Cultura Scicli 28/01/2015 12:32 Notizia letta: 4669 volte

La dolcezza remissiva e mansueta di Italo

Una recensione
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Scicli -  L’immagine che mi ritorna in questi giorni dopo aver visto il film Italo è quella della processione di Don Camillo nel film omonimo (regia di Julien Duvivier, anno 1952): Don Camillo con la croce procede lungo la piazza e la strada deserta col solo cane che l’accompagna. Doveva accontentarsi Don Camillo -osserva Cristo in croce- perché non si potesse dire che non l’accompagnasse nemmeno un cane.
Non starò a dire della quantità di storie che riguardano un cane nella letteratura e nella cinematografia: l’argomento comunque interessa, e chi più chi meno ne è coinvolto. Questa volta la storia ci interessa più da vicino. La storia di Italo Barocco (il cognome di Italo deriva dal titolo di un pastello che Piero Guccione gli dedicò) l’abbiamo vissuta, ci è stata familiare e ciascuno a Scicli può aggiungere un episodio ai tanti che si raccontano. Italo -un meticcio- arriva in centro a Scicli nel 2008. Di lui non si sa niente: prima guardato con diffidenza in quanto randagio, poi circondato da tante attenzioni, fino ad essere considerato parte integrante della comunità con una sua residenza, una cuccia sistemata affianco all’ingresso del Municipio.
C’è una considerazione che vorrei porre all’attenzione dei miei amici. Le storie dei cani hanno a che fare, per quel che ne so, con un padrone. Quelle che conosco riguardano il rapporto di un cane e di un padrone; un cane adottato, un cane trovato per strada e affidato ad una famiglia; un cane che entra in casa per far crescere meglio i bambini, e potremmo andare avanti a raccontare di tante relazioni. Il caso di Italo mi sembra singolare. Italo vivrà in città, in centro storico, in via Francesco Mormina Penna, prevalentemente, senza cercare un padrone, senza volerlo: vivrà tra gli altri senza voler appartenere a nessuno. A ragionare da umani, Italo amava la libertà e chissà se pensava di essere un cane libero. Per molto tempo, fin quando non ebbe la sua cuccia, appariva la mattina, mansueto, più o meno vivace, e la sera, dopo essere stato spesso protagonista, scompariva e nessuno sapeva dove andava a dormire. Molto spesso tra amici ci si poneva la domanda, ma nessuno sapeva dare una risposta. Qualche volta era un angolo davanti alla chiesa o affianco alla chiesa di San Giovanni, qualche altra volta nel portale laterale della chiesa di San Michele, o in via Arco Castro, o in via Spadaro; ma quasi sempre l’ombra della notte lo avvolgeva in altri luoghi a noi sconosciuti d’inverno e d’estate. Italo era diventato padrone del centro storico, difendeva il suo territorio, ne controllava l’ordine sociale e la vita con i suoi matrimoni e i suoi funerali, con gli ospiti italiani e stranieri, a difesa dei bambini e delle donne, a difesa della quiete pubblica. Non chiedeva niente a nessuno.
Ora Italo è diventato un film, opera prima di Alessia Scarso, un film che mi ha commosso, che mi ha costretto a tirar fuori diverse lacrime, e quando piangi in un luogo pubblico ti dà anche fastidio, ma non puoi farci niente. Quelle lacrime sono un buon segno per il film: mi ha coinvolto e questo è successo quando Italo è stato più presente sulla scena, perché è stato un buon protagonista.
La regista ha scelto alcune storie tra le tante che si raccontano in città, ha privilegiato gli episodi che hanno avuto protagonisti Italo e i bambini, i ragazzi e soprattutto Meno (Vincenzo Lauretta), il ragazzo taciturno che, a mio avviso, è stato il più bravo tra i protagonisti, colui che è riuscito di più a calarsi, come si suol dire, nella parte.
A questo filo rosso sono state sovrapposte alcune storie riguardanti la vita di paese, il pettegolezzo femminile giocato troppo sulle righe, con toni spesso caricaturali che non si amalgamavano con il lineare filo rosso (per quanto mi sono state molto simpatiche le attrici Barbara Tabita, Lucia Sardo, che non conoscevo, che sono state una rivelazione, ravvisando in loro un interessante talento e una vivacità non comune che fa ben sperare per impegni futuri).
Tra le storie più importanti quella di Meno col padre-sindaco. E qui qualcosa non ha funzionato. Bocci ha interpretato Bocci dimenticando di interpretare il padre e il sindaco. Ho trovato felice la scelta dei tre personaggi sulla panchina (Marcello Perracchio, Andrea Tidona, Saro Spadola), a cui avrei dato più spazio, data la straordinaria espressività dei loro volti come pure quella del commovente Tuccio Musumeci. Non è stato così nella storia della maestra che arriva in città da lontano (Elena Radonicich) che pian piano riesce a farsi voler bene e a farsi accettare dalla comunità. La scelta dei primi piani ha dato forza a questa protagonista che, oltretutto si innamorerà del sindaco (Bocci). E ancora ritorna positivo il rapporto tenero e delicato tra Meno e la sua piccola amica (Martina Antoci).
L’amore per i luoghi da parte della Scarso ogni tanto le ha fatto perdere il filo (è il caso della grotta della Larderia dove si è soffermata più del necessario nell’episodio dei bambini che si smarriscono, impegnati nella ricerca di Italo), luoghi ripresi bene con una luce e una fotografia eccellenti (Daria D’Antonio è la direttrice della fotografia) e una buona colonna sonora di Marco Cascone. Il film risente di una mancata compattezza narrativa e di un faticoso montaggio. Ma ciò è poca cosa rispetto alla dolcezza remissiva e mansueta di Italo che so che ha commosso tanti bambini e il bambino che c’è in ognuno di noi. Un grazie, quindi, ad Alessia Scarso e a quanti hanno creduto nel film.

Paolo Nifosì
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