Cultura Modica 24/11/2014 23:25 Notizia letta: 5272 volte

La famiglia Mazzara e la chiesa di San Pietro

La figura di Petra
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Modica -  Nel voler comprendere le vicende architettoniche e storico artistiche della chiesa di San Pietro di Modica in altre occasioni abbiamo ricordato Petra Mazzara che col suo testamento del 1666 dona tutti i suoi beni alla chiesa di San Pietro di Modica e le rendite derivanti saranno determinanti per oltre due secoli nel finanziare molti interventi nella stessa chiesa. A questo ruolo dobbiamo aggiungere il ruolo della sorella di Petra, Francesca e soprattutto del fratello il sacerdote Don Giuseppe Mazzara
Andiamo per ordine. La chiesa di San Pietro era stata ricostruita ed ampliata già durante il Cinquecento e soprattutto nel secondo Cinquecento (vedasi a tal proposito P. Nifosì, Il maestro delle chiese, Fu l’honorabile Mauro Galfo il primo architetto modicano sta in La Sicilia, domenica 11 agosto 2013; Mauro Galfo, La cappella Riva e alcuni grandi cantieri ecclesiastici di Modica del Cinquecento, sta in Ragusanews.com 12.8.2013.) Nel 1588 era quasi completa e Don Giovanni Enriquez Cabrera, Governatore generale e capitano d’armi della Contea e della Nuova Terra di Avola e di Spaccaforno, cavaliere gerosolomitano, fratello di Ludovico II e figlio di Luigi Ludovico II, Conte di Modica, finanzierà i lavori della cappella maggiore, facendola decorare con pitture e sculture e ottenendo di poter titolare l’altare maggiore all’Immacolata Concezione in cui ancora oggi si trova il simulacro dell’Immacolata (un’opera del secondo Settecento di Pietro Padula), destinando a quell’altare un dipinto e contestualmente chiederà al Papa la concessione di indulgenze (Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 37, cc. 373r-374v, 30 giugno 1588; cc 389r-390v, 11 luglio 1588; vol. n. 38, c. 250, 17 marzo 1589). Cinquantadue anni dopo, nel 1640, problemi statici della copertura absidale centrale fanno decidere per un nuovo intervento riguardante quella copertura, intervento realizzato in alcuni mesi nel 1641. A finanziare l’opera questa volta sarà il sac. Don Giuseppe Mazzara. L’incarico sarà dato al capomastro milanese Antonino Ferrata, attivo in quegli anni sia nella Contea di Modica e sia a Noto. Il Ferrata sfabricherà l’arco maggiore e tutto il secondo ordine dell’abside e lo ricostruirà articolando le pareti con dieci semi pilastri, oltre alla contestuale ricostruzione della volta in pietra. Inoltre farà tre grandi finestre ovali strombate, una sopra l’altare centrale e le altre due nelle pareti laterali. Al centro dell’abside nel catino sistemerà uno scudo araldico in pietra di Giuseppe Mazzara, in sostituzione dello scudo araldico della Collegiata fatto di legno. Realizzerà ancora un altro scudo araldico del Mazzara sopra il “dammuso” (volta), oltre ad una scultura di San Pietro (non si capisce la collocazione di queste due ultime opere). Il costo previsto è di duecento onze. Il tutto sulla base di un disegno redatto dal Ferrata (Modica, Archivio di Stato, notaio Giardina Lorenzo, n. 225, vol. n 11, cc. 745v-747v, 7 dicembre 1640).
Di quell’intervento sono ancora leggibili le due finestre ovali, mentre di quella centrale sopra l’altare rimane la cornice all’esterno dell’abside essendo per il resto stata murata dopo il terremoto per la rimodulazione dell’area absidale con uno stemma che non sarà quello di Giuseppe, ma quello della sorella Petra. Le finestre ovali rimandano a moduli stilistici già barocchi. Il ruolo di Giuseppe Mazzara sarà molto significativo in quegli anni. Gestirà in primo luogo i fondi da lui stesso donati oltre a quelli della sorella Francesca e di suo cognato, il cavaliere gerosolimitano Francesco Echebelz, marito di Francesca, entrambi defunti (Francesco Echebelz nel 1634 e sua moglie Francesca nel 1635) (Modica, Archivio di Stato, notaio Giardina Lorenzo, n. 225, vol. n. 4, c. 759v-761r, 13 marzo 1634; vol. n. 6, cc.60r-62v, 11 settembre 1635).
Giuseppe Mazara fa testamento nel 1639, nominando erede universale sua sorella Petra, moglie del barone Giovanni Pipi, barone di Stallaini. Questa non potrà, però, disporre liberamente di quanto ereditato e, oltretutto, dopo la sua morte, in mancanza di figli, deve succedere nei beni del testatore per la metà Giacomo Mazzara e per l’altra metà la Collegiata della chiesa di San Pietro. Per testamento, inoltre il testatore assegna alla chiesa di San Pietro i frutti derivanti dal credito di circa 1700 dovute da Don Francesco Echebelz, nipote del cavaliere gerosolomitano omonimo che sarà governatore della Contea negli anni quaranta. Alcune somme il testatore le destina per la officiatura di messe perpetue per l’anima di suo padre Calcerano e di sua nonna Petra, sepolti nella cappella Mazzara dedicata a Sant’Agata, esistente nel lato sinistro dell’abside della chiesa di Santa Maria di Betlem, dove ancora oggi resta lo stemma della famiglia nella cappella absidale dell’ala sinistra (Modica, Archivio di Stato, notaio Lorenzo Giardina, n. 225, cc. 707-726, 11 luglio 1639).
La nonna dei tre Mazzara, Petra o Petruzza Mompalau, figlia di Calcerano del Gozo ed il marito Antonio, che si erano sposati a Malta, saranno sepolti nella loro cappella la cui titolazione a Sant’Agata risulta già nel 1537 (Modica, Archivio di Stato, notaio Vattipedi Pera, n. 174, vol. n. 1, c.3, 4 settembre 1537).
Dopo la sua morte Giuseppe vorrà essere sepolto nella cappella all’interno della chiesa di San Pietro, dove era stato sepolto frate Francesco Echeblez (cavaliere dell’ordine gerosolomitano), suo cognato, in attesa di poter costruire la sua cappella, in cui dovrà essere collocata una tela con la Morte di San Giuseppe. Già Giuseppe Mazzara nel 1635, in qualità di procuratore del legato di Margherita Giuga, aveva incaricato gli argentieri Matteo lo Castro di Palermo e Giuseppe Marino di Napoli per due candelabri monumentali (alti tre metri circa) (perduti) per il costo di 60 onze (Modica, Archivio di Stato, notaio Rizzone Francesco, n. 209, vol. n. 35, cc. 5v-7v, 9 settembre 1635).
Giuseppe finanzierà, insieme ad altri, l’urna argentea di San Pietro, nel 1643 ed il suo stemma risulterà affianco all’apostolo Giovanni. Quella cappella voluta da Giuseppe Mazzara sarà realizzata in cinque anni tra il 1665 e il 1670, per volontà di Petra Mazzara e col consenso del cugino il Dott. Camillo Celestri da parte dei maestri Antonio e Silvestro Calisti, padre e figlio residenti a Carlentini. Il costo previsto fu considerevole: novecento quaranta onze. Si tratta delle due cappelle ancora esistenti nella navata sinistra dopo il fonte battesimale: due cappelle con quattro “cappelluzze” che il terremoto del 1693 risparmiò. Di queste ancora hanno caratteri secenteschi la prima entrando sul lato sinistro e la quarta difronte alla prima, con colonne tortili, mentre le altre due centrali dove si trovano i dipinti con La consegna delle chiavi e con la Morte di San Giuseppe, sono state ridecorate nella prima metà del Settecento. Il tema della seconda tela, realizzata insieme all’altra su citata nel Settecento, trova ragione nelle volontà testamentarie di Giuseppe Mazzara (Modica, Archivio di Stato, notaio Ragusa Egidio, 31 agosto 1666).
Le due cappelle si aggiungono alle due che si trovano sull’altro lato della chiesa nell’ingresso in sagrestia, in una delle quali resta ancora la volta a esagoni e croci, datata 1620. Queste due cappelle, tamponate tra fine Ottocento e primo Novecento dovrebbero coincidere con quelle commissionate dal dott. Melchiorre Lorefice e volute per volontà testamentarie di Donna Vincenza e Donna Lucrezia Palermo. A realizzarle sono chiamati i maestri Teodoro e Vito Dierna, padre e figlio, di Ragusa, secondo un disegno consegnato loro dai procuratori (Modica, Archivio di Stato, notaio Francesco Rizzone, n.209, vol. n. 26, cc. 491v-493v, 21 agosto 1619).
La famiglia Mazzara è documentata fin dal sec XIV. Il suo stemma consiste in “un segno d’armeria nella parte superiore dello scudo, detto dai Francesi ‘Chief’, cioè capo di color celestino, o bronzino, vogliam dire, e nella inferiore, e maggiore di esso scudo, due linee, che vanno ad unirsi in punta d’angolo acuto, fino a toccar il segno con la cuspide, formano quella d’una figura di tre lati, di color nero in campo d’oro”. Questo stemma che rimane così fino a Giuseppe, con Petra sarà integrato dalla mezzaluna riferita al barone Pepe di Stallaini. La forma triangolare è stata interpretata come una campana. La presenza della famiglia Mazzara a Modica è documentata fin dal 1378: un Francesco Mazzara, in quell’anno, risulta testimone in una pubblica scrittura, un Giacomo Mazzara ottiene una concessione da Bernardo Cabrera. La famiglia sarà presente nei secoli successivi. I nostri di cui stiamo discutendo (Giuseppe, Francesca e Petra) sono figli di Don Calcerano e di donna Vincenza Celestri. Giuseppe prende gli ordini sacerdotali ed è ricordato con “chiara fama di virtù”, mentre Francesca andrà in sposa a Francesco Echebelz cavaliere gerosolomitano, e che sarà Mastro Giurato, Mastro Portulano, Mastro Razionale e Conservatore della Contea; Petra andrà in sposa a Don Giovanni Pepe, barone di Stallaini e del Fullo (F. Abela, Della descrizione di Malta, isola nel mare siciliano con le sue antichità, pubblicato a Malta nel 1647 e ristampato in copia anastatica a Malta nel 1984, pp. 496-50).
Se nel Cinquecento la storia della famiglia è legata alla chiesa di Santa Maria di Betlem, a partire dagli anni trenta del Seicento sarà legata alla chiesa di San Pietro.
Paolo Nifosì
1587. Si costruisce l’arco della cappella maggiore della chiesa di San Pietro e si acquistano 2000 tegole per coprire la stessa cappella (Modica, Archivio di Stato, notaio Spadaro Vincenzo, n. 195, vol. n. 9, c.203).

1588. Concessione dell’altare maggiore della chiesa di San Pietro a Don Giovanni Enriquez de Cabrera, Governatore generale della Contea, Capitano d’armi della Contea e della Nuova Terra di Avola e di Spaccaforno, “miles sacrae religionis hierosolomitanae” (Giovann Enriquez dovrebbe essere fratello di Ludovico II e figlio di Luigi Ludovico II). La chiesa a quel momento è “quasi completa in eis operis” per il suo aiuto e i suoi favori. “Fuit expedita ala praedictae Ecclesiae cum compluribus cappellis versus domos Magnifici Michaeli de Jurato nec non maior pars Cappellae Maioris Ecclesiae praedictae”. L’Enriquez costruirà nella Cappella Maggiore “cum picturis et sculpturis sibi benevisis intus Cappellam Maiorem” ( Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 37, cc. 373r-374v, 30 giugno 1588).

1588. Obbligazione dei Procuratori della chiesa di San Pietro con don Giovanni Enriquez de Cabrera per titolare l’altare Maggiore della chiesa all’ Immacolata Concezione e per collocarvi un dipinto della stessa. Si fa obbligo di non fare superare una certa altezza all’altare sottostante. Giovanni Enriquez Cabrera è procuratore del Conte di Modica Don Aloisio Enriquez Cabrera (Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 37, cc.389r-390v, 11 luglio 1588).
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1589. Essendo stata costruita la nuova cappella maggiore nella chiesa di San Pietro i Giurati di Modica per conservare i “giugali” della cappella donano un’arca di legno che si trovava inutilizzata nella chiesa di Sant’Antonio (Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 38, c.237, 4 marzo 1589).

1589. Il Governatore Don Giovanni Enriquez Cabrera chiede la concessione di indulgenze al Papa per i fedeli della Cappella Maggiore della chiesa di San Pietro dedicata all’Immacolata Concezione. La cappella è stata già costruita (Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Pietro, n. 175, vol. n. 38, c.250, 17 marzo 1589).

1619, 7 luglio. Obbligazione dei maestri Antonino Paci dei figli Matteo e Francesco di Paola e Nicola Lorefice col dott. Melchiorre Lorefice procuratore di Margaritella Ferraro e degli eredi di donna Vincenza Palermo per la fornitura di cantoni di pietra “necessari per lo nuovo edificio di due cappelle quale si haveranno da fari nella Ecclesia di San Pietro di Modica” (Modica, Archivio di Stato, notaio Trindullo Francesco, n. 208, vol. n. 15, cc. 691v-692v, 7 luglio 1619).

1619. Maestro Teodoro e Vito Dierna, padre e figlio, di Ragusa s’impegnano con il Dott. Melchiorre Lorefice procuratore di Dorotea Lorefice sua moglie e di Margaritella Ferraro sorella ( di Margaritella?), figlia ed erede di Gaspare e di Alessandro Scarso, esecutore testamentario delle volontà di Vincenza e Donna Lucrezia Palermo a fare due cappelle dentro la chiesa collegiata di San Pietro nel luogo loro indicato secondo il disegno consegnato loro dal Lorefice e da Scarso per i seguenti prezzi: “ li cantuna tagliati plani et li pezzi passando per cantuna ad onza una e tarì sei lo centinaro li colonni plani per quattro cantuni sono ad onza una e tarì dodici lo centenaro ita che volendoli intagliare et scannellari a giornata a ragioni di tarì quattro e grani dieci lo giorno li capitelli a giornata a tarì cinco lo giorno lo dammuso con li soi risichi ad onza una e tarì sei lo centenaro lo scorniciato a grana quindici lo palmo lo cornichiuni di sopra che si ha da mettiri a lo fori di detta cappella a lo quali ci habbia da fari lo dentello a ragioni di tarì uno e grani cinco lo palmo li bastonetti et menzi indetti et undi a la riversa a grani dicissetti lo palmo la maramma di rustico quali ha di Aurifici di palmi cinco di…a tarì novi la canna li fossati li divono fari fari detto di Laurifici e detto Scarso e li cappelli che ci sono hogi li divino fari sdirrupari li ditti Laurifici e Scarso e di piu ditti mastri diviono sdirrupari lo muro di l’arco per asittari l’opera di la cappella e per lo sdirrupamento li hanno di dari onza una et lo chino chi resta sobra l’arco di dentro li hanno d fari sdirrupari detti Laurifici et Scarso (Modica, archivio di Stato, Notaio Francesco Rizzone, n. 209, vol. n. 26, cc.491v-493v, 21 agosto 1619)
Codicilli 18 agosto 1620. Maestro Teodoro Dierna riceve da parte del dottor Melchiorre Lorefice onze 56 pro manifattura cappelle. Periti Giuseppe Francalanza e Francesco de Capitio…(?).
17 ottobre 1620 Ricevuta da parte di Teodoro e Vito Dierna di onze 104 per la castruzione delle cappelle).
1635, 9 settembre. Maestro Matteo lo Castro di Palermo e maestro Giuseppe Marino di Napoli conosciuti da Francesco Brutaneo(?) e da Alberto Messina e maestro Melchiorre Scolaro abitante a Scicli s’impegnano col sacerdote don Giuseppe Mazzara di Modica, tesoriere e procuratore del legato di Margherita Giuca, con il rame lo stagno e il ferro a fare e costruire un paio di candelieri di rame “gialmo” di altezza di palmi dodici di rame battuto di martello con li tramenzi con li palli di abaxo abodari di ramo filmo infra che ditti candelieri divino essiri di piso di r.a centoquaranta cioè r.a novanta di ramo gialmo e r.a cinquanta di stagno e plumbeo di la parti di dentro magistralmente e pulitamenti fatti conformi l’arti lo domanda et conformi a lo disigno fatto e per essi maestro Matteo e Maestro Giuseppe consegnato e riconosciuto per detto di Mazzara sottoscritto per esso di Mazzara per lo canonico don Angelo Alfieri e don Girolamo Palermo e per detti maestri quali disegno restao in potere di detto maestro Matteo e maestro Giuseppe, et l’anima di detti candelieri li devono fare di legno e di piso r.a 140…per il prezzo di onze 60. A margine vi sono due codicilli con la registrazione dei pagamenti effettuati, uno dell’11 febbraio 1636 e uno del 17 marzo 1636. In un atto a seguire del 30 settembre del 1635 il maestro Giuseppe Marino riceve somme per l’acquisto di rame a Messina e per il sua trasporto a Modica (Modica, Archivio di Stato, notaio Rizzone Francesco, n. 209, vol. n.35, cc.5v- 7v, 9 settembre 1635).
1639, 11 luglio. Testamento del sac. Giuseppe Mazzara, fratello di Francesca e Petra Mazzara. In primo luogo il testatore vuole essere seppellito dentro la Collegiata chiesa insigne e degna di San Pietro dove al presente è sepolto frate Francesco Echebelz, cavaliere dell’Ordine gerosolimitano, suo cognato, finchè non sarà fatta la cappella del testatore in detta Collegiata di San Pietro e nel momento in cui sarà fatta detta cappella vi sia seppellito. In secondo luogo nomina erede universale sua sorella Petra Mazzara, moglie di Giovanni Pipi, barone di Stallaini. In terzo luogo il testatore decide che la detta Petra Mazzara non debba vendere i suddetti beni da lei ereditati e quelli avuti in dote per il matrimonio con il barone Giovanni Pipi. Può solo disporre la detta Petra Mazzara per opere pie di cento onze di questa eredità e di trecento onze dei beni della dote. Dopo la morte di Petra Mazzara, in mancanza di figli, deve succedere nei beni del testatore per la metà dei beni Giacomo Mazzara del quondam Antonio Mazzara e per l’altra metà la Collegiata Chiesa di San Pietro, ed “ evento casu”? la predetta Mazzara e la Collegiata debbono restituire ottocento onze della restituzione della dote della quondam Vincenza Mazzara sua madre portata in dote a Calcerano Mazzara suo padre in virtù dell’atto di matrimonio redatto dal notaio Rizzone il 4 maggio 1592 ( non si capisce meglio questa parte delle sue volontà).
Se dovesse verificarsi il caso suddetto e cioè che detta Colleggiata insigne e più degna di San Pietro di questa predetta città dovesse succedere nella metà di detta eredità e dote di detta Petra Mazzara, in questo caso i frutti di detta metà si habbia da fare un alternativa e quelli consequitare cioè un anno la detta collegiata e un altro anno una delli infradetti chiesi e monasteri et conventi cioè la chiesa di Santa Maria delle Grazie, Patrona di questa città, la chiesa di Santa Maria di Betlem, la chiesa dell’Ospedale sotto il titolo di Santa Maria della Pietà, qualsivoglia convento e monastero di monaci e monache fundati e da fondarsi fatti e da farsi in questa predetta città et di reguli di mendicanti e reformi di reguli e che ognuno et ognuna di loro possa consequitare e avere un’annata di detti frutti, cioè un anno la detta collegiata e una annata delle suopra detti chiesi e conventi e monasteri fundati e da fondarsi. Ogni dieci anni un’annata deve essere assegnata ad un parente d’esso testatore che non sia Don Giacomo Mazzara e dei suoi eredi; lascia al SS. Sacramento di detta Collegiata per la celebrazione della messa solenne del Giovedì tutti li giugali d’esso testatori quattro corporali (di cui due al sacerdote don Vincenzo Mazzara e due a don Gaspano Puglisi) oltre al calice d’argento per celebrare messe per l’anima del testatore della defunta sua madre Vincenza, della defunta sua sorella Francesca, del defunto suo cognato fra Francesco Echebelz; lega inoltre il testatore una messa quotidiana alla chiesa di Santa Maria di Betlem da aggiungere alle messe già dedicate in quella chiesa al padre Calcerano Mazzara suo padre e alla nonna Petra, inoltre il testatore istituisce un beneficio da pagarsi con la rendita di alcuni vignali per il salario di un canonico della collegiata per la celebrazione di messe nella suddetta collegiata titolato (il suddetto beneficio) alla Morte di San Giuseppe per la sua anima e per l’anima della quondam Vincenza Mazzara et Celestre sua madre, per tale beneficiato indica il sac. Don Vincenzo Mazzara suo “consobrinum” e morto questi don Giuseppe Vassallo Paolo suo nipote e morto questi la scelta del beneficiato sia fatta dalla sorella Petra Mazzara; inoltre il testatore dichiara che l’anni passati essendo passato a miglior vita fra Francesco Echebelz, suo cognato, ed avendo lasciato alla chiesa di Santa Maria della Grazia , patrona della città, certi orti nella fiumara di questa città e i cui frutti come dichiara esso testatore (l’Echebelz) secondo il testamento redatto nella città di Palermo presso il notaio Mariano Zapparata devono essere spesi per la fabbrica d’una cappella con la figura di nostra signora della Grazia quanto più sontuosa e bella possa venire con uno scudo dell’Arme di detto quondam Francesco Echebelz e dopo spendersi detti frutti di detti orti per compra di giogali di detta chiesa e per ripari di fabbrica di detta chiesa. E nel caso si decidesse l’istituzione di una collegiata in quella chiesa quei frutti possano essere utilizzati per un beneficio; per tale motivo il testatore da il suo consenso; inoltre il testatore, essendo beneficiato di un beneficio dentro la chiesa dell’Annunziatella vecchia e dentro la chiesa di San Leonardo, nomina altri beneficiati; inoltre il testatore essendo creditore di 850 onze da parte di Don Francesco Echebelz per atto fatto dalla quondam Francesca Echebelz sua sorella destina queste 850 onze alla chiesa collegiata di San Pietro; inoltre essendo il testatore creditore di don Francesco Echebelz di scudi duecento, destina questa somma alla chiesa di San Pietro; i frutti delle onze 850 dovuti da Don Francesco Echebelz per legato fatto dalla defunta donna Francesca Mazzara serviranno in parte per pagare alcune somme all’arciprete dott. Simone lo Nigro e ad altri canonici, 400 onze si investiranno nell’acquisto di terre i cui frutti serviranno per la celebrazione di messe quotidiane, 400 onze, per compra di quanto serve per l’officiatura e per fare un dammuso alla cappella maggiore di detta collegiata, secondo lo tabernaculo del SS. Sacramento, et essendo dinari bastanti s’abbia di complire la fabbrica sopra la cappella maggiore et una porta all’ala del Santissimo Sacramento; inoltre il testatore avendo in contanti onze 100 pervenuti da un legato della quondam Francesca Echebelz, queste spettano alla chiesa di San Pietro, insieme ad un “vagili” d’argento dovuto dal Dott. Camillo Celestre; inoltre il testatore essendo creditore di Don Francesco Echebelz di onze 560 per terre nell’isola di Malta di esso testatore vendute da questi(Echebelz), i cui frutti gli spettano dopo la morte prima dell’Echebelz e poi della sorella Francesca, questi frutti spettano alla chiesa di San Pietro, e s’habbiano da spendere per fabbricare una cappella nella detta chiesa di San Pietro con un quadro di pittura della morte del Glorioso San Giuseppe nella quale dopo fatta e fabbricata detta cappella s’habea e debea di seppellire esso testatore; il testatore elegge come fidecommissario ed esecutore testamentario suo cugino Don Vincenzo Mazzara
In un codicillo del 12 luglio 1639 il testatore integra con le seguenti volontà testamentarie. Destina alla chiesa di San Pietro onze 20 dovute da Don Girolamo Palermo come per legato della sorella Francesca vedova di Fra Francesco Echebelz; inoltre onze 4 di cenzo bullale su un capitale di onze 80; inoltre onze trenta per lascito di sua sorella Donna Francesca per fare due pezzi di tappezzeria per l’altare del SS. Sacramento; inoltre onze 60 dovuti da Don Francesco Echebelz per la gabella del bosco di Pesana sempre per legato di donna Francesca; inoltre di onze 80 dovuti da Don Francesco Echebelz; inoltre di onze 155 dovuti da Don Francesco Echebelz ; inoltre onze 70 dategli da parte del canonico Don Angelo d’Alferi per compra di tavoli per lo tetto di detta collegiata al tempo della vita del quondam fra Francesco Echebelz. Inoltre nomina come economo del legato della sorella Francesca l’arciprete Dott. don Simone lo Nigro e Ottimo Assenza
Item esso codicillaturi vuole e comanda have ordinato e ordina che detto Don Francesco Echivelz stando all’accordio aretenus (actenus) li giorni passati fatto fra detto codicillaturi e detto don Francesco nello quali accordio erono menzi don Vincenzo Mazzara e don Dott. Camillo Celestre di avere detto don Francesco a pignorare et con patto che retrovenendo vendere a detto codicillaturi scuti tremila di beni stabili in territorio di Ragusa in controdadi Rende….
Ulteriore codicillo del 15 luglio 1639. Il testatore ordina che morto don Giacomo Mazzara senza eredi figli legittimi la metà dell’eredità sua e della dote di Petra Mazzara debba passare a donna Isabella de Mazzara moglie di Paolo Vassallo sorella di don Giacomo Mazzara e morta Isabella senza figli questa eredità debba passare alla chiesa di San Pietro e alle altre chiese e conventi come gia scritto precedentemente
In un ulteriore codicillo del 16 luglio il testatore ordina che l’apparati di seta rosa, di corallo rosa, d’argento anti altare ed altri cosi per esso di Mazzara fatti alla chiesa collegiata di San Pietro siano in potere di don Vincenzo Mazzara suo cugino per servizio della chiesa (Modica, Archivio di Stato, notaio Lorenzo Giardina, n. 225, cc. 707- 726, 11 luglio 1639).
1640. Obbligazione del capomastro Antonino Ferrata, milanese, abitante a Noto, con il sac. Giuseppe Mazzara per costruire il dammuso dell’abside centrale della chiesa di San Pietro.
Maestro Antonino Ferrata, milanese, abitante a Noto s’impegna col Sac. Don Giuseppe Mazzara di Modica “ a tutti so travagli, spese e materiale, fabbricare et complire la cappella maggiore della chiesa collegiata insigne e più degna di questa città di Modica, sotto titolo di San Pietro, Principe degli Apostoli, di questo modo, cioè habbia da levare et scavalcare l’arco di detta cappella maggiore e quello di novo fabbricare e assettare sopra il cornicione che tira(?) nella navi di detta chiesa di pezzi di forti per quanto teni l’imposta di detto arco con farci lo cornicione che serve per imposta di petra di forti, et sopra detto arco fare il cornicione di petra di franco conforme quello che al presente è di tavoli con farci due menzi pilastri nelli cantoneri del modo che sono l’altre nella nave di detta chiesa;
item habbea di sequire lo cornicioni che è in detta nave di petra di franco per tutta la detta cappella maggiore dell’istesso modo e forma che è nella nave, et sopra detto cornicione ci habbea da fare per ogni lato due pilastri et l’anguli con li menzi pilastri di petra di franco dell’istesso modo et forma sono l’altri pilastri nella detta navi di detta chiesa, li quali pilastri siano al numero di dieci compliti con lo zoccolo, capitello et cornicione conforme sono quelli di detta nave;
di più habbea di fare tri finestroni, uno sopra la cappella della Madonna Santissima della Concezione di palmi sei et dieci di luci; l’altri dui una di un lato et l’altro lato di palmi cinque et otto di luci sgorgiati tutti di dentro et di fori cioè lo sgorgio di dentro sia di palmi tre un palmo di tobuledo, et lo restante sgorgiato di fori tutti di petra di franco quatri;
di più habea da fare et complire in detta cappella sopra li pilastri per quanto gira detta cappella la cornice dell’istesso modo e forma che è quello della nave di detta chiesa;
di più sopra detta cornice s’obbliga fare un dammuso di tufo di menzo punto, et a gavita guarnito di respichi, et fari di petra franca d’intaglio conforme appare nel disegno con questo però, che dentro detta gavita habea di venire una gula o, cornice circuì circa, et nel mezzo l’arme del detto di Mazzara, cioè una petra di franco d’arme della grandezza conforme sono l’arme et scuto di legno deorato di detta collegiata che al presente sono sopra l’arco;
di più s’obbliga fabbricare di maramma di rustico complita di dientro e fori col suo architravo friscio et cornici di petra di taglio di franco per quanto gira detta cappella et arrivare insino allo tenso(?) dello detto dammuso con li canali dell’acqua fori detta cornice per quanto saranno necessari con farci l’armi di detto di Mazzara con altro scuto come quello di sopra, et li terzi dell’archi et dammuso habbiano di essere di fabbrica massizza; più sopra detto dammuso s’obbligao invalatare di balati della salvia, che siano per ogn’una di palmi dui longhi, et palmo uno e menzo larghi intagliati una con l’altro; e per finimento sopra detto dammuso habea di fare una lucerna conforme domanda l’arte e pure una statua di San Pietro ad elettione dello detto di Mazzara. Lo resto delli cantoneri di detta cappella nella parti di fori habbiano d’essere della stessa larghezza di petra di franco con lo filetto di franco et detta maramma habea d’essere ben fatta, magistralmente, giusta di filo a piombo e ben mazziata, conforme domanda l’arte.
Detta cappella s’obbliga detto mastro blanchiare di gisso, et calcina, et volendo detto di Mazzara detto bianchiato di pulviri di marmo quella habea di comprare detto di Mazzara; et volendo detto di Mazzara stocchiare detta cappella lo blanchio resta per lo detto mastro et questo a tutti i travagli spese, et materiale et mastria dello detto di Ferrata come sopra con incominzare a fare detta fabrica a primo di gennaro 1641 et dare complito l’arco di detta cappella allo primo di quaresima e tutto lo resto di detta fabbrica complita di tutto punto per tutto lo mese di Augusto
Per raggione di travaglio preso per materiali e altri cosi necessari per fare detta fabrica di unzi duecento di denari…
Perché per fare detta fabrica vi è fatto designo quali è rimasto in potere mio per tanto in quello mancasse nel presente contratto s’abbiano di regolare con detto designo remasto in mio potere sottoscritto di loro mano; et detto di Ferrata per lo presente s’have obbligato per tutto lo presente mese di dicembre fare ratificare acceptare, laudare et pienissime confirmare lo presente contratto per persona idonea della detta città di Noto, et habili benvista al dottor Camillo Celestre barone di Cammei.
Come codicilli all’atto nel marzo del 1641 risultano pagamenti al maestro Antonino Ferrata, Antonino Falesi di Noto e Vincenzo Scarrozza di Noto. (Modica, Archivio di Stato, notaio Giardina Lorenzo, n. 225, vol. n. 11, cc. 745v-747v, 7 dicembre 1640).

1664.Si fa rifewrimento alla elezione di “due canonici in detta chiesa Madre o due cappellani per celebrare due messe quotidiane con l’elemosine di onze 12 per ogn’uno. Nella cappella da edificarsi nuovamente in detta chiesa Madre (Modica, Archivio capitolare della chiesa di San Pietro, vol. Eredità baronessa Pietra Mazzara, 1664, c.4v)

1664. Volle anche che il procuratore, completata la cappella, dovesse sopra li frutti dei beni donati comperare cinque lampieri d’argento e ponerci l’armi nella quantità e qualità ad esso benvisti (Modica, Archivio capitolare della chiesa di San Pietro, vol. Eredità baronessa Pietra Mazzara, 1664, c.5r).

1665. Maestro Antonino Calisti e maestro Silvestro Calisti, suo figlio, della città di Carolentini al presente qua in Modica Ritrovati..s’hanno obbligato e obbligano alla Donna Petra Mazzara, baronessa di Stallaini relitta del quondam Ioanni Pipi olim barone Stallaini di questa città di Modica e con l’accettazione del Dott. Don Camillo Celestri, barone di la Chiana suo cogino a fare due cappelle magistralmente fatte nella chiesa del Principe degli Apostoli San Pietro del modo e forma conforme il disegno sottoscritto di mano propria dalli detti mastri e del sac. Don Antonio Salemi per nome e per parte di essa Chiesa di San Pietro quale disegno restò in potere di me notaio così anco lo sfondato con quattro cappelluzzi dentro conforme al disegno d’una di detti quattro cappelluzzi con li scaluna, con suoi dammusi di tufo ad alamia, con suoi risichi lavorati, et con li scuti lavorati del istesso ordine d’immenso con sua cruci scorniciata d’immenso conforme il lavoro con quattro finestri dentro lavorati et ribiscati di la parti di fora scorniciati con tutto quanto e quello ricerca al opera, il pavimento di detti cappelli sia et eletto da detta Signora Donna Petra si lo vorrà di petra di Ragusa o di mattoni stagnati, l’archi di detti cappelli di la facciata di la parti de la chiesa il vacante palmi quattordici proporzionati secondo regoli d’arte, con suoi piedistalli di petra di la salvia secondo la forma del disegno, li colonni di petra…nostra pirrera, intendendo tutta l’opra sia attaccata con li colonni tutta di petra franca…conforme s’intende in detto disegno li cappelletti dentro li (piedistalli?) di la petra di la salvia conforme sopra rabescati conforme comparisce in detto disegno li vacanti delli cappelli di larghezza palmi quarantaquattro…tutti quelli cosi chi s’hanno da fare a detti cappelli conforme comparisce in detto disegno conforme s’ha detto sopra ….
E questo per mercede, travaglio, manifattura prezzo di petri, materiali et tutto quello e quanto entra in detta opera di onze novecentoquaranta denari..quali onze 940 detta signora Donna Petra have obbligato et obbliga pagarli a detti maestri qui in Modica..e quello che si paga sia scritto per mano del sacerdote Don Pietro Amodio, quali mastri come sopra sia tenuti et obbligati come per il presente s’hanno obbligato et obbligano alla detta signora Donna Petra stipulanti donarci detti cappelli spediti di tutto punto fra spacio e termine d’anni cinque d’oggi innanzi, da contarsi, quali mastri s’obbligano farci in detti cappelli quattro altari di petra d’intaglio con soi cartocci o conforme al disegno o pure conforme piacerà a detta Signora Petra, ita che lo finimento di detti cappelli di frunti(?), cantuneri et cubula habiano da essere conforme quelli della cappella delli …..( manca la parola) hanno da essere dalla parti di dentro plaustri(?) lavorati, rabescati et scannellati, eccettuati li cappelletti piccoli che hanno d’essere conforme la pianta e non altrimenti
Testes Baro don Iacinto Valseca, don Atonius Calvarius, don Cosi..Rizzone
Codicilli a margine: 6 febbraio 1667. I maestri Antonino e Silvestro Calisti, padre e figlio ricevono da Petra Mazzara onze 130; 13 luglio 1669 il maestro Antonino Calisti riceve dai procuratori onze 200; 29 dicembre il maestro Antonino Calisti riceve onze 110; …1670 il maestro Antonino Calisti riceve onze 108; 16 ottobre 1670 il maestro Antonino Calisti riceve onze 85; 12 febbraio 1671 il maestro Antonino Calisti riceve onze 60; ..1671 il maestro Antonino Calisti riceve onze 55. (Modica, Archivio di Stato, notaio Ragusa Egidio, n.223, vol. n. 26, cc.870 e sgg.)

Nelle foto, Santa Maria di Betlem 

e San Pietro. Le cappelle Mazzara.

Paolo Nifosì