Sport Bandiere 20/12/2014 00:35 Notizia letta: 2531 volte

Un calcio folle per una società ancora più folle

La casacca
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Ragusa - Sono tifoso della Juventus. Segue le zebre da quasi cinquanta anni. La mia formazione preferita è la celeberrima Zoff Gentile Cabrini Furino Brio Scirea Tardelli Boniek Rossi Platini Bettega. Una equipe di club tra le più forti mai apparsa nel continente europeo.
Ma con l’età ho rallentato, continuando a seguire la mia squadra, a guardare le partite anche di altre squadre, sia quelle imperdibili (il Barcellona di Messi, il Manchester United di Ferguson, la Sampdoria di Vialli e Mancini allenati da Boskov) sia quelle alle quali mi costringe mio figlio che è invece un ultrà, comprese anestetizzanti Parma-Chievo o Atlanta-Cesena.
Ma sempre con occhi distratti, e partecipazione ai minimi sindacali. E però ho notato, specie negli ultimissimi anni, un preciso accanimento da parte di tutti coloro i quali hanno parte in causa nel meraviglioso mondo del pallone (se non fosse, per tutta una serie di motivi, lo sport più bello di tutti non avrebbe il seguito, mondiale, che ha). Un accanimento finalizzato a distruggere il bellissimo giocattolo. Almeno in Italia.
Ma senza scomodare le figure davvero estreme del movimento, dal presidente della Sampadoria, il giocherellone Ferrero, o il suo collega dell’altra sponda cittadina, il geoano Preziosi, quello dei giocattoli, che dopo la sconfitta con la Roma ha serenamente affermato che si spiega perché c’è l’indagine Mafia Capitale dopo aver visto la partita.
Mi fermo a livelli ben più bassi, ovvero a quelli d’immagine, superficiali. E in tema di immagine mi limito a quella che prima e più d’ogni altra appare all’appassionato di calcio come anche al più distratto telespettatore: la maglia. La casacca, si diceva un tempo.
Senza tornare a parlare – come infatti nessuno più parla – dell’inesistente attaccamento alla maglia, posto che i giocatori, professionisti a tutti gli effetti, cambiano squadra anche più volte in una stessa stagione, e considerato inoltre che molti sono quelli che non stanno a pensare al fatto che se hai giocato nel Milano puoi andare a giocare ovunque tranne che nell’Inter e viceversa (vale ovviamente anche per Juve e Toro, Lazio e Roma, Genoa e Sampdoria), mi limiterò all’aspetto “fisico” della maglia, nel senso di cotone (o più probabilmente tessuti sintetici di quelli “tecnici”). È chiaro a tutti che le esigenze del marketing e degli incassi derivanti dal merchandising impongono a ciascuna squadra di avere più maglie: la ufficiale e altre due di riserva. Per decenni la Juventus ebbe la classica a strisce verticali bianconere di uguale dimensione, e quale seconda (e solo quella) la maglia gialla. Poi venne la maglia tutta blu, poi quella oro, poi quella bianca e striscia centrale tricolore, e quest’anno si è tornati al blu scuro e quale terza maglia un verde che nella tradizione del team torinese non esiste proprio. Lo stesso vale per l’Inter, che dallo scorso anno si presenta in campo con maglia nera e solo finissime strisce azzurre, e come seconda maglia un rosso sgargiante che farebbe piuttosto pensare ai cugino berlusconiani. Ma avere più maglie significa vendere e quindi incassare di più. Lo comprendo. Quanto davvero non comprendo è perché a Torino, allo Juventus Stadium si incontrano, per una delicata sfida di campionato, la Juventus contro la Sampdoria e in campo sono scesi i torinesi con una maglia blu scuro e i doriani con una maglia rossa. Ma se avessero vestito entrambi la loro prima ed ufficiale maglietta, bianconeri e blucerchiati, con la oggettiva impossibilità di confondersi, cosa c’era di male?

Saro Distefano