Lettere in redazione Ragusa 07/01/2015 10:32 Notizia letta: 3595 volte

Non si parte, e Schembari chiese: Mio padre era fascista?

Ci scrive Chiara Ottaviano
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Ragusa - Non so se il Sig. Schembari sia tornato a casa con la risposta che cercava. Al momento delle conclusioni non c’ era più. D’altro canto il pomeriggio dedicato alla riflessione e al confronto sui fatti di 70 anni fa, le sommosse del “Non si parte”, non solo è stato lungo e senza pause, per dare spazio a tutti i relatori, ma ahinoi si è svolto all’interno di un luogo (l’auditorium S.Vincenzo Ferreri a Ragusa Ibla) tanto bello quanto gelido. Eroico dunque il numerosissimo pubblico che ha assistito per tutta la durata dei lavori.
Il Sig.Schembari era stato il primo ad arrivare e a noi organizzatori ha posto la sua domanda a bruciapelo: “Ma mio padre era fascista? Vorrei saperlo. E’ uno dei morti delle sommosse del gennaio del ‘45”. Era dunque, come informano i documenti del fondo Prefettura dell’Archivio di Stato, uno dei 15 morti registrati nella sola Ragusa, 6 tra i militari e 9 fra i civili. “Ma sua madre, i suoi parenti cosa le hanno raccontato?” è stata la nostra ovvia domanda. Niente. Non gli hanno saputo o voluto raccontare niente, perché quella vicenda era per loro solo una vergogna. “Se ti chiedono dì che papà è morto in guerra”, questa la raccomandazione ricevuta da bambino.
Il padre non era uno dei giovani a cui era giunta la cartolina con il richiamo alle armi, avendo allora già trent’anni e quattro figli, né era uno degli studenti, cresciuti nella retorica del ventennio, indicati dalla polizia come sicuramente fascisti: di mestiere faceva infatti l’artigiano. Forse apparteneva alla tradizione antifascista e antistatalista, di cui hanno parlato soprattutto Natale Musarra e Pippo Gurrieri, che nel ragusano, come altrove nell’isola, aveva resistito nella clandestinità, richiamandosi all’antica tradizione insurrezionale dei siciliani? o era piuttosto uno di quei comunisti che avendo poco o affatto digerito la svolta togliattiana di Salerno erano ostili all’idea di ripresentarsi con gavetta e coperta, così era prescritto, agli ordini dell’esercito sabaudo e badogliano? Dei diversi e opposti modi in cui i comunisti agirono in quell’occasione si trova un dettagliato resoconto nel volume di Paolo Monello edito nel 2006, La memoria e il futuro. La CGIL in provincia di Ragusa dal 1944 al 1962, edizioni Ediesse. Nella vicina Comiso i comunisti aderirono alla confusa “Repubblica indipendente”; ad Acate, ispirandosi alle “guardie rosse”, capeggiarono il movimento del ‘Non si parte’ occupando la caserma dei carabinieri (scontrandosi con i fascisti), mentre a Vittoria e a Scicli, sempre da “guardie rosse” armate, all’opposto fronteggiarono con le armi il movimento ‘Non si parte’ capeggiato da fascisti e separatisti. Degli accadimenti di Modica, Scicli, Comiso e Vittoria ha parlato in particolare Giancarlo Poidomani, sottolineando tra l’altro il ruolo delle donne, ancora da esplorare a parte il caso ormai noto di Maria Occhipinti a Ragusa. Sul magma, diciamo così, di Chiaramonte è invece intervenuto Giuseppe Cultrera e su quello di Monterosso Giovanni Di Natale. Ma forse, per ritornare al caso del padre del sig. Schembari , si trattava di un separatista? In effetti, come hanno ricordato Marcella Burderi e Francesco Fronte, i separatisti riuscirono a fare molti proseliti, soprattutto fra gli studenti, nella vicina Modica e a Ispica. O magari apparteneva al nucleo fascista ragusano che non si era dissolto nella città capoluogo di provincia che era stata così tanto beneficiata dal potente sottosegretario e gerarca Pennavaria? Sul peso del fascismo organizzato a Ragusa e nella vicina Giarratana, dove si arrivò addirittura a fondare una “repubblica” indipendente ispirandosi inequivocabilmente a quella di Salò, ha insistito soprattutto Uccio Barone che nelle sue conclusione ha sottolineato le forti differenze nella direzione del movimento fra un paese e l’altro.
E’ molto più probabile però che il trentenne artigiano padre del Sig. Schembari non si sarebbe riconosciuto in nessuna delle etichette proposte. Forse, come credo accadde alla maggior parte dei protagonisti, prese parte alla sommossa soprattutto in solidarietà con i più giovani amici e parenti, a cui invece la cartolina era arrivata, e in nome di un deciso “no alla guerra”, non riconoscendo ai rappresentanti e agli apparati del provvisorio Regno del Sud l’autorità morale sufficiente per giustificare la ripresa delle armi. Del nuovo Stato, d’altronde, aveva forse percepito più fortemente la parte repressiva soprattutto nel poliziesco controllo sull’obbligo dell’ammasso; un provvedimento vissuto come odioso in una provincia che, prima in classifica nell’isola, aveva risposto a quell’obbligo raggiungendo la quota record del 90% di grano consegnato rispetto al traguardo assegnato.
Il motivo per cui il fragile governo italiano decise alla fine del ‘44 l’invio delle cartoline, rinunciando all’opzione di un reclutamento di volontari per continuare la lotta al nord contro i tedeschi e i repubblichini, è stato spiegato assai bene da Rosario Mangiameli nella relazione introduttiva, con riferimento al complesso e dinamico quadro di alleanze internazionali e agli incerti passi dei partiti per la costruzione della democrazia nel nostro paese.
Con tutta probabilità il sig. Schembari è rientrato a casa senza aver trovato risposta alla sua iniziale domanda ma magari, e questo è il mio augurio, ha trovato nuove idee e nuove parole per raccontare a se stesso e agli altri la storia del padre, la cui fine fu tragica, senz’altro, ma non “vergognosa”. E’ infatti una storia che si iscrive piuttosto fra le pagine drammatiche del nostro passato, in un momento complesso e di grande travaglio non solo per il Nord del Paese ma anche per il sud, dove il precoce dopoguerra non poteva ancora pienamente chiamarsi “pace” e dove, sia pure confusamente e solo parzialmente, si registrano i primi tentativi di pratiche democratiche. Potere raccontare la propria storia, le luci ma anche le ombre, è il primo passo per comprendere il passato anche quando è “difficile”. E’ uno sforzo necessario. E’ la premessa per un impegno più consapevole nella costruzione del presente e del futuro non solo personale ma anche della comunità a cui si appartiene, sia essa locale, nazionale o sovranazionale che sia.

Chiara Ottaviano
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