Cultura Scicli 28/11/2014 20:39 Notizia letta: 2766 volte

La Fornace nella memoria percettiva

Un mattino di fine estate del 1974
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Firenze - Ho sempre vivido nella mia memoria l’episodio di tale intensità che vissi durante il giorno dell’apparizione della Fornace nella mia vita affettiva e percettiva
Era un mattino di fine estate del 1974.

Il sole batteva le ciglia dalla ragnatela della notte per togliersi il sonno. Le nuvole se ne stavano appese in cielo a dondolare come fiocchi da lutto nei portoni antichi di Scicli e il sole rachitico cominciava a cuocere la fine sabbia africana.
Non si muoveva foglia.
Vento misero d’estate.

La scena era illuminata dal sole appassito del mattino. L’ambiente era saturo di salsedine e di volo basso di uccelli; quando, d’improvviso, tutto mi apparve in una luce insolitamente splendente. Il sole velato e paffuto faceva brillare il mare come uno sciame di stelle cadenti. Era qualcosa che semplicemente non ero riuscito a notare prima in altri luoghi. La distrazione e il consueto defluivano lentamente altrove, quasi impacciati e un interesse nuovo rinvigoriva la mia attenzione.
Stavo ora di colpo scoprendo il reale aspetto dell’ingegno umano.

Il venerabile manufatto brillava - nonostante la luce resinosa - della più affascinante rugosità della materia e faceva vibrare il mio cuore come se avesse voluto abbracciarmi nella sua maestà. Mi sentii pervaso da una indescrivibile sensazione di gioia e di profonda unità, in uno stato di incantevole pace interiore. Non ho idea di quanto a lungo rimasi rapito in quel luogo. Luogo che emanava odore di radici nascoste, di gesta macerate, di ingegno sepolto.

Quella visione in me: rideva e piangeva a un tempo.
Leggevo il contesto con tutti i sensi: la decodifica dell’immagine con gli occhi, la frescura del vento teso con la pelle, l’odore dell’erba e il fragore delle schiume del mare, il sapore pastoso del vociante scirocco che appiccicava nell’aria.
Quel paesaggio: era uno splendore immerso in un estraniante silenzio.

Dentro la testa un coro di voci lappose ripetevano frasi pregevoli della storia dell’architettura udite nelle aule a Firenze. La notte del tempo - per quel manufatto - invece di riposarlo aveva vissuto notti inquiete e delittuose. Le malefatte degli uomini si leggevano tutte e a chiari tratti. La lama della spietatezza umana aveva tagliato con crudeltà il cordone ombelicale con la vita della sua attività.
Vedevo il luogo e non lo vedevo vuoto di senso.

Il silenzio era rotto solo dal respiro del mare, dal volo basso e sfarfallante degli uccelli e dallo scodare delle lucertole sul muro a secco. Sentivo quel luogo era abitato dalle anime di chi aveva lì speso il lavoro, l’impegno, l’ingegno. Come sagome trasparenti vedevo quella popolazione laboriosa in cooperazione e complicità affettuosa. Le azioni di chi aveva edificato con perizia e fatica, si leggevano tutte. Pietra su pietra in ricorsi perfetti, semplici modanature in una materia vera e austera.

Ma ricordo il turbamento che provai non appena quello splendore lentamente svanì dietro le spalle e di nuovo mi incamminai sul sentiero sabbioso tra le dune verso il borgo di Sampieri.

(estratto da uno scritto in corso di edizione)

Ph. P. Bellia

Pasquale Bellia
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