Cultura Scicli 01/02/2015 10:44 Notizia letta: 4870 volte

Dalla distruzione alla costruzione, dal lutto all’amore: Italo

Un film di formazione, individuale e collettiva
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Scicli - C’era ‘na vota Meno, ‘n picciriddu ca avia persu sa matri, e il padre non ccì pinsava a iddu; perciò u picciriddu nun parrava ccù nuddu, mancu cchei cumpagni ri classi. Ma un giorno in quella città arrivò il cane Italo, e allora tutto cambiò…
Vedendo il bel film “Italo” della brava Alessia Scarso abbiamo pensato alla leggerezza di un altro Italo (Calvino), ma anche alla levità, grazia e maestria artigianale di Nisveta e Guccione: di questi “Italo” ha la delicatezza, e si inserisce con originalità nel genere dei “film con cani”, cha va da “Lilli e il vagabondo”, “La carica dei 101”, “Lassie”, “Rintintin” a “Balto”, “Hachiko - Il tuo migliore amico”, “Pet Therapy - Un cane per amico”, “Belle e Sébastien”, etc…
Ci si commuove ma sopratutto si ride, come in “Nuovo cinema Paradiso”, con una comicità che può rimandare alla gestualità enfatica di Ficarra e con una Barbara Tabita candidata sindaco caricaturale, pop, coloratissima e sopra le righe, fra Silvana Grasso e Cetto La Qualunque: eroicomici i suoi scontri verbali col sindaco in carica (Marco Bocci), e padre di Meno: non a caso lei si chiama Nigro e lui Blanco.
Alessia Scarso - hitchcockianamente – appare nel film come direttrice della banda musicale, e in effetti ha saputo ben dirigere le tante note e linee del suo film d’esordio: per la comicità si pensi solo all’invenzione del coro (umoristico) di Perracchio-Spatola-Tidona; alla scena della confessione; a quella delle pettegole (in montaggio rapido); al consiglio comunale, in cui i consiglieri giocano a carte; alle “comari del paesino” che inseguono affannate Italo; al rallenti (come nella scena dell’arresto della “Matassa”).
Si pensi alla colonna sonora di Marco Cascone, leggera e briosa, ma pure struggente e malinconica. Si pensi alle scene senza parole, di puro montaggio (ad esempio la cena fra il Sindaco e la Maestra). Si pensi alla direzione degli attori e alla valorizzazione dei tanti talenti iblei (per non dire delle tante comparse).
Insomma, un film corale e vitale, ben lontano da certi deprimenti film italiani – girati in un bilocale con angolo cottura - sulla (perenne) crisi dell’intellettuale, del matrimonio, della sinistra, dei ggiovani, etc… che sono una fantozziana “cagata pazzesca” e che hanno finito di romperci i cabasisi! Un film anche truffautiano, per il ruolo dei bambini, sempre in bici, e per la finale scoperta del mare (vedi “I 400 colpi”).
Ma ci sono pure altre valenze: la maestra Laura (un’Elena Radonicich, fra Margherita Buy e Marina Massironi) è la Straniera che però sa vedere ciò che gli altri non vedono, cioè il disagio del piccolo Meno (e lei, a differenza del siculo Sindaco Antonio, sa che nel macco di fava va messo il finocchio selvatico…).
Ulteriore valenza è la pet therapy, cioè la terapia psichiatrica dolce, basata sull'interazione uomo-animale: grazie a Italo il figlio e il padre evolvono dal trauma e dalla depressione post lutto alla elaborazione del lutto e all’amore; grazie a Italo convertono il deserto in giardino, trasformano “la distruzione in costruzione, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice” (scriveva così Vincenzo Consolo sui nostri antenati che dopo il luttuoso terremoto del 1693 seppero creare le meraviglie del Val di Noto). Quindi “Italo” è pure un film di formazione, individuale e collettiva: Meno e la città passano dall’ostilità verso Italo all’amicizia (indicativa la scena in cui Italo difende da una violenza una ragazza che prima lo scacciava), dalla paura all’inserimento e all’integrazione, dall’avversione all’affetto e alla crescita, di Italo, di Meno, del padre, dell’animosa Nigro, della comunità intera. Significativa la scena delle Milizie, che in questi decenni sono evolute dallo “scon-tro” alla riconciliazione di civiltà.
Infine, “Italo” dipinge la nostra città come realistica e incantata, “magica e bella” (Guccini): diggiamolo, dopo che coi 26 episodi del “CommissarioMontalbano” dal 1998, abbiamo visto e rivisto in Tv tantissimi scorci di Scicli, sembrava impossibile scoprire una Scicli inedita: eppure la Scarso c’è riuscita, sia filmando la bellezza di luoghi nuovi che fotografando le location note con occhi diversi e in tutte le ore del giorno: si pensi solo alla visione della città dalla Palazzola (che poi è il quadro di Polizzi dell’aula consiliare) o a certe albe.
Il film è quindi un poema su Scicli e sulla Sicilia, di cui si esaltano gli splendidi paesaggi, la luminosità, i colori, i cibi (le arancine,…), le campane che scandiscono la giornata e la vita (battesimi matrimoni funerali… tutti officiati da Italo, che è il nostro “Spiritoso Santo”).
Infine: il primo film girato a Scicli, “Assicurasi vergine” (1967), mostrava una città arretrata, provinciale, da profondo e buio Sud: “Italo” celebra la grande bellezza di una città europea e mediterranea, solare e aperta, una città finalmente consapevole di sé.
E questa consapevolezza crescerà anche grazie “Italo”.
Quindi, grazie, Alessia!

Giuseppe Pitrolo