Cultura Palermo 05/01/2015 12:23 Notizia letta: 5534 volte

Al di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento

La mostra a palazzo Zito
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Palermo - Due giorni a Palermo. Pretesto: la mostra ‘Al di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento’, curata da Sergio Troisi e Paolo Nifosì (Villa Zito, fino al 9 gennaio 2015, promossa da Fondazione Terzo Pilastro. Italia e Mediterraneo, catalogo Silvana Editoriale). Più che un pretesto, a dire il vero: la curiosità di visitare la mostra mi è venuta subito, appena avutane notizia; curiosità e desiderio di conoscere sempre meglio questa Sicilia, di cui si sa e si percepisce la ricchezza culturale, ma della quale molti di noi foresti conoscono solo sprazzi di storia. I ricordi del liceo ci parlano ancora dei secoli sonnolenti (ma è del tutto vero?) della presenza spagnola, quando le antiche nobili città siciliane divennero città di provincia di più vasti regni, fino a quando nell’Ottocento non riapparvero i segni di una rinascita economica, culturale, sociale. La frettolosità dei programmi scolastici del liceo –terzo anno, maturità in vista- ci faceva leggere qualcosa di Verga e di Capuana, di Pirandello; solo alcuni di noi, pochissimi, hanno avuto notizia di De Roberto. E solo negli anni successivi avrei incontrato le opere di Sciascia, Vittorini, Brancati; di Quasimodo studiai poco le opere, senza nemmeno capire quanto in lui ci fosse di siciliano. Poi vennero Gottuso, Tomasi di Lampedusa, Guccione e i film di Rossellini e di Visconti, e tanti altri che finalmente alzarono il sipario, così che la visione della Sicilia e della sua cultura di questi due ultimi secoli, pur tra tante lacune, poté, finalmente acquistare contorni più definiti, colori più vivi, toni meno convenzionali.
E la mostra di Palermo mi incuriosiva particolarmente, anche perché, lo confesso, di questo Ottocento artistico siciliano non sapevo quasi nulla.
Non ho certo gli strumenti culturali per poter commentare la mostra dal punto di vista storico-artistico. Sto leggendo con interesse nel catalogo i densi saggi introduttivi di Paolo Nifosì e di Sergio Troisi e leggerò le schede e gli altri articoli.
Ho però percezione netta del senso di stupore provato davanti alle tante, tantissime opere esposte: stupore per l’abilità tecnica e per la tensione poetica nell’illustrare, filtrando la visione attraverso la lente dell’anima e della coscienza civile, paesaggi di sogno, di straordinaria bellezza dove sempre (rarissimi i casi contrari) è presente l’uomo e il segno del suo lavoro. Presenza forte, a volte predominante, capace persino di attribuire significati e linguaggi al paesaggio che altrimenti di per sé non avrebbe; oppure presenza appena accennata, suggerita da una figura minuscola e lontana, da un cenno di strada, da un casolare solo intravisto. Un paesaggio che trae forza e che si esprime sempre e comunque attraverso una storia. E mi è subito sorto il pensiero che la Sicilia è la sua storia.
Anche durante il viaggio in auto, nella lunga strada che da Scicli va a Palermo e poi nel tragitto inverso, nello sfilare immenso, eterno, di monti, di pendii, di meravigliose solitudini, l’occhio si posava d’istinto sulla casa diroccata in fondo a una valle, sul gregge di pecore o sulle vacche allo stato brado che pure presupponevano un pastore, sulla strada che serpeggiava lungo un costone o sul ponte o sul sentiero deserti, ma dove indovinavo i segni di una storia, di vicende, di vite trascorse e di altre ancora presenti se pur nascoste.
La Sicilia è la sua storia.
Sì, lo so, questo si può dire di quasi ogni contrada della terra. Ma qui si ha il senso dei millenni, come se qui non ci fosse soluzione di continuità tra il non-tempo degli dei, tra l’età del mito degli eroi e questo nostro tempo, questo di noi uomini.
Una storia che si sta spezzando.
Il paesaggio immenso dei monti, la vastità infinita del mare con le rocce a picco, si spezzano negli agglomerati informi di case, nei quartieri della periferia di Palermo, nelle coste violate dai formicai umani costruiti in questi ultimi decenni. Palermo stessa costringe oggi il visitatore, che come in pellegrinaggio cerca la bellezza della Cappella palatina o di San Giovanni degli Eremiti, a venire a patti con i posteggiatori abusivi, a schivare il pattume delle strade, a servirsi di bar sudici. Palermo, dalle splendenti luci natalizie del centro dove però basta svoltare l’angolo per constatare il degrado della sporcizia e della muffa.
Cos’è accaduto? E’ un tarlo, un tumore che sta invadendo ogni angolo? Che sta fiaccando le coscienze, minando il senso civico, distruggendo la coscienza di sé, alimentato dall’indifferenza?
Nella mostra curata da Nifosì e Troisi possono essere rintracciati vari fili conduttori. Uno di questi, che mi ha interessato particolarmente, è quello dell’evidente stretto collegamento tra l’ambiente culturale siciliano, nelle sue espressioni più elevate degli artisti e dei committenti, con le correnti culturali europee e italiane più vivaci. Già l’Esposizione nazionale di Firenze del 1861 (a pochi mesi dall’Unità italiana) ma poi anche le altre che si sono succedute fino alla Biennale di Venezia, come scrive Nifosì, mettono in luce la capacità, forse l’ansia, sicuramente l’intelligenza, del mondo culturale siciliano di confrontarsi non solo con Napoli, Roma e Firenze, ma anche con Parigi e con Vienna, raggiungendo esiti e livelli apprezzati anche negli ambienti più esigenti. In questo leggo anche il dramma esistenziale di un’Isola che guarda lontano e sogna e ama i grandi spazi del mondo, un’Isola che conosce le lunghe rotte che solcano i mari più lontani, che accoglie i visitatori con la solare generosità di chi sa che nel pellegrino può sempre celarsi il dio nascosto; il dramma di un’Isola che al tempo stesso si chiude in sé, affascinata da sé stessa, dalla sua bellezza, dal suo inesauribile consapevole compiacersi in sé stessa.
Il viaggiatore, il foresto si ferma davanti a tanto mistero e sa di non poterne scrutare i segreti. Leopoldo Franchetti nel 1876, lasciata la sua verde Umbria, partito da Roma e giunto in Sicilia, ‘al di là del faro’, dopo aver attraversato le prime città, inizia ad addentrarsi nel vasto deserto, nel diradarsi della vegetazione e dei campi coltivati, nelle valli e alture montuose di un mondo sorprendente, avverte ‘una sorta di miraggio morale’, nel quale si celano realtà mai viste. Espressione strana e in parte indecifrabile, ma che sentiamo anche nostra quando sostiamo in silenzio, affascinati e dubbiosi davanti al ‘miraggio morale’ di tanta grandezza. Sergio Troisi nelle parole di Franchetti legge sia la manifestazione del dubbio di un inganno (il miraggio/inganno della realtà? della bellezza?), sia il segno della componente etica, profondamente, radicalmente umana di questa infinità, di questo smisurato paesaggio. Chi di noi ancora si accostasse alla Sicilia chiuso negli stereotipi ereditati dalla letteratura scolastica o dal cinema di maggior fortuna (quelli delle terre assolate e riarse, delle lingue ermetiche, delle donne ammantate di nero, della sete polverosa, dei silenzi lugubri dei deserti) non potrebbe che considerare un miraggio le nostre rocce vestite di pini e di cipressi, le valli color smeraldo degli aranceti, i boschi e i prati verdi e blu nel cuore dell’inverno, la ricchezza sontuosa degli uliveti, l’eleganza ordinata dei muretti a secco, la ricchezza e la pace delle mandrie libere per i monti coperti di pascoli. Miraggio ‘morale’ perché mai disgiunto dalla storia, dalla cultura e dalla tensione etica di un popolo che ha saputo rigenerarsi nei millenni.
C’è da chiedersi se tutto questo durerà: come non pensarlo percorrendo le grandi sale della mostra palermitana. Questa bellezza esiste ancora? Quanti e quanti i luoghi distrutti, immiseriti, involgariti: immediato e facile è il confronto tra quei dipinti e le immagini che abbiamo costantemente sotto gli occhi. Certo abbiamo ancora lacerti, brandelli, isole nell’isola che sanno nella sostanza ancor oggi trasmetterci quelle emozioni. Sapranno resistere al cancro che pare volersi propagare e che pare voler tutto omologare? A questa smania che vorrebbe appiattire ogni casa, ogni piazza, ogni costa al modello delle periferie in cui la cupidigia, la sporcizia, l’indifferenza, l’ignoranza sembrano avere il potere di trasformare ogni città, strada e piazza in un agglomerato informe dove ognuno abbatte, edifica, scassa, apre, sopraeleva, occupa, col solo obiettivo del guadagno, della rendita, dell’affare. In questo mondo, la bellezza, la pace, l’armonia, sapranno resistere?
La Sicilia è la sua storia.

Sandro Foresto