Cronaca Comiso 19/12/2014 17:50 Notizia letta: 8474 volte

Fabio, da Comiso, jihadista de' noantri

Ha 27 anni, il convertito
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Comiso - Fabio C., 27 anni, comisano, dal cattolicesimo alla Jihad, la guerra di aggressione e conquista contro i non-musulmani al fine di sottomettere questi e i loro territori al dominio islamico.

C'è anche questo ragazzo ibleo fra le file dell'esercito tagliateste estremista islamico. 

Sono uomini inabissati applicando la “taqiya”, l’arte islamica di camuffarsi per rendersi invisibili al mondo di sopra. Hanno spento la luce sulle loro vite “normali”, spogliando progressivamente l’identità democratica e occidentale fino a ridurla a brandelli, e, infine, a simbolo del Male.

Un obiettivo da combattere con progetti sovversivi, coltivati nel segreto del fondamentalismo armato, sotto la bandiera nera dello Stato islamico. Si chiamano Massimiliano, Filippo, Fabio, Giampietro, Sergio, Donoue.

Eccoli, gli jihadisti italiani. «Lupi solitari». Una quarantina in tutto. Età tra i 19 e i 42 anni. Sono figli, fratelli, padri della “porta accanto” che hanno risposto alla «dawa», la chiamata della Jihad. Nel nome di Allah e della sollevazione contro l’Occidente colonizzatore operata dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, sono diventati foreign fighters.

Partono dall’Italia, tra il 2013 e il 2014, per arruolarsi nelle cellule jihadiste dell’Isis attive in Siria e Iraq. Hanno storie e percorsi simili a quello del genovese Giuliano Ibrahim Delnevo. Il “Califfo Ibrahim”. Un «eroe», per il padre. Un «martire» per i guerriglieri dell’Islamismo.

Di un plotone di «combattenti dello Stato islamico partiti dal nostro Paese», ricorderete, aveva parlato quest’estate il ministro Alfano: «Quarantotto persone », aveva detto il capo del Viminale. Sottolineando, però, che «solo due hanno nazionalità italiana » (il ministro citò Delnevo, morto nel 2013 in Siria, e un «giovane marocchino naturalizzato che si trova in un altro paese europeo »).

Repubblica è ora in grado di raccontare — per la prima volta — chi sono e dove provengono i combattenti italiani. Chi li ha arruolati. Come è iniziato il processo di identificazione con la Jihad globale. E che, in realtà, sono molti di più dei «due» di cui ha parlato il ministro Alfano.

 
Un rapporto riservato della nostra intelligence li divide tra “italiani” e “naturalizzati”, figli di immigrati di seconda generazione. Per l’anagrafe sono tutti italiani. Finiscono sotto i radar dell’antiterrorismo. Le informazioni raccolte sugli jihadisti italiani sono state trasmesse da Roma alle forze di polizia dei Paesi lungo i quali si snoda il filo dei loro spostamenti: una ragnatela che ha come centro il «buco nero della Turchia».

Lo definiscono così al Viminale. Sono transitati quasi tutti da lì. Provenienti da Torino, Modena, Comiso, Mantova, Milano, Como, Cantù, Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Biella. E diretti, soprattutto, nel Nord della Siria. Il «monitoraggio » dedicato ai foreign fighters nostrani segue lo stesso protocollo adottato dai responsabili delle agenzie di sicurezza internazionali per tutti i combattenti stranieri — circa 20 mila, di cui almeno 3mila europei — approdati in Medioriente per irrobustire le fila dei miliziani dell’Isis e alleati.

Fabio C., 27 anni, di Comiso. Chi è? Senza lavoro, dopo aver frequentato «gruppi italiani e nordafricani che coltivano rapporti con network jihadisti», in particolare “Sharia4”, Fabio «manifesta l’intenzione di raggiungere i teatri di guerra». Uno, da subito: la Siria. Quella che Ibrahim Delnevo chiamava la “mia via”. La via di Allah. Fabio, come Delnevo, si mette in moto. La Turchia è un passaggio strategico. Il «buco nero».

«Perché — spiega la fonte — una volta arrivati lì, i teatri di guerra sono alla portata, ed è più facile far perdere le proprie tracce»
 

Spiegano gli analisti che la “cifra” di queste cellule jihadiste è la composizione. Estremamente «liquida». I capi della rivolta anti-Assad reclutano soldati, tutti addestrati e arabofoni, che attendono la «dawa», la chiamata della Jihad, anche mesi. Molti arrivano da fuori. Dai Paesi dove vivono. O da dove transitano. Muovono anche da Venezia, Milano, Cantù. Come Ben A.M., che ha solo 19

Avanti e indietro. Mitragliate permettendo. Ammar Bacha, jihadista di ritorno, è partito da Cologno Monzese. Il 10 settembre ha raccontato a questo giornale che faceva parte di un «piccolo gruppo: 200 persone, tutti civili». Lascia l’Italia nell’aprile 2012, segue le orme di un amico, Haisam Sakhanh (l’elettricista 4lenne che nel 2012 guidò l’assalto all’ambasciata siriana a Roma prima di unirsi ai ribelli ad Aleppo, ndr). La “sponda” turca, poi il fronte siriano. Nel rapporto riservato degli investigatori ci sono anche loro. I foreign fighters non italiani partiti dall’Italia: dodici in tutto quelli “registrati”. Giovani, tra i 22 e i 41 anni. Le nazionalità: Tunisia, Marocco, Bosnia. Quattro gli jihadisti combattenti — tre iracheni e un pachistano — che hanno soggiornato a lungo in Italia: dove si ritiene abbiano fatto «opera di proselitismo e reclutamento ».
 

Redazione
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