Cultura La recensione 12/02/2015 21:00 Notizia letta: 10788 volte

Italo, storia di un cane, un paese e tanti uomini

Una recensione dal blog di Gino Carbonaro
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Ragusa - Italo era un cane senza padrone, che era solito gironzolare fra la Piazza Municipio e la via Mormino Penna di Scicli. All'inizio nessuno di era accorto di lui, poi qualcuno notò che il cane entrava in Chiesa quando c'era gente e prendeva parte a funerali e matrimoni. In breve tempo, dacché non era di nessuno, diventò il cane di tutti, e ci fu anche chi gli preparò un canile proprio in piazza a lato del Municipio. E inutile dire che non gli mancò neppure da mangiare. Diventò così la mascotte della città, e alla sua morte, che addolorò tutta la cittadina, ci fu chi organizzò una mostra di pittura con artisti che esposero quadri che ricordavano il cane che era di tutti e che qualcuno aveva battezzato con il nome di Italo. La giovane regista Alessia Scarso, pensò di cimentarsi con un soggetto, titolato "Italo", e che ricorda l'amico dell'uomo. Io ho visto due volte il film, e ho scritto le mie impressioni che riporto qui appresso.

Affermo che il film “Italo” con la regia di Alessia Scarso
è un capolavoro “assoluto” per tanti motivi: per la bellezza del racconto semplice, delicato e coinvolgente, per la fotografia, serena ma sempre attenta e potente; per gli attori, tutti bravissimi (bambini compresi e cane), per la musica “meravigliosa” e funzionale (come poche volte notato in altri film), e soprattutto per la regia che serve allo spettatore avvertito per valutare non solo la professionalità, ma anche la personalità, la intelligenza e lo spessore artistico e culturale di una regista che ha tantissimo da dire (e da dare) e che riesce a gestire tutto: il generale e il particolare del film, anche nei più piccoli dettagli.

Ma, andiamo con ordine, tenendo presente che le chiavi di lettura del film sono molteplici.

La trama? E’ una favola, leggera, chiara, bilanciata, sostenuta da quella intelligenza attenta, accurata, sensibile che riesce a trasmettere emozioni. Chi assiste alla proiezione non si trova davanti solo alla storia di un cane, ma anche alla storia del rapporto che uomini (e donne) di un paese chiamato Scicli (sorta di “Macondo” siciliano) hanno con un cane che dapprima vogliono eliminare, proprio perché randagio, ma poi lo accettano come creatura vivente che ha sensibilità e dolcezza non dissimile da quella che caratterizza gli umani (quando gli umani non sono essi stessi animali).

Sotto questo profilo il film sottende qualche considerazione di carattere filosofico invitandoci a considerare il senso del nostro esistere, delle nostre azioni, delle nostre mutevoli considerazioni, così pure il nostro rapporto con gli altri esseri viventi (denominati animali) che come noi conoscono la solitudine, la sofferenza, la mancanza di affetti, e ancora, il concetto di vita e di morte. Ed esprime (la trama) il concetto di amore, e il rapporto che i bambini hanno con gli animali. Il tutto raccontato, senza retorica alcuna, né proponimenti pedagogici.

Eppure, la filosofia emerge all’interno di un “divertissement” che fonde la parodia con il sorriso, la commozione con la emozione, il riso con il pianto, e la forma teatrale che recupera il mimo con il linguaggio cinematografico.

Soggetto e trama, dunque, non classificabili perché si passa da un realismo appena suggerito, ma sublimato con discrezione, a forme , si è detto, di parodia gioiosa, cui si aggiungono soluzioni geniali, come i dialoghi-muti fra il protagonista sindaco Carmelo Blanco e la dolce maestra Laura, e ancora i dialoghi/gossip alla Ionesco della Cantatrice Calva, della “gente” di paese, che parla bla-bla, mentre lo spettatore, senza udire parola alcuna, intuisce il senso del discorso e gode di quelle conversazioni da lui immaginate.

Questi momenti, durante i quali la regia ha ritenuto di spegnere l’audio, sono impagabili, e sono proprio quelle pause di silenzio che recuperano il mimo cinematografico, per me nuovo, che richiamano alla mente i film del primissimo surrealismo francese, evidenti nelle persone che in gruppo corrono al “rallentatore” alla ricerca del cane e delle tre donne che si recano in chiesa e ancora in altri passaggi del film. E sono forme di linguaggio nuovo, fresco e importantissimo. E mi riferisco alla utilizzazione di questi momenti linguisticamente “diversi” inseriti nel contesto, senza stridore, proprio perché fanno parte della logica di un racconto che chiama in causa, come ho già detto, anche la parodia.

E qui mi viene in mente il bellissimo comizio elettorale che viene interpretato sulla piazza da Carmelo Blanco e da una “sempre” stupenda Luisa Nigro.

E ora ritorniamo alla fotografia dove si rileva l’uso pressocchè dominante del teleobiettivo e di telecamere in movimento che nella logica della regia servono per allontanare paesaggi e personaggi non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo per catturare una realtà che spesso sfuma nel sogno e nell’immaginario

Bella ancora l’apparizione della cinquecento Fiat che investirà Italo e scende lenta e terribile in quella stradina che si apre davanti alla chiesa di San Giovanni. Bellissimo l’intervento dei mascheroni per comunicare la tragedia.

E ora, passiamo alla musica. Un gioiello. E non mi riferisco solo alla bellezza della composizione, sviluppata su più “movimenti” a volte marcetta gioiosa a volte tragica, ma anche alla sua utilizzazione che sostiene il racconto in modo incredibilmente funzionale al racconto, con accelerazioni, rallentamenti, ritardi e pause di silenzio. Ed è elemento (quella musica) che contribuisce a trasmettere quelle emozioni che sono il pregio di questo lavoro.

Va sottolineato ancora che il film è una novità sul mercato. E’ film che avrebbe potuto interessare Walt Disney, e che richiama alla memoria lo storico “Marcellino, pane e vino”, o anche i film di “Don Camillo e Peppone” o “Torna a casa Lassy”. E, perché no, il “Nuovo cinema Paradiso”. Film puliti, per grandi e per piccini, che per lo spettatore sono una lezione su come si possano trascorrere due ore ripulendo lo spirito da quanto oggi ci viene propinato da raccapriccianti film di violenza e di oscena pornografia.

Un elogio a parte per la chiusura del film. Ho apprezzato molto che fra i due potenziali fidanzati non ci fosse stato “il” bacio, che non pochi sceneggiatori e registi avrebbero inserito. Bellissima quella mano che “Meno il Sindaco” pone alla fine sulla spalla di Laura, la Maestra, mentre lo spettatore scorge la testa del bambino fra il padre e la futura nuova madre-amica.

Un elogio a tutti coloro che hanno gestito il cane che, certamente ha capito di essere un protagonista circondato da affetto da tutti coloro che gli stavano vicino.

Una sorpresa il finale che chiude con il nome del cane (senza la tradizionale parole “Fine” e commovente la meritata dedica a Nisveta.

Ora mi accorgo di non aver parlato di Italo. Ma solo perché in questo film gli elementi tematici sono tanti. Attorno al cane, attore bravissimo, ruota una piccola storia politica, la dinamica classica delle bande di tutti i ragazzi, la storia di un bambino che ha perduto la madre, il rapporto di amicizia fra Meno e la sua amichetta, il parla-parla delle persone, insomma, uno spaccato composito di una bella cittadina con le sue campagne, il suo mare, il profumo della sua terra. Per non dire ancora che il fiore all’occhiello è rappresentato da Natalino (?), lo sciocco del paese, l’uomo che apre il racconto, che attende sua madre alla stazione. Treno che viene da lontano e che non arriva mai. Attesa di affetti desiderati senza i quali l’uomo non può vivere.

Considerazioni finali. Secondo me, il film è talmente bello che potrebbe fare il giro del mondo. E mi chiedo cosa ne penserebbero i Giapponesi, sempre sensibili a queste storie fondate su verità ideali che tutti desidererebbero vivere.

Ritengo infine che nella nostra Contea è fiorito qualcosa di nuovo: Alessia Scarso, come regista-creativa che come i grandi scrittori del recente passato (Raffaele Poidomani, Carmelo Assenza, Ciccio Belgiorno, e altri ancora) si è rivelata artista di notevole spessore.
Dunque? E' logico andare a vedere il film che al Cineplex di Ragusa è stato poiettato per quattro settimane e poi passato al "Fratelli Lumière".

Postilla. Io sono nato in Via Mormino Penna n. 48 (la scaletta vicina alla chiesa di Santa Teresa). In quella strada parte la mia vita. Ma quanto ho scritto del film non c’entra con la mia storia.

Nella foto -inedita- di Luigi Nifosì, il cane Italo va a un matrimonio, in chiesa, col sindaco Giovanni Venticinque, che ne decise la microchippatura.  

Gino Carbonaro
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