Cultura Ragusa 05/02/2015 13:34 Notizia letta: 3416 volte

1924, Ragusa. Il negozio degli animali

In via Mariannina Coffa
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Ragusa - Ecco cosa succede a vivere in periferia, frequentare i centri commerciali ed abbandonare il centro storico. Mi è sfuggito un importante anniversario (io che ho questa fissa per gli anniversari, da riferire sulle testate giornalistiche alle quali collaboro e che molto gentilmente mi sopportano).
A commettere l’errore (di vivere la periferia e non il centro), se tale è, sono io stesso. Abito nella periferia della città di Ragusa e frequento poco il centro storico della parte superiore della città (molto di più frequento il centro storico molto più “storico”, ovvero Ibla). Pertanto, mi accorgo solo adesso che in via Mariannina Coffa, proprio di fronte l’ingresso del Palazzo di Giustizia, l’antichissimo negozio di animali ha chiuso i battenti. “E non da ora” mi confermano gli amici che frequentano la zona. E così ho perso l’occasione di celebrarne l’anniversario della fondazione, il novantesimo! Si vede bene, infatti, nella storica insegna la data “1924”. Tra la rappresentazione, ormai scolorita, di pappagalli cani e gatti, ecco la data. E questo dimostra diverse cose, a cominciare dal fatto che quel negozio, seppure chiuso ora sono più di tre anni, ha comunque avuto vita molto lunga (lo hanno gestito almeno due generazioni di proprietari).
A me quella data, quel 1924, ha fatto sorgere una domanda, ritengo legittima seppure molto superficiale (nell’antichissima lingua parlata nella mia città, oggi dimenticata, si sarebbe detto di questo argomento che è “iapru”), come mi si addice. La domanda è: ma chi, nella Ragusa del 1924, sentiva la necessità di comprare un animale, quale esso fosse, in un apposito negozio? Insomma, stiamo parlando di una città che allora, due anni prima di diventare capoluogo di Provincia, contava circa 55mila abitanti (circa novemila meno di Modica, che adesso conta oltre ventimila abitanti in meno di Ragusa) e che aveva sostanzialmente due principali cespiti d’entrata economica: le miniere d’asfalto, con circa quattromila addetti, e la agrozootecnia, con cinquantamila ragusani “coinvolti”. Posso capire la “voglia” di avere in casa (o, meglio, in gabbia) un colorato pappagallino o uno di quei simpatici uccelli canterini. Comprendo anche il desiderio di qualche donzella di nobile famiglia che voleva in casa un gatto di razza “angora”. Ma tutto il resto? C’era qualcuno interessato a comprare un cucciolo di cane, posto che la campagna iblea è il regno di quel molosside che oggi finalmente viene considerato razza a se stante ma che noi ragusani continuiamo a chiamare “cani ri mannira”. Per non parlar di criceti o roba simile, in fondo sorci senza coda, chè in ogni casa, in epoche pre-derattizzazioni (e purtroppo anche in epoche post), di sorci – quelli veri – ce ne erano in abbondanza nonostante i gatti dell’epoca non fossero certo gli obesi e rammollitti di oggi, cresciuti a friskies.
Chissà se qualche studioso possa rispondere alle mie domande che mai come in questo caso possono essere rubricate tra quelle definibili – per rimanere fedeli all’antica lingua – “cosi ri bbesstia!”

Saro Distefano