Lettere in redazione Modica 07/01/2015 14:51 Notizia letta: 6623 volte

La mia Tac al Maggiore di Modica

Riceviamo e pubblichiamo
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Modica - Sono una cittadina, una contribuente ed una paziente. Il mio intento non è quello di denunciare l’ennesimo caso di “malasanità”, quanto quello di voler rendere pubblica la mia storia affinché possa essere utile per migliorare l’attuale status della sanità a Modica ed in Sicilia in generale. Lo scorso mese di maggio mi sono sottoposta ad un controllo ematico di routine.
Dalla lettura delle analisi, alla luce di alcuni valori alterati, il mio medico di famiglia ha ritenuto opportuno prescrivermi un esame ecografico completo all’addome.
Meno di un mese dopo mi sono sottoposta ad un’ecografia, presso il Poliambulatorio di Modica Bassa, quello che tutti chiamiamo “Cassa Mutua” o “Ex Inam”. Ad una prima lettura il referto mi rassicura.
Leggo “Tutto regolare” , ma verso la fine invece trovo scritto: “Vescica scarsamente repleta con discreto versamento ascitico nello scavo pelvico” ed una indicazione quasi marginale: “si consiglia TAC”.
Riesco ad ottenere la possibilità di effettuare una TAC d’urgenza, presso l’ospedale “Maggiore” di Modica.
Ringrazio la disponibilità del nosocomio ed eccomi sottoposta all’esame più approfondito.
L’esito è molto, troppo, ben diverso da quello dell’ecografia. Il referto della TAC infatti parla chiaro: versamento ascitico in tutta la cavità addominale, con noduli sparsi ed infiltrati – reperti riferibili a “Carcinosi peritoneale”.
La distanza e la differenza netta tra il referto dell’ecografia con quello della TAC è abissale oltre al fatto che, chi legge comprenderà, apre orizzonti e scenari di vita incredibilmente differenti.
Mi spiegano che è impossibile che da un giorno all’altro il mio corpo abbia prodotto la massa tumorale, quindi:
o l’ecografia è poco approfondita per non dire errata o è la TAC a palesare ciò che non è.
Purtroppo, la TAC ha ragione. Inizia il mio calvario.
Medici e specialisti mi consigliano di volare sino ad Aviano, in provincia di Pordenone, dove insiste un centro oncologico particolarmente importante nel panorama della sanità italiana. Grazie ai risparmi di una vita e con la disponibilità dei miei figli e dello loro famiglie, vengo esaminata e valutata ad Aviano, dove vengo successivamente sottoposta prima ad un intervento in laparoscopia, nei giorni seguenti ad un “Interventone”, così descritto dal primario del reparto di Ginecologia dell’istituto sanitario di Aviano, dato che mi vengono asportate la milza, i noduli nell’addome, la colecisti, l’utero e annessi, i noduli al fegato, al torace, viene fatta la resezione di una parte del sigma-retto, insomma “vengo svuotata” e vien diagnosticata “una carcinosi peritoneale da adenocarcinoma G3, probabile carcinoma ovaio”, tenendo presente che l’ ultimo stadio della malattia è G4.
Tutti i medici ed il personale della struttura di Aviano mi prendono a ben volere e non hanno ragioni di mentire o di celare la verità quando mi spiegano che in Italia solo altri quattro centri avrebbero potuto seguire il mio caso ed operare in quel modo. Nessuno di questi – dicono – si trova in Sicilia.
Al rientro, lento, alla normalità, presento domanda all’ASP per il rimborso delle spese mediche, di viaggio e soggiorno sostenute. Il 14 ottobre ricevo la risposta alla domanda. Ed è una risposta netta, chiara e precisa, dall’Assessorato regionale alla Salute. Non viene “autorizzata l’erogazione del contributo forfettario per le spese di viaggio e soggiorno, in quanto l’intervento poteva essere eseguito in Sicilia”.
La mia rabbia, successiva a questa risposta, non è relativa alla mancata erogazione del contributo, perché fortunatamente, grazie ai sacrifici di tutta una vita, le mie disponibilità economiche non dipendono da questa contribuzione.
Ma non accetto questa risposta da cittadina e da contribuente.
Mi viene scritto che avrei potuto eseguire l’intervento in Sicilia. “Dove?” chiedo io. Prendo per buona l’affermazione dell’Assessore regionale, perché voglio concedere fiducia all’istituzione che egli rappresenta, sebbene i medici a cui devo la mia vita adesso, parlando in piena sincerità, non mi hanno citato alcuna struttura in Sicilia dove mi sarei potuta sottoporre all’intervento.
Ciò che chiedo io è però: “come posso, da cittadina, fidarmi del sistema sanitario di questo territorio e di questa Regione, se non posso fidarmi nemmeno di un semplice esame ecografico”?
Qualcuno mi ha “sussurrato” che il macchinario per l’ecografia in dotazione al Poliambulatorio di Modica è “vecchio” di oltre 18 anni ed in più di un’occasione ha dato segnali di “poca efficienza”. Ovviamente non posso affermarlo perché non sono né un tecnico men che meno ho le capacità di giudicare, e soprattutto non spetta a me né controllare né chiederne la sostituzione.
Se mi fossi fidata di quell’esame ecografico, oggi, probabilmente, non potrei essere qui a scrivere questa lettera.
Affido a queste righe la mia rabbia, da cittadina, rivolta non ad un singolo ma all’intero sistema sanitario che noi, con le nostre tasse, sosteniamo ed alimentiamo.
Io non mi fido più ed ho avuto la fortuna di poter volare oltre lo Stretto e farmi curare da una struttura d’eccellenza.
Perché non posso farlo in Sicilia o meglio, perché non mi è permesso avere fiducia nel sistema siciliano?
Il mio auspicio è che chi si sottoporrà oggi o domani ad un esame, di qualunque genere, a Modica come a Ragusa, a Catania come a Palermo, possa sentirsi tutelato e possa fidarsi di quel referto, perché sa che le tasse che ha pagato saranno state impiegate per acquistare macchinari all’avanguardia, sottoposti ad un’assistenza costante, oppure saranno state utili a retribuire medici, infermieri, tecnici motivati ed appassionati.
Non possiamo rischiare la nostra vita per la superficialità di qualcuno.

Lettera firmata