Cultura Parole 02/03/2015 12:36 Notizia letta: 1840 volte

Mattarella ammonisca: taci, Renzi!

I vantaggi del silenzio
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Il tema «Fastidiosa e difficile è la cura della chiacchiera, perché la medicina appropriata, cioè la parola, richiede uditori, ma i chiacchieroni non ascoltano nessuno: parlano sempre loro! Il primo guaio di non saper tacere è, appunto, non sapere ascoltare. È una volontaria sordità da parte di persone che, forse, rimproverano alla natura di «aver dato loro due orecchie, ma una lingua sola» (Plutarco, "La loquacità").
Adoriamo Plutarco di Cheronea più per i suoi "Moralia", testimonianza di una curiositas intellettuale senza confini, che per le sue magnifiche biografie, "Vite Parallele".
Nel lembo occidentale della Beozia, a Cheronea, luogo sacro, quasi "misterico" nacque Plutarco, poco prima del 50 d. C. Intellettuale completo, esploratore di sacro e profano, di laico e mistico, di umanistico e scientifico. Letto da Corneille, Shakespeare, Montesquieu, Schiller e molti altri grandi. «Plutarque me charme toujours», scriveva Montesquieu, che non sapeva rinunciare alla sua "dose" quotidiana di Plutarco, non ne tollerava l'astinenza. Come Federico II di Prussia che lo leggeva nottetempo, di nascosto dal suo rude padre e che, nel suo "Antimachiavelli", di ispirazione inconfutabilmente plutarchea, confutando le teorie politiche del fiorentino, afferma l'idea che basamento del regno debbano essere giustizia, saggezza, bontà.
Plutarco è un gentiluomo, elegante, educato, affabile, rispettoso, religioso. Queste qualità, convergenti in un unico uomo, ne fecero quasi un "dio", a suo tempo e nel tempo. L'uomo Plutarco realizzava in sé quell'ideale di kalokagathìa che qualificava l'ideale"eroico" dei suoi personaggi: Virtù e Bellezza, inscindibili, imprescindibili. Valori straordinari, smarriti in tempi attuali di miseria morale, grettezza, meschinità.
«Non si devono trattare gli esseri viventi come scarpe o suppellettili, che si gettano via quando sono rotti o logorati dall'uso, dobbiamo abituarci ad essere dolci e clementi con gli altri, per esercitarci all'amore verso il prossimo. Non venderei mai un bue da lavoro perché vecchio, tanto meno strapperei un uomo anziano alla terra in cui è cresciuto e alle sue abitudini facendo quasi un esiliato dalla patria, in cambio di un po' di danaro» (ibidem).
La deliziosa monografia di Plurarco sulla chiacchiera o la loquacità "Perì adoleschìas" potrebbe benissimo considerarsi un grande elogio sulla virtù del silenzio: «Chi ha ricevuto un'educazione veramente nobile impara in primo luogo a tacere, poi a parlare» (ibidem).
Quel «Taci, ragazzo! Molti vantaggi comporta il silenzio» (ibidem) ci piacerebbe tanto sentirlo pronunciare, con piglio e fermezza, dal nostro presidente Sergio Mattarella, cui è familiare la virtù del silenzio.
Il tafferuglio verbale, la chiacchiera, la ciancia, è batterio che non risparmia Parlamento, Senato, Istituzioni. Piacerebbe ai cives di questa sconquassata Italia scoprire un Plutarco nel nostro presidente Mattarella, che zittisse a tempo opportuno, con l'autorevolezza della persona e del ruolo «Taci, Renzi, taci Salvini, taci Landini, taci Crocetta, taci Boschi, taci Santanchè! Molti vantaggi comporta il silenzio».
Proviamo a immaginare quali. Intanto chi tace, tace anche la sua ignoranza che non va declinata, ma sapientemente, devotamente occultata. Chi tace, quindi, consegue il grandissimo vantaggio di lasciare negli altri almeno il dubbio che egli possieda delle qualità nascoste. Nascoste, appunto, ben nascoste, inaccessibili anche alla più accanita attività investigativa.
«Ascoltare ed essere ascoltati, sono attività irraggiungibili per i chiacchieroni… ai chiacchieroni non capita di trovare persone desiderose di stare in loro compagnia, ma solo quelle costrette dalle circostanze: il chiacchierone ti perseguita ovunque» (Ibidem).
Immaginiamo ancora che il presidente Mattarella, nutrito d'ottimi studi, cui non sarà mancato Platone, Demostene, Plutarco, non esiti a liquidare un fanfarone-chiacchierone, sulla scia del Maestro Aristotele: «Ti ho importunato, filosofo, con le mie chiacchiere? », chiedeva il tizio; «No, per Zeus! Non ti stavo neanche a sentire», rispondeva il filosofo.
Eppure Madrenatura ha posto seri ostacoli alla lingua «ponendole davanti a difesa i denti, in modo che, se non obbedisce alla ragione, che all'interno tira "le redini del silenzio", si possa contenerne l'intemperanza mordendola fino a farla sanguinare» (ibidem).
Noi speriamo in un'emorragia di lingue decapitate, maciullate, macellate, magari in un lampo di buonsenso, o solo di panico da avviso di garanzia, da parte di chiacchieroni sproloquianti e infettanti, che per tempo non hanno imparato a tacere: «Nessuna parola pronunciata ha mai giovato tanto quanto molte taciute».
Esercita molto il silenzio Sergio Mattarella, da sempre, e per questo formuliamo l'ipotesi che abbia letto, assieme a molto altro di sapore umanistico, il "De garrulitate" (titolo latino) di Plutarco.
«Il silenzio è qualcosa di profondo, di mistico e di sobrio» (ibidem) e il chiacchierone è ancor peggio dell'ubriaco: «Mentre l'ubriaco straparla solo quando beve, il chiacchierone lo fa sempre e ovunque… e se si abbandona agli elogi è più insopportabile persino di un deni-
gratore.
«Tra le passioni e malattie dell'anima, alcune sono pericolose, altre odiose, altre ancora ridicole: ai chiacchieroni capitano tutti questi inconvenienti insieme, sono scherniti perché narrano cose trite e ritrite, odiati perché annunciano sciagure, esposti a pericoli per l'incapacità di tenere un segreto» (ibidem).
L'esercizio del silenzio presuppone, ancor più che l'esercizio della Parola, una personalità educata al controllo, all'autosorveglianza, alla valutazione di benefici e rischi del parlare e del tacere. Non può surrogarsi a una educazione assente, a un barbaro, una carica di nessun tipo. Non nasce dalla carica una simile personalità, né da un intero cursus honorum, ma dalla virtù di chi la esercita e da come la esercita.
Si potrebbero però attivare, non è mai troppo tardi, corsi di "educazione etico-storica", di "civilizzazione politico-umanistica", obbligatori per chi, da sempre digiuno, fa apprendistato nei luoghi della Politica, un tempo sacri. E raccontare, per esempio, ai corsisti, traditori, scavalcapartito, tangentisti, crapuloni, ammazzapatron, d'un tal Zenone filosofo che, «affinché il suo corpo, sottoposto a tortura, non si lasciasse sfuggire qualche segreto contro la sua volontà, si mozzò la lingua e la sputò in faccia al tiranno» (ibidem).
Si potrebbe anche, nel kit del corso, consegnare ad ognuno dei corsisti una forbice, un bisturi e, confidando in una prova di simulazione, sperare… chissà!

Silvana Grasso