Cultura Scicli 29/12/2014 10:01 Notizia letta: 4955 volte

U rausanu i sutta, u rausanu i supra

Sotto e sopra
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Scicli - Nella Vecchia Oporto non lontano dalla Torre dei Chierici c’è un antico negozio che ricorda la mia vecchia Sicilia, un mondo quasi scomparso che però ha saputo resistere con tenacia all’oblio del tempo e ha continuato a vivere come sublimata memoria.
Un “ultramarino” ancora intatto con scaffali usurati e lucidi di grasso, pieni di scatolette dai vivaci colori, di commestibili e droghe, sui quali gli anni hanno lasciato una polvere rara, la polvere della poesia dei ricordi.
Non potevo non pensare, guardando questo negozio, a due altri negozi molto simili che polarizzarono a Scicli per quasi un secolo la vita, ne scandirono il ritmo, ne raggrumarono le necessità e le attese.
Li aprirono due fratelli che venivano da Ragusa, spinti da un processo migratorio che all’inizio del Novecento interessò le sperdute terre del Sudest siciliano.
Piccoli empori o bazar, “ultramarini” appunto, molto simili a quello di Oporto.
In paese fu la novità.
Questi due signori sposarono donne di Scicli e qui misero radici e famiglia.
Nessuno li chiamò mai con il loro vero cognome, Massari, ma con un soprannome che tradiva la loro antica provenienza: i Rausàni.
In una realtà come quella sciclitana, frammentata da una miseria indotta, ebbero lo stesso successo che, molte decadi più tardi, avrà il primo supermercato.
I due fratelli vissero in una concorrenza leale che li aiutò a crescere e a radicarsi nel cuore della gente.
U “rausànu ri sutta”, Massa Vanni, apriva il suo negozio nei locali nei quali oggi è ospitata l’”Antica Farmacia” quasi a ridosso del celebre Palazzo Beneventano.
U “rausànu ri supra”, Massa Franciscu, affacciava il suo negozio qualche metro più avanti, sui locali del Circolo di Conversazione, proprio nella nuova ed elegante Via Nazionale.
Gente onesta e commercianti seri, s’integrarono nel tessuto cittadino con rapidità e destrezza, caratterizzando la vivace vita del centro.
Di fronte al “Rausànu ri sutta”, infatti, u zu Viciénzu u ucciéri (=il macellaio) vendeva la sua carne e un sanguinaccio tiepido e profumato dentro un pentolone piazzato ogni mattina sulla pubblica via. Nelle immediate vicinanze si trovavano la ricevitoria del lotto (frequentatissima); la sala da barba Pluchino, ritrovo preferito da gente sfaccendata e chitarristi virtuosi; la celebre sartoria Zacco e, dulcis in fundo, il bar/caffè di Donna Zudda a Bummardùna, frequentato da giocatori d’azzardo. Questo caffè era anche un laboratorio artigianale di pasticceria molto rinomato per le teste di turco; per i gelati e i cannoli; per le pesche, antico dolce ebraico consistente in due piccoli panini tondi imbevuti d’alkermes tenuti attaccati da morbida crema pasticcera; per un torrone di cedrata e d’aranciata confezionato a forma di cuore.
Si vendeva di tutto in queste drogherie.
Al minuto, spesso a credito.
Respiravo la salsedine dei Mari del Nord nel puzzo delle “pale” di baccalà ostentate quasi sulla porta d’ingresso e delle altre spezzettate a mollo, idratate e gonfie dentro una grande vasca, pronte per la cottura.
Sacchi di zucchero a pezzi, aperti sull’entrata, tentavano la golosità dei ragazzini. Da altri sacchi, si attingevano legumi di tutti i tipi con un grosso e rudimentale mestolo. Chiusi in enormi vasi di vetro caffè tostato in grani e cacao.
E poi formaggi, caciotte, ricotte ancora calde dentro il caratteristico canestrino di giunco (=vascedda) o forma di canna intrecciata (=cavagna); pasta sfusa, sarde salate e pesce sott’olio stipati in profumatissime scatole di latta giganti, regne(=aringhe); olive e sott’aceti in grandi fangotti (=piatti di ceramica) di Caltagirone.
Ancora mi pizzica le narici l’odore pungente del bicarbonato d’ammoniaca per dolci venduto a piccole quantità come la soda per confezionare il sapone, come la liscivia, usata dalle lavandaie o il celeberrimo “lavatacchi” (un prodotto chimico sbiancante per il bucato).
Ricordo il colore e il rumore sfrigolante della carta paglia nella quale si avvolgevano le compere.
D’inverno si vendeva il carbone; tutto l’anno, invece, lumini di cera e il petrolio per rifornire i lumi: la corrente elettrica non arrivava nelle campagne e nelle grotte ancora abitate.
La Domenica delle Palme le grandi “intorce” votive di cera, da portare per grazia ricevuta alla Vergine Addolorata in Santa Maria La Nova, ostentavano, appese alla parete esterna, un vivace fiocco rosso.
Olio d’oliva a misurini, farina, crusca. Mortadella profumatissima e salami. Dieci lire il panino farcito con quindici di mortadella.
Una luce strana ma innegabilmente mediterranea incendiava le vetrinette, scintillava sugli occhi dei bambini in lacrime che strattonavano la mano della madre per un pezzo di zucchero magari messo a nota o una formella di marmellata di cotogne o un pezzo di cioccolata o più di rado qualche caramella.
Un realismo magico è svanito, quasi a nostra insaputa, lentamente sotto i colpi di un progresso massificante e anonimo.
Scicli d’antan, malinconica, sa essa stessa d’ultramarino, di negozio coloniale, di baccalà appesi ad un chiodo, crocifissi sul muro della Storia.
I vecchi vicoli oggi mostrano case chiuse, sprangate ad una modernità che fugge verso mete lontane, impensabili un tempo per chi abitava dentro vetuste mura.
E le bettole non esistono più, dove i bari facevano affari d’oro grazie alla complicità del vino cattivo, mentre il bollito danzava allegro dentro una pentola perennemente posta sul fuoco.
Anche il circolo di conversazione, spoglio e deserto, sembra quasi avere scordato gli antichi fasti, dimenticato i suoi cari fantasmi.
Solo Ciccio u rausànu, ultimo erede di quella grande famiglia, resta.
E’ ancora là, al suo posto, i capelli bianchi e le inevitabili rughe degli anni, nel suo antico bazar “u rausànu ri supra”, eroe metropolitano e icona di un passato che non si decide a morire.
Mi riconosce e mi accoglie con un sorriso ad ogni mio ritorno, grida da lontano il mio nome.
Per il suo semplice esistere, mi conforta l’idea che l’ultimo pezzo della nostra storia viva ancora con lui.

Un Uomo Libero.
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