Cultura Modica 11/01/2015 21:37 Notizia letta: 3949 volte

Terremoto del 1693 a Modica in una lettera riservata del duca di Uzeda

La reale condizione in cui versava il Sudest siciliano
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Madrid - Nella mia lunga frequentazione degli Archivi di Stato spagnoli ho potuto mettere insieme un vero e proprio “fondo” di dimensioni notevoli relativo alla secolare lite che vide coinvolti i “capitoli” di due grandi chiese di Modica: la chiesa di San Pietro e la chiesa di San Giorgio.
Secolare perché tale controversia si trascinò per più di un secolo e mezzo con colpi bassi e infinite trovate.
Fu, in effetti, un vero e proprio tormentone della Monarchia spagnola, di diversi Viceré di Sicilia, della Sacra Congregazione dei Riti, dei Vescovi di Siracusa alla giurisdizione ecclesiastica dei quali Modica era soggetta.
Ma in questo scritto mi limiterò solo ad accennare l’intera materia, riservando a un prossimo futuro la trascrizione dei numerosissimi documenti (tutti segreti e inediti) da me rintracciati.
Ciò che invece mi preme ora far conoscere è una lettera privata scritta dal Duca di Uzeda, Viceré di Sicilia sotto il mandato del quale si verificò il terremoto del 1693, al fratello Duca di Medinaceli, ambasciatore del Re di Spagna Carlo II, accreditato presso la Santa Sede.
In questa lettera del 17 settembre del 1693, di cui darò traduzione qui di seguito e trascrizione, il Duca di Uzeda parla del terremoto, di Modica, rappresentando la reale situazione della città dopo il sisma.
È per questo interessante perché ci regala una cronaca attendibile e ufficiale.
In essa il Viceré fa riferimento a lettere precedenti, del Re e dell’ambasciatore, relative a opere di mediazione che purtroppo non avevano dato i frutti sperati.
Il terremoto a Modica aveva fatto cinquemila vittime, informava il Duca d’Uzeda in un’altra del 16 aprile e in altre seguenti di quell’infausto anno, eppure le lotte fratricide tra i due “capitoli” non solo non si erano sopite, ma erano continuate con rinnovato accanimento e vigore.
Malinconicamente il Viceré spagnolo in alcune si chiedeva se l’Ira Divina non avesse voluto dare, seminando distruzione e morte col sisma, un terribile segnale a quella gente così ostinata e priva di ogni timor di Dio.

TRADUZIONE:

+

Eccell/mo Signor mio
Fratello Amico e mio signore,
Con lettera del 22 Agosto, apprendo con quanta diligenza ti sei speso con i Sigg.ri Cardinali della Sacra Congregazione dei Riti per far loro presente la volontà di Sua Maestà di fondere in un’unica grande realtà le due chiese di San Pietro e di San Giorgio; e della resistenza da loro mostrata, visto che la Città non ha intenzione di cambiar di sito, e che quanto relazionato con quest’assunto sia frutto dell’impostura dei canonici di San Pietro e di alcuni loro partigiani.
Devo confessarti di apprezzare che quei Cardinali della Sacra Congregazione siano più informati di me sulle cose di Sicilia; anche le notizie più insignificanti sono per me di grande interesse.
Da quando Modica fu distrutta, gli abitanti che restarono illesi si divisero in fazioni riguardo al posto nel quale si voleva riedificare la Città. La maggioranza, sostenuta dal Governatore e da alcuni Notabili, è stata del parere di scegliere un posto in pianura distante dall’antico sito qualche miglio. Che bisogna eleggere come matrice la chiesa che al presente appartiene ai Francescani, per il semplice fatto che il terremoto l’ha lasciata intatta. Che una parte meno rappresentativa della cittadinanza, istigata dal Barone di San Filippo (Don Bernardo Arizzi, barone di San Filippo, procuratore di Juan Tomás Enriquez de Cabrera, conte di Modica, ndr), persona potente e danarosa vuole invece riedificarla nell’antico sito. Che i sopravvissuti abitano in baracche di legno costruite qui e là dove meglio loro conviene senza tuttavia aver potuto iniziare qualsiasi opera di ricostruzione per il semplice fatto che ancora in quelle zone la terra trema.
Con certezza affermo che la Chiesa di San Pietro fu completamente distrutta e l’altra di San Giorgio solo in parte, ad ogni modo è inagibile e così mal ridotta che per restaurarla e metterla in sicurezza bisognerà valutare ciò che ancora rimane se non conviene addirittura rifarlo nuovo.
In merito a tutto questo e al sito nulla ha ancora stabilito Sua Maestà, e solo spera che entrambe le chiese con i rispettivi Capitoli si fondino come principali in una sola sotto il titolo di Chiesa di San Giorgio e San Pietro sia che la città venga riedificata dove prima era, sia che si costruisca in posto diverso, come, in effetti, si vorrebbe.
Pertanto, fintanto che non sia eseguito quanto disposto da Sua Maestà, s’incontreranno serie difficoltà nel cercare soluzioni diverse per via dei molti ostacoli che bisognerà superare. Da parte mia, l’unica cosa sensata da fare è girare questa Tua lettera a Sua Maestà perché possa decidere per il meglio in merito.
In questo frattempo, si avrà cura di bloccare qualsiasi disposizione che venga dalla Sacra Congregazione nell’attesa di conoscere la volontà del Re.
Il Signore Ti conservi felice a lungo.
Palermo, 17 Settembre del 1693
Ecc.mo Sig.re Bacio le Tue liberali mani, Tuo Fratello Amico e primo Servitore il Duca di Uzeda, Conte di Montalban

= Ecc.mo S/r Duca di Medinaceli, Fratello, Amico e Signore.

Accompagna questa lettera una nota scritta da uno dei reggenti il Consiglio di Stato:

“la lettera del Duca (di Uzeda, ndr) si limita a dimostrare con l’evidenza dei fatti che la perplessità dei Cardinali della Congregazione dei Riti di unire in una queste due chiese sia, in effetti, frutto d’intrighi dei Canonici di San Pietro e loro simpatizzanti; suggerisce di non concedere il necessario visto buono a nessun loro provvedimento senza consultare prima su questa materia Sua Maestà.
25 di Settembre 1693”

TRASCRIZIONE:

+

Exc.mo Señor mio
Hermano Amigo y Señor mio,
En carta de 22 de Agosto, resconozco las diligencias que has practicado con los señores Cardenales de la Congregacion de Ritos, sobre el medio aprovado por Su Mag/d de reducir en una las dos Iglesias de S.Pedro y San Jorge de Modica; Y enterado de la oposicion que han hecho con el motivo supuesto, de que les consta que la Ciudad no trata de mudar sitio, y que es artificio lo que en esta materia se discurre de los Canonigos de San Pedro, y de algunos Vecinos sus apasionados; Debo decirte admiro que esos señores Cardenales de la Congregacion, esten mas noticiosos que yo de las cosas de este Reyno, a vista de estarle governando con tanta aplicacion, que aun las mas minimas, me deven especial cuidado. Es evidente que desde que se arruinò Modica, los Vecinos que quedaron preservados de aquel travajo, se dividieron en parcialidades, en orden al sitio donde se havia de reedificar la Ciudad, y la mayor parte acompañada del Governador y de otros Oficiales, ha sido de sentir que se deve edificar en un sitio llano, una mill distante del Antiguo; que deven hacer Iglesia mayor, la que lo es al presente de Religiosos de San Francisco, respecto à que no padecio daño alguno. Que la menor parte de Ciudadanos a quienes fomenta el Baron de San Phelipo, hombre poderoso y de caudal, estàn con sentir de que se deve reedificar en el sitio antiguo. Que unos, y otros tienen sus Avitaciones en barracas de tablas, en los sitios que han escogido, sin haverse tomado resolucion ni poderse dar principio à reedificar, por proseguir en aquellas partes los terremotos.
Es cierto que la Yglesia de San Pedro quedò del todo aruinada, y la de San Jorge està en una parte en pie, pero inhabitable, y tan maltratada, que para reedificarse con seguridad y firmeza, es preciso devinar lo que està em pie, y fabricarse de nuebo.
En orden à esto, ni al sitio no dispone cosa alguna Su Mag/d, y solo se alarga su Real voluntad à que ambas Iglesias, y sus Cabildos se unan, como igualmente principales, intitulandose Iglesia de San Jorge, y San Pedro, ò seà en el sitio mesmo en que esta la de San Jorge, en caso que la Ciudad se edifique en el sitio antiguo, ò en otro lugar si se mudase el sitio de la Ciudad, como lo pretende.
Con que no ejecutandose lo dispuesto por Su Mag/d, hà de costar graves dificultades lograrse otro medio, por los inconvenientes que resultaràn, y assì no pudiendo yo en esta parte, tomar otra resolucion, dare quenta a Su Mag/d, de lo que contiene tu carta, para que tome la providencia que fuere servido. Y en el interin en este Reyno se estarà con la prevencion y cuidado de no darse exequatur à despacho alguno que venga de la Congregacion, sin consultarse primero con Su Mag/d.
Dios te guarde felices años como deseo y he menester.
Palermo 17 de Septiembre de 1693:
Exc.mo Señor B(eso) T(us) L(iberales) M(anos) tu hermano Amigo y mayor servidor el Duque de Uzeda Conde de Montalban

=Ex.mo s/r Duque de Medinaceli mi hermano Amigo y señor

Accompagna questa lettera una nota scritta da uno dei Reggenti del Consiglio di Stato per il Re:

“La carta del Duque se reduze à desvanezer con la evidencia la aprehension de los cardenales de la Congregacion de Ritos de que el medio de unirse en una estas Iglesias sea negociacion de los canonigos de la de S. Pedro con lo demas, que ha occurrido en la materia, concluiendo que a ningun despacho que expidan, se dara el exequatur sin consultarse primero con Su Mag/d

25 de Septiembre de 1693”

Un Uomo Libero.
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