Attualità Pozzallo 03/03/2015 10:29 Notizia letta: 10304 volte

La cala Brigantina. Scenografia di un'infanzia

A Don Sariddu
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Pozzallo - Mi ricordo ancora quando avevo sette anni mi portavo dietro mio fratello di quattro e ci facevamo la spiaggia di Maganuco a piedi per poi arrivare al porto di Pozzallo.
A fianco c'era il piccolo riparo per le barche dei pescatori che ancora porto non era, una caletta con un moletto di pietre si apriva all'interno una spiaggetta.
Li v'erano i lupi di mare, pescatori di alta genealogia che si tramandavano il mestiere ed anche il silenzio.
Poco parlavano ma molto guardavano, seguivano con un occhio il movimento dell'ago che cuciva la rete impugnando i paramenti e con l'altro occhio invece, seguivano sti due picciriddi che con un coppo in mano studiavano come cadere a mare o che danni poter fare.
La prima volta in assoluto, disconoscendo le regole del porto, allora dettate non dai decreti ma dagli sguardi trasversali, mi permisi di saltare su di un gozzo da pesca all'ormeggio, volevo prendere i muletti che affioravano numerosi.
Ero lì, come un cormorano in caccia, mio fratello seduto sulle pietre ad osservare, quando mi sentii sollevare da una mano piena di calli dallo spessore indescrivibile.
Mi prese e mi posò sulle rocce, un uomo alto enorme, minaccioso, con quella mano che puzzava di alghe e di pesce, mi disse:
“Attia tu! Picciriddu chista è prima e l'ultima vota che ti vedo supra a varca!”
Io mortificato ed intimorito presi mio fratello e me ne tornai a casa.
Sulla strada del ritorno, insoddisfatti della giornata, ci fermammo in un meraviglioso tratto di scogliera, la Cala Brigantina, un posto meraviglioso, una caletta dove si aprivano una serie di grotte, c'era un lato alto da dove si vedeva il fondo con tutta la sua bellezza, le alghe, le rocce, i pesci, ah che teatro vivente!
Tirai fuori dalla tasca un pezzo di sughero con quattro metri di lenza, un piombo legato e un amo, regalo dello zio Peppe, zio materno, cresciuto sul bagnasciuga di quel litorale, lui era l'unico a distribuire pezzi di mare a tutti, i suoi cunti, la borsa di plastica con i fasulari, le telline, gli scorfani, lui a mare trovava di tutto!
Figlio anch'egli dei tempi che furono quando l'economia era basata sui mercantili, sulla pesca, i cosiddetti papura (da vapore o vascello a vapore), mi insegnò che quando esca non hai cerca le lumachine di mare con la "veccia" (il paguro) dentro, le frantumi con una pietra, poi prendi u culu da veccia (la parte posteriore ben protetta dalla conchiglia) e lo inneschi.
Cosi feci! ed osservavo l'acqua trasparente, i pisci petra (tordi e donzelle) mentre beccavano quella mezza luna rosso bruna.
Vigile su mio fratello che non si sporgesse tanto da cadere in acqua, gli trovavo un posto liscio e vicino a me, sugli scogli e gli dicevo: “stai seduto”.
Così erano le nostre giornate d'inizio estate, la scuola era finita, e io mi occupavo di faccende di mare.
C`era un ansia vera e propria, mentre cercavo di dormire pensavo a come fregare quei muletti.
Poi mi compariva quell'uomo che come "Polifemo" mi faceva grande timore.
Tornavo al porto ma facendo il giro largo.
Mi vide da lontano e mi urlò: “Attia tu! se ti vedo nautra vota supra a varca ti jettu a mare!”
Io tirai il fiato e gli risposi: “Nun ci vaiu mi mentu supra i petri! (non ci vado mi metto sulle pietre)”.
Poi lo sentii borbottare con un altro: “ma cu su sti picciriddi? acu appartenunu?”
Io proseguii e lo feci tutti i giorni. Un bel giorno qualcosa cambiò! Ero lì al solito posto cercavo i muletti quando dalle pietre a pelo d'acqua mi trovai di fronte una cosa strana! Mai vista prima.
Miii! un polpo enorme aperto a girella sembrava la ruota di un carretto nel mio immaginario, una piovra.
Mi prese uno scossone, mi misi con i piedi in acqua, indossavo i sandali di gomma con la famosa fibbia in metallo al lato, all'improvviso un veloce ripasso al memorandum dello zio Peppe (“u purpu si pigghia po cuppularu”) e così feci!
Mi calai, e lo afferrai di scatto, sto polpo mi avvinghiò il braccio la maglietta ed io lo portai in banchina.
“Aiutooo, Aiutoo!”
Di colpo "Polifemo" accorse e mi liberò dalla morsa della piovra.
Poi mi disse: “Dacci nu muzzicuni na testa”.
Ed io così feci.
Il polpo si mollò e perse forza, e questi: “Ora sbattilo nta petra!”
Lo presi e feci ciò che mi fu detto.
Poi infilai il pugno dentro la coppola e mi avviai verso casa, dalla spiaggia al porto circa un km e mezzo, io ero fiero, appagato e più mi avvicinavo a casa più sentivo fervore di mostrare a mamma e papà la mia preda!
A casa ci fu una degna accoglienza, alle sei –papà allora camionista- ritornò a casa e trovò il gigante nel pozzetto del lavandino, mio fratello era in frenesia, io di più.
Presto il porto divenne la mia sala giochi, il mio circolo ricreativo, il mio consolatoio, era tutto.
Io ero per tutti u "tummaluoru", per i pescatori locali ero come un uccello acquatico, mi vedevano alle prime armi con la pescasub, mi affiancavano con le loro barche, mi domandavano: “Na' vistu iaili? (ha visto le mormore?)” mi salutavano,
U zu Michele, Carmelo, Saro, Raffiele, Pinuccio, Turiddu, Zu Franciscu giggio, Zu Ginu calamaru, Raffiluzzu u niuru, u Zu Sariddu Bubbunieddu.
U rospo, Brivido, Pieru u biondo, Burdè, Arena.
Tutta gente di mare, tutti parte della scenografia della mia infanzia.
Il porto piccolo nel tempo subì grandi mutazioni, un grande progetto venne approvato, la costruzione del porto di Pozzallo, erano gli anni 80, il fervore della DC, gli anni di sangue di cosa nostra, gli appalti erano grandi piatti.
La Cala Brigantina, la mia cala Brigantina venne distrutta a suon di dinamite, il porto con le colonne, smantellato e sormontato da un’enorme diga foranea.
Il porto piccolo fu modificato, spostato completamente, il mare venne incasellato e poi prosciugato e vi costruirono una immensa banchina di cemento armato.
I pescatori erano lì, illusi da un millantato benessere in arrivo, ma non fu così.
Presto il mare si porto via spiagge e paesaggi, errori di progettazione con impatto ambientale mostruoso, correnti deviate dal muro in mezzo al mare, l'Isola dei Porri che sparisce, io che crescendo parlavo con i maestri del mare, i loro cunti mi tenevano a volteggiare la superficie proprio come fa un gabbiano.
Oggi, l'imboccatura del porto s'insabbia continuamente perchè costruita sulla secca della spiaggia dove il fondo non supera il metro, madre natura fa il suo corso e non è interessata ai progetti dell'uomo.
Il porto costato 358 miliardi di vecchie lire non porta nessun profitto agli abitanti del paese se non a qualche predatore umano che vive come una pompa sommersa.
Politica cieca, silente, senza interesse alcuno, nemmeno il più fondamentale, il benessere comune.
I grandi maestri divennero anziani e poi vecchi, le barche da pesca rimaste tre o quattro.
Molti di loro mi mettevano ancora la mano sulla spalla e continuavano a cuntare, gli occhi fissi nei loro bei ricordi, io ero già un uomo, ero un padre, loro, una voce del mare.
Oggi un'altro di loro se ne è andato in volo con i gabbiani e io ho voluto omaggiarlo con la memoria.
La memoria del mio mare.
Ciao, Don Sariddu, fai buona navigazione e porta pisci!

Tonino Giunta