà una settimana – promette ai suoi nuovi amici il giovane malese – e la casa sarà pronta”.
Tatà, in netta controtendenza rispetto ad un certo malcostume italiano, rispetta i tempi della commissione siglata prima di tutto con se stesso. E la casa sorge.
“Ho preparato uno stampo in legno per i mattoni – racconta – poi ho usato come materiale la terra, l’acqua e la paglia. Li ho fatti seccare al sole e li ho posizionati per formare il muro della mia casa. Poi, ho preparato un lungo tappeto di paglia legata con i materiali trovati in giro. Con delle canne di bambù, ho fatto la struttura del tetto, l’ho coperta con la paglia ed ho montato il tetto sul muro della casa”.
Un tetto che, simbolicamente, lo protegge dalla naturale paura di chi ha affrontato “il viaggio”. Un ricordo ancora vivo, sebbene l’età di questo giovane gigante permetta di avere lungo spazio alla speranza e breve corso alla memoria. Ma la memoria ha già uno sforzo terribile da sostenere.
“Ho lasciato il Mali – spiega - per via della guerra. Nel mio paese ci sono due gruppi belligeranti: Musjas e Mnila. Il 27 giugno 2012 uno di questi due gruppi ha ucciso mia madre al gran mercato della mia città di origine. Forse l’hanno uccisa per via dei suoi vestiti tradizionali dei Bourmous. Ho abbandonato la scuola al nono anno, perché alcuni membri del gruppo militare vanno nelle scuole a sequestrare i ragazzi più forti per combattere il governo”.
Tatà non vuole combattere. Tatà vuole vivere e non uccidere. Dunque scappa.
Il racconto della sua migrazione parla di un primo ingresso in Algeria. Permane nel paese del nord Africa per ben quattro mesi. "Un giorno – afferma - ho incontrato un poliziotto algerino che mi ha chiesto il passaporto. Ho provato a spiegare che non avevo nulla di simile e che per via della guerra ho dovuto abbandonare il mio paese senza documenti, però il giudice mi ha detto che dovevo comunque lasciare il paese entro 15 giorni".
Il diritto internazionale, in certi luoghi del mondo, sembra non avere ancora alcun diritto. Inevitabile il passaggio in Libia. Zona d'ombra nella quale si nascondono, in tragica evidenza, maltrattamenti di ogni genere. Stato senza guida e, dopo decenni di dittatura, allo sbando politico.
“In Libia - spiega il giovane malese - ho lavorato per 11 mesi per diverse persone. Un giorno, dopo aver lavorato, chiesi al datore di lavoro di essere pagato. Mi rispose chiamando la polizia e denunciando il fatto che non avevo documenti”.
Le sbarre di un carcere chiudono ancora una volta lo spazio della speranza. I toni del ricordo adesso si fanno drammatici e si fa fatica ad ascoltare parole vere e che non vorremmo fossero tali. “In prigione fui accoltellato e mi pugnalarono nel fianco. Ho trascorso sei mesi lì, sopportando violenze ogni mattina”. Sono le violenze che, in diverse declinazioni, denunciano migliaia di uomini e donne in transito verso l’Europa. Per lo più inascoltati. Anche in anni in cui era ancora possibile avere interlocuzioni politiche, seppur minime, con il colonnello Gheddafi.
“Nella prigione libica – prosegue Tatà - i militari mi dicevano che tutti potevano partire verso l’Europa, e che stavano preparando la barca. Senza pagare niente. Quando siamo partiti, eravamo 115 persone nell’imbarcazione, e siamo rimasti per 3 giorni in mare aspettando la grande nave italiana”.
La “grande nave italiana”, per fortuna, arriva. E’ ancora una volta l’operazione “Mare Nostrum” a salvare i profughi. Strategia di salvataggio discussa, discutibile ma che, vista dalla prospettiva di chi parte dal Nord Africa, vuol dire soltanto “salvezza”. Non è poco e lo si capisce.
“Siamo arrivati a Pozzallo il 10 giugno 2014”. È una frase pronunciata tutta d’un fiato. È la rinascita che vivono tutti i migranti al momento dell’approdo. È un respiro, un pianto, un grido che è gioia e dolore insieme. Anche per Tatà.
Dunque il feudo di Canicarao è il luogo di prima accoglienza. Per costruire una prima “casa” come luogo simbolico e reale per piantare nuove radici e nutrirsi di nuova linfa.
Ultimata la prima fase di ospitalità, oggi il protagonista di questa storia è ospite presso il progetto del sistema per richiedenti asilo e rifugiati “Farsi prossimo”. Un progetto gestito sempre dalla Fondazione San Giovanni Battista. A Canicarao ha lasciato la sua casa di paglia e mattoni, oltre che una consistente manciata di buoni ricordi. In quel luogo ha trovato un gruppo di amici, quasi suoi coetanei, che nel campo del sociale operano con professionalità e con il cuore.
A pochi chilometri dalla sua “casa” si trova l’attuale centro di accoglienza, gestito con eguale serietà e spirito di fratellanza.
“Questo ragazzo – racconta Antonello Licitra, responsabile del progetto Sprar “Farsi prossimo” – vive la fase di attesa del suo permesso di soggiorno. Un momento molto delicato per tutti i richiedenti protezione internazionale. È stato ascoltato dalla Commissione territoriale di competenza alla quale ha raccontato la sua storia. Per quanto ci riguarda, possiamo dire che si tratta di un giovane collaborativo e molto disponibile a tutte le attività che, come progetto Sprar, proponiamo. Sta imparando bene la lingua italiana, è sano e robusto. Lavoriamo per la sua piena integrazione nel territorio. Tatà, infatti, ha espresso il desiderio di rimanere a vivere in provincia di Ragusa. Come previsto dal sistema nazionale di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, lo aiuteremo anche economicamente per i primi mesi di affitto della sua nuova casa. Lo guideremo dando seguito al percorso di integrazione. Di questo ragazzo, ne siamo certi, resterà al centro un ottimo ricordo anche tra gli operatori”.
Dagli ampi spazi esterni della struttura è possibile ancora indovinare in lontananza la collina con la pagoda di Morishita. Un monumento alla pace, al dialogo. Un sogno che si realizza in questa terra di frontiera dove il suono delle campane dei Vespri incrocia un silenzioso mantra e accompagna le preghiere di chi verso La Mecca trova il proprio riferimento. Al crocevia di differenti afflati spirituali e culturali si trova oggi anche Tatà. Qui è la sua casa. Da qui i passi verso il suo prossimo destino.

Antonio La Monica